Capitane coraggiose

Me lo ricordo come fosse oggi.

Un giorno il mio skipper, in Egitto, mi porta a pranzo al ristornate della moschea. Ci teneva molto che andassi con lui. Ali era un uomo molto deciso, ma gentile. Non conosceva l’egoismo. Era laureato in legge, ma al timone di una barca a Sharm el Sheikh guadagnava più di un avvocato al Cairo. Il muro del ristorante era pieno di ritratti. Mi fece sedere davanti  a quello di un uomo santo, non so dire se in vita o no. Ali trovava interessanti alcune sue interpretazioni del Corano. Finito di pranzare mi disse che secondo quell’uomo la sventura si sarebbe abbattuta ovunque una donna avesse assunto un ruolo di comando. Me lo disse sorridendo, non credo lo pensasse davvero. So che voleva discutere la faccenda con me, parlavamo spesso di filosofia. Era incuriosito da altre religioni, come e il buddhismo, ma non osava dirlo in giro. Osservai che la Merkel era in sella da qualche anno e che la Germania non sembrava per niente al tracollo. Anzi, avrei preferito una come lei, alla guida del mio Paese. Si mise a ridere e disse che sì, la Germania andava a gonfie vele. Poi mi fece una domanda.

“Come reagirebbero gli italiani davanti a una donna tedesca che prende le decisioni per loro?”

A quella domanda ho trovato risposta più di dieci anni dopo.

Ancora prima, nell’evoluta Europa, tra la fine degli anni’80 e i primi ’90, quando iniziai a frequentare il mare aperto e l’oceano, non erano molti, ma neanche così pochi, a pensare che le donne a bordo portassero sfortuna. La mettevano giù come battuta, come al solito, ma non s’interrogavano più di tanto. Erano più propensi a declassare un altro presagio infausto, il raggio verde: un fenomeno di rifrazione per cui il sole al tramonto spara un faro verdissimo nel cielo. Le cose cambiavano se la donna era la skipper. Allora le skipper erano ancora meno numerose dei maschi superstiziosi, ma avevano tutte una caratteristica in comune: erano femmine tostissime, capaci di mettere in riga fior di equipaggi riottosi.

Ne ho conosciute di skipper veramente toste. Due soprattutto. Le ho incontrate ad Amble, nel nord dell’Inghilterra. Erano le mie istruttrici di vela e di canoa. Una di loro mi insegnò a fare la gassa sotto tensione, il nodo che si usa anche per le scotte mentre i fiocchi cercano di esplodere nel vento. Pochi anni prima, le due skipper, erano partite con un veliero replica dalla Georgia del Sud per raggiungere l’Antartide, sulle orme di Shackleton.

Di questi giorni è la notizia che una donna sta tentando la circumnavigazione dell’Antartide in solitaria, per la prima volta nella Storia, ma raggiunge poche head-lines. In questo decennio vediamo regolarmente donne in plancia di comando, su navi militari e commerciali, sulle navi da crociera le donne con ruoli del genere oggi sono dal 5 al 22%, dipende dalle compagnie.

Per trovare una percentuale simile nel passato dobbiamo andare molto, molto indietro nel tempo. I ‘Gesta Danorum’, opera del XII secolo sulla storia dei danesi (così venivano chiamati i vichinghi dagli inglesi), sono zeppi di nomi femminili. Da allora in poi dobbiamo aspettare il XIV secolo per incontrare una donna nelle cronache della marineria: Jean de Clisson, che si batté nella Manica contro i francesi durante la guerra dei cento anni. Altri due secoli ancora e Sayyida al Hurra, nobildonna islamica, affronta il mare al fianco del pirata Barbarossa. Nei due secoli successivi sui vascelli intorno ai Caraibi le figure femminili si moltiplicano. Le più famose? Anne Bonny e Mary Read, divenute leggendarie.

Tutte queste donne erano donne pirata.

La pirateria aveva portato una innovazione: conteneva un nuovo modello sociale. Un modello che rifiutava le convenzioni che oggi definiremmo borghesi. Non contemplava coscritti, né dipendenti, tantomeno schiavi. Gli ostaggi che si univano ai pirati lo facevano per loro stessa richiesta. Tutti ricevevano una percentuale, amministrata secondo il ruolo. Il comandante veniva eletto ai voti dal resto della ciurma. Venivano decisi allo stesso modo strategie, assalti e arrembaggi. La democrazia cessava nel momento in cui si issavano le vele verso la prossima missione. Quello era l’unico modello sociale che consentiva a una donna di esprimersi in mare, come membro dell’equipaggio e, se ne avevano le capacità e venivano elette, come capitane.

