Alga marea: la crisi dei Caraibi apre nuovi scenari sul futuro dei mari

 

Sulle bianche spiagge che più bianche non si può della Costa Maya, da Cancùn a Playa del Carmen, da Akumal a Tulum, si avvicendano i bulldozer. In mare sono state posate delle barriere. Si lotta contro una marea inarrestabile: l’alga. Non è un alga qualsiasi, colora le spiagge e le coste di un pessimo marrone e se lasciata macerare a riva attira le zanzare e sprigiona un odore nauseante di uova marce. Si chiama sargasso ed è il segnale più visibile di un drammatico cambiamento.

Quella tra aprile e maggio è stata un’invasione più che annunciata, ma s’è trattato soltanto di un assaggio: per il 2019 la zona si aspetta più di un milione di tonnellate d’alga, con una perdita stimata del 30% del turismo. Non sarà solo il Messico a subire l’invasione:  Stati Uniti, Cuba, Honduras, Costa Rica, Nicaragua, Guatemala, Belize, Colombia, Panama, Haiti, Puerto Rico, Repubblica Dominicana, Giamaica e Bahamas saranno tra le nazioni più  colpite. Migliaia di kilometri di spiagge paradisiache si sono già trasformate, e continueranno a farlo, in un maleodorante tappetto erboso. Le acque turchesi e cristalline diventano brunastre. Già da dicembre 2018 i satelliti avevano rilevato un record di fioritura dell’alga al largo delle coste del Brasile: 173km quadrati contro una media storica di 59, misurata tra il 2011 e il 2017. Poca roba, rispetto al vasto mare, ma durante la sua lunga transumanza sulle correnti oceaniche il sargasso si moltiplica, per poi depositarsi senza tregua sulle spiagge dei Caraibi. La causa primaria non è stata individuata con certezza, ma percorrendo a ritroso il ciclo vitale di quest’alga flottante s’incontrano le possibili concause: i soliti noti.

Il viaggio dei sargassi che si spiaggiano ai Caraibi inizia molto lontano, a migliaia di miglia di distanza. Inizia molto al largo delle coste settentrionali del Brasile, dove il Rio delle Amazzoni versa nell’Atlantico milioni di tonnellate di nutrienti e di minerali. La grande colonia di sargassi si forma lì, spontaneamente. Si tratta di macroalghe che non si attaccano al fondale in nessuna fase del loro ciclo vitale e che non si riproducono per via sessuata. In sostanza è come se si trattasse di un unico individuo, in grado di moltiplicarsi da sé generando innumerevoli cloni. Piccole sacche di gas, che fanno somigliare quest’alga al vischio, le consentono di galleggiare e di accumularsi in enormi distese, vaste come continenti. Il primo occidentale a descriverle fu Cristoforo Colombo, quando s’imbatté in quello che conosciamo come Mar dei Sargassi, un tappeto d’alga dalla superficie stimata di due milioni di kilometri quadrati (più di sei volte l’Italia) che si raccoglie nel Vortice del Nord Atlantico. Oggi il sargasso condivide il suo spazio storico con il North Atlantic Garbage Patch.

Sargasso Sea Teaser from LookBermuda | LookFilms on Vimeo.

Torniamo al Brasile: dal 2011 al 2018 al largo delle sue coste i satelliti hanno documentato una fioritura abnorme. Ha senso pensare che la deforestazione e lo sfruttamento agricolo della regione siano all’origine di questa esplosione, un’esplosione senza precedenti nella storia umana. Come è senza precedenti il ritmo di deforestazione e l’immissione di fertilizzanti nelle acque del Rio delle Amazzoni. Le correnti oceaniche, che nell’emisfero nord hanno un andamento prevalentemente in senso orario, trasportano l’alga verso nordovest, verso le coste del Venezuela e lungo la pletora di isole che formano i Caraibi, dove il sargasso continua a fiorire e a moltiplicarsi. Non è chiaro cosa intervenga in questa fase dell’accrescimento, un dato certo è che il Mar dei Carabi non è mai stato così caldo come in questi ultimi anni.

