Piccoli parassiti, grandi problemi

© David Scharf – Science Photo Library

L’amore incondizionato per la Natura mi porta spesso a cercarla per potervi passare qualche ora o, se possibile, qualche giorno. Sono sicura che una buona parte di voi mi capirà perché, probabilmente, farà lo stesso, ma l’articolo di oggi è rivolto ad un pubblico più ampio, ovvero anche a chi semplicemente attraversa un parco urbano, un’aiuola o un giardino incolto, e in generale a chiunque, volente o nolente, entri in contatto con piante o animali di sorta.

Non sto parlando del benessere che si può trarre dalla vicinanza col verde, bensì da ciò che potenzialmente si potrebbe contrarre da alcuni suoi abitanti: le zecche. In alcuni periodi dell’anno aumentano le probabilità di essere punti, così come alcuni ambienti nascondono più insidie di altri; tutte le notizie che saranno fornite di seguito non sono assolutamente volte a scoraggiare nessuno dal trascorrere del tempo outdoor, bensì ad informarvi su semplici ed importanti precauzioni che potrebbero risparmiarvi molti fastidi.

Dai report Comunitari sulla sanità pubblica emerge che i casi registrati di puntura da zecche sono sempre più numerosi, così come le profilassi antibiotiche prescritte per debellare i patogeni che trasmettono. Per alcuni di voi sembrerà un discorso fuori dal mondo, ma dovete sapere, invece, che molte malattie da zecca sono addirittura endemiche in Europa e la loro diffusione cresce ogni anno per l’aumento delle zone a rischio. Oggi l’attenzione è così alta che si monitora la presenza delle specie pericolose per l’uomo a livello internazionale, producendo mappe di distribuzione consultabili online sul sito dell’ European Centre for Disease Prevention and Control. Sebbene la maggior parte delle zecche sia specializzata per parassitare solo alcuni gruppi animali, ricordate che, in caso di necessità, nulla impedisce loro di pungere un ospite insolito e casuale come l’uomo.

Prima di cominciare ad allarmarci senza motivo, cerchiamo di conoscere questi animali, cominciando col classificarli, inquadrandoli nel grandissimo phylum degli Artropodi, ed in particolare nella classe degli Aracnidi, ordine Acari; nel sottordine dei Parasitiformes, troviamo le tre famiglie di zecche, ovvero Argasidae (zecche molli), Ixodidae (zecche dure) e le meno conosciute Nuttalliellidae. Tutto questo per farvi intuire la stretta parentela con gli acari prima, e i ragni poi, ma ancor di più per sottolineare la loro natura di parassiti. Questa brutta parola non fa altro che descrivere un tipo di simbiosi tra due animali, in cui uno trae vantaggio e l’altro svantaggio dalla relazione. In particolare, le circa 900 specie di zecche si possono inquadrare tutte come ectoparassiti ematofagi di vertebrati, ovvero ospiti esterni che si nutrono succhiando il sangue di animali con una struttura scheletrica interna, da cui dipendono totalmente. La dimensione di questi animali varia da 0.5 a 15 mm, a seconda della specie e dello stadio di sviluppo, ma dopo un pasto di sangue possono arrivare a misurare anche 20 o 30 mm, tendendo al massimo il loro tessuto epiteliale appositamente elastico.

Come tutti i parassiti ematofagi, anche le zecche sono munite di un apparato boccale, pungente e succhiante, altamente specializzato; non pensate di paragonarlo alla banale cannuccia delle zanzare, perché vi stupirà sapere quanto invece è evoluto. Le appendici boccali sono trasformate in un rostro adatto a perforare e munito di uncini retroversi che permettono al parassita di attaccarsi nelle carni dell’ospite e di rimanervi letteralmente ancorato; per sigillare ancora meglio questo legame, la zecca produce una sostanza cementante che gli mantiene incollata la testa in posizione verticale. Ulteriori sostanze sono secrete e inoculate nella pelle del malcapitato per fluidificarne il sangue da succhiare (anticoagulanti) e per poter passare inosservati durante il pasto, con un effetto lenitivo (immunodepressivi ed antinfiammatori). Questa è una delle due fasi critiche di trasmissione delle cosiddette malattie da zecca, poiché avviene uno scambio di fluidi potenzialmente infetti, ovvero contenenti patogeni acquisiti durante un altro pasto, su un altro animale. Ciò vuol dire che il parassita è un vettore di malattie e non una causa diretta, risultando dannoso solo se precedentemente alimentatosi su un animale malato. Ci tengo a precisare che, in effetti, nessun parassita ha interesse che il suo ospite muoia poiché finirebbe di trarne vantaggio; se questo avviene è perché insorgono complicazioni o vi è un’infestazione eccessiva o, semplicemente, non si tratta di un parassita, bensì di un parassitoide. L’altro momento critico per contrarre malattie è rappresentato dalla fase digestiva, quando la zecca rigurgita parte del sangue succhiato, ovvero immettendo altri liquidi potenzialmente infetti nell’ospite di turno.

Passiamo ora al ciclo vitale di questi parassiti, in modo da completare il nostro quadro di conoscenze utili a comprenderne la biologia e il suo rapporto di simbiosi con i vertebrati. Normalmente si parla di un ciclo vitale che si completa in due o tre anni su altrettanti ospiti, ma condizioni climatiche ottimali e buona disponibilità di animali da parassitare abbreviano di molto questo lasso di tempo. Le zecche attraversano 4 fasi distinte di sviluppo: uova, larva, ninfa e adulto; per mutare allo stadio successivo o per deporre le uova, necessitano di un pasto di sangue. Le numerose uova, deposte in primavera, diventano larve in 2 o 4 settimane; queste, nutrendosi su animali di piccola taglia, come topi e uccelli, divengono ninfe e adulti che, invece, prediligono ospiti più grandi. Sfatiamo ora il mito di zecche volanti o campionesse mondiali di salto in lungo: esse si appostano sulla parte apicale della vegetazione e lì attendono il passaggio di un animale per potervisi aggrappare. La loro grande abilità, oltre l’arrampicata, risiede sicuramente nel captare la presenza di potenziali ospiti tramite la naturale emissione di calore e anidride carbonica di un corpo. La copertura vegetazionale, quindi, è determinante per la presenza di zecche, e, per estensione, lo è anche l’umidità, da cui dipendono le piante stesse; un altro fattore importantissimo è la vicinanza con animali da parassitare. Gli habitat primari saranno quindi costituiti da boschi, pascoli, stalle e recinti, ma ciò non esclude tanti altri ambienti, anche molto improbabili. Questi parassiti generalisti, infatti, sono presenti in tutto il mondo, in quasi tutti i territori, riuscendo anche ad adattarsi a temperature sotto lo zero con letargo o ibernazione.

Ma quali sono queste malattie così temute? Nel nostro Paese presentano rilevanza epidemiologica l’encefalite da zecca o Tbe (causata da virus), la malattia di Lyme (causata dal batterio Borrelia), la rickettsiosi, la febbre ricorrente da zecche, la tularemia, la meningoencefalite da zecche e l’ehrlichiosi. L’eziologia di queste patologie viene indagata con specifiche analisi del sangue per trovare protozoi, batteri e/o virus, a seconda del parere del medico e di eventuali sintomi insorti a seguito della puntura. Nella maggior parte dei casi, una tempestiva terapia antibiotica risulta efficace e risolutiva, ma possono insorgere complicazioni in caso di diagnosi tardiva o soggetti con condizioni di salute non ottimali. La malattia di Lyme risulta oggi essere la più abbondante patologia da zecca in Europa, con un’incidenza di gravi disordini del sistema nervoso nel 10% delle persone infette; la Tbe, invece, causa infiammazioni del cervello in circa il 25% dei casi registrati, con un tasso di contagi in costante aumento in tutto il Continente.

Quello che sicuramente dobbiamo evitare di fare, in caso di puntura, è di non sottovalutare la situazione, rimuovere la zecca il prima possibile e monitorare il nostro stato di salute per 40-60 giorni, evitando di assumere antibiotici ad uso sistemico per non mascherare eventuali segnali. Può capitare che in alcuni soggetti la malattia risulti presente, ma asintomatica, per poi diventare cronica; per questo motivo è sempre bene farsi le analisi in ospedali o centri specializzati sulle malattie infettive, in modo da scongiurare ogni rischio di problemi futuri. Ora che conoscete l’efficacia dell’apparato boccale delle zecche, capirete bene quanto sia complicato estrarre il parassita dalla pelle, senza che il rostro o l’intera testa vi rimangano ancorate all’interno. La rimozione va effettuata seguendo rigorosamente delle precise regole, volte a ridurre la possibilità che la zecca, per la sofferenza indotta, rigurgiti liquidi potenzialmente infetti nel nostro organismo; per questo è importante evitare qualsiasi sostanza o situazione per lei nociva (alcool, ammoniaca, oli, fiammiferi, cere), afferrarla con pinzette dalle punte sottili, il più possibile vicino alla nostra pelle (non per l’addome), per poi tirare delicatamente verso l’esterno con un movimento rotatorio che sganci gli uncini del rostro dalle carni.

Invece, per ridurre al minimo la possibilità di entrare in contatto (letteralmente) con questi parassiti, basta seguire il principio di prevenzione con pochi semplici consigli: vestirsi con abiti lunghi, possibilmente chiari, per facilitarne l’individuazione; non toccare l’erba lungo i sentieri, soprattutto se alta ed incolta; controllarsi sempre alla fine di ogni uscita nel verde, con un attento esame tattile e visivo; utilizzare repellenti specifici; spazzolare e poi lavare gli indumenti indossati durante le escursioni. Detto questo, mi tiro su i calzini lunghi, allaccio gli scarponcini e parto per la mia prossima escursione nel verde.

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