Lo strano caso del beluga russo in acque norvegesi

© Kremlin.ru

È la fine di aprile, e un pescatore norvegese fa uno strano incontro in mare: un beluga si avvicina con l’aria amichevole di uno che la sa lunga nel farsi elargire un po’ di cibo dagli umani. Ma non è il suo atteggiamento ad attirare l’attenzione dei media mondiali, è la strana imbracatura che indossa. Su una fibbia c’è stampigliata una scritta: ‘Attrezzatura di San Pietroburgo’. Alcuni suggeriscono che si tratti di un armamentario usato per montare una telecamera sul dorso del cetaceo. L’ipotesi che quel beluga sia una spia (o un disertore) scatena l’immaginazione su scenari alla Ken Follet. A rafforzarla c’è il fatto che nessuna autorità civile (dai militari non se lo aspetta certo nessuno) abbia annunciato la fuga di un beluga addestrato a svolgere compiti specifici. Compiti che in campo civile vanno dal recupero degli oggetti in profondità all’assistenza ai subacquei, fino alla terapia per i disabili.

Quella dei cetacei con le stellette è un’altra storia. Parte agli inizi degli anni ’60 e vale la pena raccontarla brevemente. Erano gli anni della prima serie televisiva ‘Flipper’, il primo delfino attore, e la Marina degli Stati Uniti aveva da poco avviato il famigerato Marine Mammal Program. Partiti con l’idea di carpirne i segreti idrodinamici per fabbricare siluri più efficienti, i militari finirono per accorgersi che le caratteristiche più interessanti dei delfini erano altre: la loro capacità di eco-localizzazione, ovvero il loro sonar naturale, il loro alto livello di addestrabilità e la capacità di rimanere per lungo tempo sott’acqua, anche a grandi profondità. Pensarono che potevano essere utili nello scovare le mine posate nei porti e sotto le chiglie delle navi, assistere subacquei in immersione e individuare gli intrusi intorno agli obiettivi navali. I delfini ci riuscirono benissimo. Poiché i beluga condividono con i loro parenti odontoceti queste caratteristiche, vennero adocchiati anche loro per ‘prestare servizio’ nei territori artici.  Successivamente la Marina degli Stati Uniti iniziò a considerare l’arruolamento dei leoni marini. L’Unione Sovietica fece lo stesso: entrambi i paesi durante la guerra fredda svilupparono programmi paralleli, spesso speculari in fatto di armamenti. Negli Stati Uniti il programma aveva la sua sede principale nella base di San Diego in California, mentre nell’ex Unione Sovietica a Sebastopoli, in Crimea, ora al centro di un pericoloso braccio di ferro tra Russia e Ucraina. Negli Usa il programma venne mantenuto segretissimo fino agli anni ’90, quando il ‘disclosure’ suscitò non poche polemiche da parte di gruppi animalisti, soprattutto di carattere etico. La US Navy si difese negando che i cetacei venissero addestrati con compiti di attacco.

‘Avrebbero potuto sbagliare obiettivo e abbiamo scelto di non correre questo rischio’ – dichiarò a suo tempo un portavoce dalla US Navy. Questo, in sostanza, il tono delle comunicazioni ufficiali.

Ma torniamo ai beluga, bianchi cetacei che abitano regioni artiche e subartiche, e alla odierna Russia, confinante per una porzioncina con la Norvegia. Dopo la fine dell’URSS nella regione sono stati scoperti importanti giacimenti di materie prime, soprattutto combustibili fossili. Ad aggravare la situazione di quel delicato ecosistema concorre il riscaldamento globale: la calotta polare, ormai ridotta al fantasma di se stessa, ha lasciato lo spazio a nuove rotte commerciali. La Russia, come altri stati che si affacciano sull’Artico, decide di ripristinare la sua presenza militare nella zona, e i beluga sembrano le creature più adatte a quel territorio.

© REUTERS / Jorgen Ree Wiig/Norwegian Directorate of Fisheries

Nella base navale di Murmansk, sede della Flotta Settentrionale, viene rilanciato l’addestramento dei mammiferi marini, principalmente beluga. Ad occuparsene è l’Istituto di Ricerca sulla Biologia Marina di Murmansk, ma a raccontarlo al pubblico è un canale russo decisamente ufficiale: TV Zvezda, emittente di proprietà del Ministero della Difesa. Le sue rivelazioni, rispetto a quelle degli americani, sono di ben altro tono:

“Sono stati condotte ricerche per capire se i beluga potessero essere utilizzati per proteggere gli ingressi delle basi navali nelle regioni polari, oppure aiutare i sommozzatori e, se necessario, ‘uccidere tutti gli estranei che entrano nel loro territorio”

Ma, ammette TV Zvedza, con scarsi risultati.