È il mare che sta soffrendo più di tutti. La morte annunciata del Mar dei Caraibi oggi testimonia la prima estinzione di massa delle specie marine, a cominciare dai coralli. Si stima che almeno il 50% delle sue barriere coralline sia andato perduto, togliendo sostegno alle forme di vita che le abitavano. Questa moria ha determinato un cambiamento drammatico nella sua flora, nella sua fauna e nella sua composizione chimica. I nutrienti che prima venivano utilizzati dai coralli e dalle specie connesse ora nutrono l’alga.

Il paese più colpito, soprattutto economicamente, da questa massiccia invasione è il Messico. Gli esperti locali credono di averne individuato una triste concausa, squisitamente locale. Analizzando il fenomeno si è scoperto che soltanto il 70% delle acque reflue viene trattato prima di raggiungere il mare. Il restante 30% viene scaricato in mare abusivamente. Basterebbe da sola questa mancanza a decretare un disastro ecologico. La Costa Maya accoglie il 50% del turismo straniero di tutto il Messico, che nel 2017 ha contato la cifra record di 41 milioni di presenze. Cifre alla mano è come se almeno la città di Roma scaricasse acque non trattate lungo appena 200 kilometri di costa.

Quintana Roo – Messico

Il presidente Andrés Manuel López Obrador, si è impegnato a promuovere un’operazione di pulizia dal costo di 37 milioni di dollari per contrastare l’arrivo di 1,1 milione di tonnellate di sargassi nel 2019. Ma la rimozione delle alghe comporta alcuni rischi ecologici: saranno contenti i turisti, meno le tartarughe marine. Trattori e bulldozer compattano le spiagge, rendendo più difficile il lavoro, già estenuante, delle tartarughe durante la deposizione delle uova. Per loro sarà come scavare nel cemento. Centinai di kilometri di reef semiaffiorante rendono impossibile la posa di barriere di contenimento ancorate al fondale: per un terzo della costa questa operazione sarebbe una condanna a morte per quel che resta dei coralli dei caraibi. Il problema che affligge l’intera area dei Caraibi dal 2011, fa notare il presidente del Messico, richiede una soluzione globale.

Le Nazioni Unite monitorano il problema già da tempo. L’alga spiaggiata, secondo l’ONU, può essere riutilizzata per sintetizzare biocombustibili e fertilizzanti naturali, ma persistono forti dubbi sul suo impiego come mangime, vista la presenza di arsenico. Fresca e in dosi discontinue può costituire un buon alimento per gli umani. Purtroppo la quantità di sargasso raccolto in mare è irrisoria.

C’è da domandarsi quanto, dal punto di vista ambientale, valga la pena combatterne l’invasione. Quest’alga è tutt’altro che un mostro: offre cibo e riparo per innumerevoli specie. La sua utilità più nota riguarda le tartarughe marine. Solo recentemente si è scoperto che i piccoli delle varie specie trovano nei tappeti di sargassi sparsi negli oceani l’habitat ideale per il loro accrescimento. Tra quelle alghe le tartarughe trovano cibo e riparo. Non sono l’unica specie a trarne vantaggio: piccoli, pesci meravigliosi, minuscoli crostacei e altri invertebrati proliferano in quella che potremmo definire ‘una foresta pluviale’ a testa in giù. Nel suo sottobosco le forme di vita abbondano, innescando una catena alimentare vibrante e ricchissima che potrebbe stravolgere l’immagine consueta del mare.

Il sargasso sembra volersi candidare come alternativa naturale ai coralli, proponendoci un oceano completamente trasfigurato nelle specie che lo abitano. Anche se ben lontano come impatto dallo scioglimento dei ghiacci polari, l’esplosione dei sargassi è forse l’evento più visibile del drastico cambiamento nei meccanismi della natura. Siamo davanti a nuovo scenario, cui non solo i turisti dovrebbero cominciare ad abituarsi. Il mare sta cambiando volto. Sta succedendo qui, adesso.

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