Giappone e balene, tutti i perché di una pratica controversa

 

© Imperial Bulldog

Dal primo di luglio il Giappone uscirà ufficialmente dall’ IWC (International Whaling Commission) e riprenderà la caccia alle balene per scopi commerciali, senza più la scusa della ricerca scientifica. Potrà farlo solo nelle sue acque territoriali e lascerà in pace l’Antartide, un tabù a lungo infranto, ma getterà un’incognita su un’industria in crescita esponenziale.

Questa domanda, almeno una volta, ce la siamo posta tutti:

“Perché è così importante per il Giappone la caccia alle balene?” Anche Islanda e Norvegia lo fanno, ma sono le azioni del Giappone che finiscono nelle notizie d’apertura, che guadagnano la programmazione sul Discovery Channel  con Whale Wars, una serie sulle battaglie navali tra le baleniere e le navi di Sea Shepherd, attirandosi tutto il biasimo della comunità internazionale.

La prima risposta che verrebbe in mente a chiunque è che lo fanno per denaro, ci sarà da mantenere in piedi una florida economia.  Ma è qui che arrivano le prime sorprese.

Il numero di persone impiegate nell’industria baleniera è scarso: meno di mille persone, ma anche il numero dei consumatori lo è. Alla domanda: ‘Hai mai mangiato carne di balena?’ posta in un’indagine condotta due anni fa in Giappone, la maggior parte ha risposto: ‘Solo una volta’. Tra gli anziani qualcuno ammetteva di averla mangiata regolarmente. Se durante la seconda guerra mondiale la carne di balena aveva fornito proteine e calorie a gran parte della popolazione, oggi non riscuote più le simpatie del pubblico.

Non ci sorprende affatto, invece, che quella caccia, come quasi tutta la pesca del mondo, sia fortemente sovvenzionata e che non si manterrebbe in piedi senza ingenti aiuti statali.

Dal Giappone giungono parecchi segnali che suggeriscono una valenza culturale dell’attività. Con la parola KUJIRA in Giapponese si intendono molti cetacei, inclusi delfini e globicefali, e la loro caccia è praticata da secoli, fin dal XII, ma non ha mai neanche sfiorato i livelli epici dei portoghesi, per esempio. L’unico momento eroico l’attività baleniera giapponese l’ha vissuto durante il secondo conflitto mondiale quando, con una sola cattura si riusciva a sfamare un bel numero di cittadini. È proprio in quel periodo che troviamo il primo spunto, una sorta di storiografia dei sentimenti nati intorno a un’attività ora controversa, ma andiamo avanti.

Le motivazioni scientifiche, e politiche, di una pratica invisa a (quasi) tutto il resto del mondo, nonché dell’uscita del Giappone dall’IWC sono riassunte lucidamente in un articolo del Prof. Joji Morishita, docente all’Università di Tokyo di Scienza e Tecnologia Marina. È stato direttore generale dell’Istituto Nazionale di Ricerca sulla Pesca Marina e Commissario del Giappone proprio presso l’International Whaling Commission (IWC), tanto per citare due dei numerosi incarichi di prestigio che ha ricoperto. Riporto qui la traduzione di due estratti significativi. Il primo è sulla visione della balena in quanto creatura marina.

“In alcuni paesi le balene sono considerate creature simili agli esseri umani e l’idea di catturare anche una sola balena è inaccettabile. Persistente è anche l’errata idea che la caccia alle balene sia già stata bandita a livello internazionale. Lo scontro di questi punti di vista incompatibili tra scienza e mito si è protratto per oltre 30 anni e i ripetuti tentativi di trovare punti di compromesso nell’IWC si sono tutti conclusi con un fallimento.”

Che alcune specie indicate come target dal Giappone, per esempio la minke whale, o balenottera rostrata, non corrano alcun pericolo dal punto di vista della conservazione è un dato di fatto confermato anche dalla IUCN, che le annovera tra le specie LC (minore preoccupazione). La divergenza è semmai sulla moratoria, che rispecchia la percezione dei cetacei nel mondo occidentale, e sui metodi di pesca (l’uso di arpioni esplosivi da parte del Giappone). Resta però una domanda: quanto vale attirarsi il biasimo? A quanto pare, molto.