“Era previsto che i beluga potessero entrare in servizio, ma si sono rivelati animali molto delicati, si ammalano facilmente dopo aver nuotato a lungo nelle fredde acque polari.”

Le foche invece sembrano essere molto più resistenti. E capaci.

“Questi ultimi animali sono molto forti con buone reazioni ai compiti di guardia. Anche dopo una pausa di un anno dall’allenamento, la foca mantiene intatti tutti i comandi nella sua memoria, può interagire attivamente con un sub, può distinguere il ‘suo’ sub da uno sconosciuto. Se la foca riceve un segnale speciale può bloccare o uccidere un sabotatore subacqueo.”

Era il 2017. Un anno dopo a Srednyaya Bay,  una baia non lontana da Vladivostok, sulla costa sud orientale della Russia, vengono ritrovati ben 87 beluga insieme ad una dozzina di orche. Della loro liberazione e riabilitazione si sta interessando niente meno che Jean-Michel Cousteau, figlio del mitico comandante Jacques, oceanografo a sua volta, con incarico ricevuto personalmente da Putin. L’ipotesi più accreditata è che i cetacei fossero destinati, come sostengono le autorità russe, agli acquari cinesi. I beluga sono molto richiesti nei vari aquapark per la loro socievolezza e per la loro ‘mimica facciale’ che li rende più espressivi dei delfini e di molti altri cetacei. Ma il beluga che spunta nelle acque della Norvegia con addosso un’attrezzatura russa riaccende i soliti sospetti.

Chi era quel beluga? Che compiti aveva? Probabilmente non lo sapremo mai. Nel balletto delle dichiarazioni e delle omissioni le due ipotesi, beluga civile o beluga militare, continuano a viaggiare equivalenti. L’ex console norvegese della città di Murmansk ha dichiarato di aver riconosciuto quel beluga, utilizzato da un diving center russo con compiti ‘umanitari’. L’impiego terapeutico dei cetacei, soprattutto nei bambini affetti da disabilità mentali non è affatto una novità: esistono parecchi centri nel mondo con questo scopo. Fa però da contraltare la recente condanna a quattordici anni per spionaggio, solo un mese fa, di un cittadino norvegese in Russia. Siamo punto e a capo. E tutti gli elementi per ricamarci su una fiction coi fiocchi. Ma senza il coniglio estratto dal cilindro di Wikileaks probabilmente resteremo a lungo nel campo delle fumose, e affascianti ipotesi della spy-story.

Su un fatto però americani e russi, gli unici che hanno sviluppato sostanziosi programmi militari con i cetacei, e continuano a farlo, sono d’accordo: i beluga s’ammalano spesso e non sono efficienti come foche, delfini e leoni marini. Insomma: i beluga russi e americani vengono congedati, in quanto non adatti al servizio militare, per motivi di salute. Come Snowden.

Spia o non spia, ma più probabilmente assistente sociale, il beluga ha rispolverato una questione storica sul rapporto che abbiamo con gli animali. Cetacei e leoni marini sono solo l’ultima trovata. Quella degli animali arruolati è una carriera lunghissima, che inizia con l’invenzione della cavalleria e con gli elefanti di Annibale. Dagli scorpioni lanciati in contenitori di terracotta contro i legionari romani in medio oriente, alle vespe fino alle zanzare, quando la Wermacht allagò l’agro pontino allo scopo di riportare la malaria sulla strada degli alleati, l’impiego di animali come mezzo di trasporto, aiutanti di battaglia o arma biologica è una storia lunga. I cetacei fanno parte della storia recente. Tra il 1970 e il 1971 cinque delfini tursiope sorvegliavano un molo di munizioni dell’esercito americano nella Cam Ranh Bay, in Vietnam, con compiti di sorveglianza contro gli incursori nemici. Sono stati impiegati in Bahrain durante la Guerra dei Tanker, una fase della guerra Iran-Iraq che coinvolse le petroliere. I delfini sono tornati nel Golfo Persico nel 2003, per scongiurare la presenza di mine intorno alle navi della coalizione durante l’invasione dell’Iraq.

Sui beluga invece, nella letteratura militare, c’è ben poco. Forse sono davvero incapaci e freddolosi, o forse ce li raccontano così. Difficile credere che dietro la faccia di un beluga si nasconda una spia o un killer, ma anche un grande felino disteso al sole sembra un tenero gattone. Chissà chi era quel beluga in acque norvegesi con un’attrezzatura di San Pietroburgo (che è sul Mar Baltico). Preoccupiamoci piuttosto che sia ancora in grado di procurarsi del cibo malgrado la sua fuga/diserzione, dopo che gli è stata tolta l’imbragatura ‘sospetta’. Dimentichiamoci della spy-story. Preoccupiamoci di cosa stiamo facendo al pianeta e ai nostri innocenti coinquilini: gli animali.

Per approfondire:

 

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