Nelle tre spedizioni di James Cook sui registri di bordo non c’è una donna, neanche come cuoca, Ma, va detto, era l’epoca degli arruolamenti forzati. La polizia entrava nelle bettole e nelle carceri e prelevava promettenti marinai a suon di botte. Gli equipaggi messi su in quel modo erano decisamente peggiori di quelli dei pirati. I pirati s’imbarcavano volontariamente e, per aver scelto loro stessi la classe dirigente, rispettavano di buon grado la catena di comando. Dopo Cook, tra le spedizioni storiche, un nome di donna spunta mezzo secolo dopo sui registri del Beagle, il brigantino con cui Charles Darwin circumnavigò il pianeta. Si tratta di Fuegia Basket, una indigena della Terra dei Fuochi catturata e poi utilizzata come scout. Altri cinquant’anni e più di black-out e, finalmente, spiccano due donne, stavolta al comando. Una russa l’altra americana: Anna Ivanovna Shchetinina e Loretta Perfectus Walsh, capitane rispettivamente di una nave commerciale e di una nave militare. Subito consegnate al reparto ‘curiosità’ della Storia. Dobbiamo aspettare gli anni ’90 e duemila perché una donna al comando di navi di grosso tonnellaggio non sia più una stranezza.

Se una comandante su una nave da guerra o da crociera fa ancora notizia, la notizia vera passa quasi inosservata.

Le organizzazioni ambientaliste e umanitarie (le ONG) dispongono di vere e proprie flotte, composte da navi di considerevole stazza. Su quelle imbarcazioni, tra equipaggio e plancia di comando, la quota femminile supera di gran lunga quella delle navi da crociera. Seashepherd, Greenpeace e Sea-Watch schierano donne pronte ad affrontare le baleniere giapponesi nell’Oceano Meridionale, i narcotrafficanti nel Mare di Cortez, le forze speciali russe nell’Artico o a recuperare naufraghi in Mediterraneo. E a rischiare l’arresto. Tutto ciò per un ideale.

La più famosa in Italia è, neanche a dirlo, Carola Rackete.

Der Spiegel le ha dedicato la copertina: Captain Europe. Si è laureata in Germania in Scienze Nautiche e Trasporti marittimi nel 2011 e successivamente ha ottenuto la licenza di capitano dall’Agenzia Federale Marittima e Idrografica. Nel 2018 ha conseguito un master in Conservation Management presso la Edge Hill University in Inghilterra. È stata seconda ufficiale (una delle figure di comando), per due anni, al seguito di spedizioni scientifiche prima nell’Artico e poi verso l’Antartide per conto dell’ Istituto Alfred Wegener. È stata volontaria nella riserva naturale di Kronotsky, penisola di Kamchatka, Russia nord-orientale, e poi responsabile della sicurezza per Silversea Cruises, compagnia extra-lusso. Il suo primo incarico di prima ufficiale di coperta, un gradino sotto il capitano, lo ottiene sulle navi di Greenpeace e del British Antarctic Survey nel 2018. A giugno 2019, Carola Rackete accetta l’incarico di comandante sulla Sea-Watch 3, nave da 645 tonnellate di stazza lorda. Il resto è cronaca.

Ma la sua è una storia che ricorda l’unico romanzo di formazione scritto da Joseph Conrad. Ne ‘La linea d’ombra’ un giovane comandante al suo primo incarico deve decidere tra tante voci nella sua testa. Dalla sua scelta dipenderanno le vite a bordo. Nel giovane Conrad (il racconto è assai autobiografico) è la bonaccia a consegnare la nave al suo limbo, mentre la malaria rischia di decimare l’equipaggio. Nella Sea-Watch 3 sono i divieti italiani e le latitanze dell’EU a consegnare la nave a un limbo durato 14 giorni oltre le acque territoriali. E poi una serie di promesse. In entrambi i racconti non è solo la malattia fisica il problema, ma la saldezza mentale a bordo. Alla fine il capitano oltrepassa la linea d’ombra, quella linea fitta di dubbi e presagi, diventa adulto a tutti gli effetti e fa di testa sua, attendendo il carico delle conseguenze. Carola Rackete lo fa da vera capitana: accetta la possibilità di essere arrestata.

Lo sostiene il comandante De Falco (ce lo ricordiamo tutti, oggi è senatore) la Rackete ha fatto la scelta giusta, anche dal punto di vista delle leggi internazionali, che sono le uniche applicabili al mare, e che prevalgono su quelle nazionali. A suo avviso la capitana la Rackete non è imputabile neanche per la manovra che ha portato alla collisione. Manovra che, in ogni caso, non ha prodotto danni né feriti. L’ha dichiarato in questa intervista al Fatto. Il contenzioso è ancora aperto e presenta molteplici aspetti giuridici, molto più complessi – e con pareri autorevoli discordanti (1) (2) – di quanto la stampa non specializzata sia in grado di illustrare. Tuttavia Carola Rackete è solo una delle numerose donne al comando di navi delle ONG.

Sulla Rainbow Warrior, di Greenpeace, troviamo Hettie Geenen, olandese. Hettie va per mare dall’età di 13 anni ed è entrata a far parte di Greenpeace nel ‘99 come terza ufficiale di bordo, conducendo operazioni dalla Russia alle Filippine. In una intervista ha detto:

“Quando le autorità delle Filippine entrano a bordo e mi chiedono del capitano io dico: mi dispiace, sono io il capitano. Restano tutti molto umiliati e si scusano a loro volta. Non si aspettano una donna.”