Più avanti nell’articolo il Prof. Morishita espone la posizione politica del suo paese:

“Gruppi di paesi contrari alla caccia alle balene hanno lavorato per porre fine a qualsiasi tipo di caccia commerciale, applicando pressione politica, economica e diplomatica su paesi come il Giappone che sono per le catture sostenibili. […] Dal punto di vista dei paesi che approvano la caccia sostenibile alla balena, è molto difficile capire perché la caccia sia consentita per animali come cervi e canguri, ma proibita per le balene. Per questo motivo, alcuni hanno sostenuto che la pressione unilaterale applicata dai paesi contro la caccia alle balene e l’imposizione di alcuni valori relativi alle balene equivalgono all’imperialismo ambientale o al colonialismo ambientale .”

L’articolo è disponibile per intero al link sopra e qui, in Inglese.

Se da un lato non si può dargli torto sull’applicazione della moratoria solo ad alcune specie animali, con “imperialismo o colonialismo ambientale”  si percepisce una sorta di risentimento nel vedersi imporre un’etica dall’esterno.

Difficile non intuire che sul diritto di cacciare le balene la parte nazionalista ci abbia costruito su una narrativa, con tanto di manga d’autore. Yoshinori Kobayashi è un artista caro all’estrema destra quanto lo sono i temi da lui proposti: revisionismo storico e minacce straniere. In uno dei suoi fumetti più noti la moratoria sulle balene si riduce a un complotto dell’Occidente: le balene (kujira) mangiano il pesce > noi non cacciamo balene perché ce lo impongono gli stranieri > compreremo il pesce dall’Occidente.

Cani in Corea e balene in Giappone – Kobayashi

La pesca in Antartide per ‘scopi scientifici’ è stata letta da molti come una mera provocazione. Qualunque sia stato il suo scopo l’effetto fu il biasimo internazionale , che se da un lato non ha condizionato turismo e prossime Olimpiadi, dall’altro ha rafforzato le tesi del nemico esterno. Niente di nuovo neanche sotto il Sol Levante: l’atteggiamento tipico del muro contro muro e del ‘tanto peggio tanto meglio’, conferma la globalizzazione di un format ben sperimentato che sembra aver dato i suoi frutti. C’è da vedere, adesso, cosa succederà quando continueranno le pressioni sul Giappone, stavolta per la pesca commerciale nelle sue acque.

Courtesy – © G.D.Masucci

Kujira alle Ryukyu – © G.D.Masucci

In casa però, la fallimentare caccia alle balene potrebbe entrare in conflitto con una delle industrie giapponesi più remunerative e in vertiginosa espansione: il turismo. Soprattutto con quella naturalista-ecologico.

Giovanni Diego Masucci è un biologo marino ricercatore per il dipartimento di Scienza e Ingegneria dell’Università delle Ryukyu. Vive ad Okinawa da circa tre anni.  Lungo l’arcipelago delle Ryukyu, del quale Okinawa fa parte, il whale watching sta diventando una risorsa turistica importante. Le megattere migrano verso nord proprio lungo quest’arco di isole da gennaio a marzo. Okinawa, le Kerama, Kume, Ishigaki sono isole e prefetture che ne traggono vantaggio. Ho chiesto a lui cosa succederà con la riapertura della caccia alle balene lungo le coste.

“Nella sola prefettura di Okinawa nel 2017 sono arrivati 9,6 milioni di turisti, quando nello stesso anno in tutte le Hawaii ne sono sbarcati 9,3 milioni. Diving, agriturismo, whale watching e altre attività naturalistiche che valorizzano l’ambiente sono tra le maggiori aspettative dei visitatori e decisamente le maggiori attrazioni, in quest’arcipelago. Il turismo, e quindi queste attività sono in crescita esponenziale. Anche la sensibilità per l’ambiente cresce, pur se meno velocemente: a Okinawa si stanno montando pannelli solari su molte case. Per  questo spero prevalga il buon senso riguardo le megattere che migrano verso nord lungo quest’arcipelago da gennaio a marzo: valgono molto di più da vive che da morte. Anche se Okinawa, vorrei far notare, non rispecchia il resto del Giappone in ogni aspetto”.

Alcuni ricercatori giapponesi sono del parere che la pesca ad alcune specie sia sostenibile citando come esempio la minke whale, o balenottera rostrata, che non sembra destare preoccupazioni dal punto di vista della conservazione neanche per la IUCN. Scatena però indignazione dal punto di vista etico.

“Proteggere una specie animale solo per motivi etici non è il criterio più utile per indurre il Giappone a sospendere la caccia alle balene, viene letto come specismo. Semmai il problema da affrontare è un certo concetto di ritorno economico. La gestione delle risorse della natura è intesa unicamente come aumento del PIL. Giusto per avere un’idea: in questo paese è stato disboscato il 40% delle foreste native per piantare specie arboree commercialmente più utili. L’operazione ha contribuito all’aumento del 1% del PIL. Questo in Giappone viene visto come un successo, ma la biodiversità ne ha risentito in modo incalcolabile. La pesca è l’industria che viene dopo quella del cemento. In Giappone si produce tanto cemento quanto negli Stati Uniti, con una popolazione e un’area neanche paragonabili, di pari passo la pesca praticata in questo è tra le più intensive al mondo, in più condotta su tutti i livelli trofici. Io mi occupo della cementificazione della costa, che per alcune scale in Giappone è considerata artificiale per il 55%. Fa molto pensare che il 20% degli stanziamenti alle opere pubbliche vada  a supporto della pesca, principalmente per costruire porti. Questo è un dato sul quale ragionare”.

Mentre l’attività baleniera è fallimentare. In questo il Giappone ci rispecchia: in tutto l’Occidente la pesca è sovvenzionata, anche se riceve più spesso sussidi per non pescare. Sembra però strano che il Giappone non abbia sviluppato una coscienza ambientale diffusa, capace di pressioni dall’interno.

“Difficile stimare la vera coscienza ambientale qui: i giapponesi non amano prendere posizioni polemiche nette in pubblico. La raccolta dei rifiuti, per esempio, è di una efficienza encomiabile, ma se fai la spesa ti riempiono di plastica, anzi: si meravigliano se non la vuoi. Con l’eccezione delle pet bottle, la maggior parte di questa plastica viene bruciata. Anche se ci sono alcuni attivisti, tutti molto entusiasti, ritengo che chi avverte il problema ambiente come prioritario sia ancora una minoranza”.

Mi viene in mente che la pulizia gioca spesso un sottile inganno: nell’acqua, per esempio, la limpidezza non è necessariamente indizio di salute. Spesso l’acqua trasparente nasconde meglio il problema. E il Giappone potrebbe essere uno di quei paesi, ce ne sono molti, in cui coscienza ambientale e semplice pulizia vengono equivocati.

“Che finalmente l’Antartide sia lasciato in pace è comunque una grande notizia” conclude Giovanni Masucci.

Okinawa – volontari e ricercatori assistono una balenottera spiaggiata – Giovanni Diego Masucci (ultimo a destra)

In effetti lo è. L’ultima nave baleniera per ‘la ricerca scientifica’, la Katsu Maru, è salpata da Kaiji  il 28 marzo scorso.

Sea Shepherd ha contribuito con coraggio e ingenti risorse a impedire  la cattura delle balene in Antartide. Non poteva mancare una soddisfatta dichiarazione di Paul Watson, capo carismatico di Sea Shepherd:

“Siamo lieti di vedere la fine della caccia alle balene nel Santuario delle Balene dell’Oceano Antartico. Siamo lieti del fatto che presto ci sarà un Santuario delle Balene del Sud Atlantico e non vediamo l’ora di continuare ad opporci alle tre rimanenti nazioni di caccia ai pirati di Norvegia, Giappone e Islanda. La caccia alle balene come industria ‘legale’ è finita. Non resta che spazzare i pirati”.

Il ritiro del Giappone dall’IWC e la sua scelta di continuare l’attività baleniera nelle sue acque farà ancora parlare le cronache. Comunque vada, il turismo marino consapevole sembra essere, ancora una volta, lo strumento più promettente per contrastare pratiche distruttive o inaccettabili. Anche in Giappone.

 

 

 

 

 

 

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