Su Esperanza e Arctic Sunrise, le altre due navi di Greenpeace, come seconda ufficiale troviamo Karin Björk, finlandese, un passato da comandante nelle compagnie da crociera.

La flotta di Seashepherd è molto più consistente di quella di Greenpeace, ma il trend è identico: al timone della Ocean Warrior c’è Luisa Albera, prima ufficiale di coperta. Sulla Sam Simon, nella operazione Relentless (2013-2014) la prima ufficiale è Wyanda Lublink, skipper, istruttrice subacquea, una carriera nella Marina Militare Olandese. Negli anni successivi è lei la capitana al comando della Steve Irwin e della Brigitte Bardot, sempre navi di Seashepherd.

E poi c’è Pia Klemp, di Bonn, biologa e istruttrice subacquea. Nel 2011 è nell’equipaggio di Seashpherd sulla Steve Irwin, poi della Bob Barker, della Sam Simon e della Brigitte Bardot, come cuoca, rescuer, boat manager e infine prima ufficiale di coperta. Ha preso parte a missioni come la Operation Milagro, un disperato, struggente tentativo di salvare dall’estinzione la vaquita, o focena messicana, fronteggiando i narcotrafficanti. Ottiene il comando di due navi di soccorso nel Mar Mediterraneo per le ONG tedesche Jugend Rettet e Sea-Watch. Ha tratto in salvo oltre un migliaio di migranti con la Iuventa, sequestrata dalle autorità italiane nel 2017. In Italia è indagata per complicità con i trafficanti di esseri umani, suscitando l’indignazione della rete.

Impossibile fornire un report esaustivo e aggiornato sulle donne in mare con le ONG, sui loro ruoli: gli equipaggi si avvicendano continuamente e le posizioni di comando cambiano.

Ma consentitemi questo: cercare donne comandanti, oggi, è un po’ morboso. Sono gli equipaggi a fare la nave. La giusta osservazione è che tra cuoche, subacquee e addette in coperta, di donne nelle ONG ce ne sono più che nelle altre marine, commerciali e militari. A una di queste ragazze abbiamo dedicato un articolo: Raffaella Tolicetti preparava i pasti per l’equipaggio di Seashepherd mentre la sua nave veniva speronata dalle baleniere giapponesi. Il suo ruolo, sfamare l’equipaggio nei pressi dell’Antartide, non era meno cruciale di quello di un/a comandante.

Qualcuno si dovrà rassegnare, le donne in mare con le ONG portano fortuna. Soprattutto al pianeta. Non cercano una remunerazione, né una solida carriera. Sono volontarie, o al massimo retribuite con cifre simboliche. Fanno quello che fanno perché ci credono. Sono donne che credono che il pianeta e il mare, con tutto quello che c’è dentro, valga più della difesa dei confini, o di una caparbia ascesa all’interno di una marina commerciale. Si battono spesso con le leggi locali, con situazioni e climi che la maggior parte di noi giudicherebbe impossibili. Il mare sta cambiando ma per fortuna non solo per la microplastica e l’emergenza climatica, c’è una parte di protagonisti del mare che sta cambiando gli scopi stessi della grande avventura marina.

Facciamo un passo indietro. Nella Storia e nella letteratura di mare incontriamo decine di capitani Achab, di Bligh, maschi sulfurei ossessionati dalle sfide, sempre in competizione con altri comandanti, con gli elementi, con i mostri marini. Con loro stessi.  Era l’epoca in cui si ‘curava’ il mal di mare facendo ingurgitare ai marinai nauseati abbondanti sorsate di acqua salata, e la disciplina veniva imposta a suon di frustate. Un aspetto, questo della marineria del passato, da dimenticare. O forse dimenticato troppo in fretta. C’è chi rimpiange il passato come età della perfezione. Idea dura a morire, come d’altronde l’idea leibniziana che sia sempre il presente il migliore tra i mondi possibili.

Chi può avere nostalgia del LORAN, o del vecchio GPS che sgarrava di decine di metri (cosa assai spiacevole quando si cerca un relitto in profondità), o delle durissime tradizioni di un tempo? O i cerotti transdermici quando affronti onde di 8 metri e sei su una barca a vela? Saper ridere di vecchie superstizioni e luoghi comuni, fino a ieri ben radicati tra la gente di mare, è parte di un risveglio. La quota femminile aumenta e fa sentire  la sua presenza in una marineria sempre più ambientalista e umanitaria. Le donne che scelgono la vita in mare mostrano grande consapevolezza e determinazione.

Ma anche una buona dose di autoironia, come in questo video.

https://www.captaincooksociety.com/home/detail/a-table-of-the-crew-of-cook-s-three-voyages-1768-1779

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *