Una nuova direzione

Spetses, Grecia © Vittoria Amati

Quando prendete una decisione qual è la vostra scaletta? Ad esempio sapere che le spiagge di isole lontane nel pacifico o nell’indiano sulle quali abbiamo sognato di affondare i piedi nudi nel viaggio di una vita adesso sono diventate argini alla plastica sospinta dalle onde, che reazione vi stimola? Arrabbiata, furente, apatica, risoluta?

Forse la prima volta scrollate le spalle, la notizia è esagerata. La seconda, volete controllare la fonte perché non vi fidate del criterio dello scienziato. La terza, pensate che sia un problema locale, sporcano loro perché non hanno inceneritori. La quarta, è un concentrato delle solite scuse che avete sempre usato per evitare di affrontare i grandi problemi: devo lavorare, non ho tempo, devo portare i bambini al calcio, tanto il mio angolo di spiaggia in Puglia è pulito, non ho vita sociale pensa te se adesso posso perdere tempo dietro il problema della plastica, ma gli enti e i governi che cosa fanno?

Ma quando per l’ennesima volta leggete la stessa notizia che nel frattempo (le scuse vi hanno fatto guadagnare già qualche anno) è diventata di portata catastrofica e i rapporti ONU e di varie Università del Pianeta lo confermano, quale altra scusa potete trovare?

Semplicissimo, niente più scuse? La notizia non esiste.

Perché se la notizia fosse vera, se veramente stessimo distruggendo il meglio che la natura ha da offrirci dopo avere faticato miliardi di anni per crearla, dovremmo aprire gli occhi sulla realtà e decidere cosa fare per cambiare il nostro stile di vita.

Scrivo per dirti che non sei l’unico a volere cambiare il tuo stile di vita e non sapere da dove cominciare. Ero rimasta anch’io al bivio e senza scuse. Di più. Ero rimasta addolorata. Ho un taccuino che si chiama TRAVEL & SEA NOTES sul quale per anni ho ricopiato (perdendo tempo) tutte le migliori destinazioni subacquee nel mondo. Le ho prese dalle interviste di altri fotografi, riviste di subacquea, consigli di amici fotografi e subacquei.

Maldive © Vittoria Amati

Adesso lo guardo e mi fa pena perché rimane chiuso, sigillando tutti i miei sogni di avventura. Ho visto il mare vergine delle Maldive nel 1978, aperto al turismo solo da pochi anni. Sulla spiaggia giocavo con i bambini, raccoglievo conchiglie straordinarie e osservavo i piccoli di squalo che nuotavano vicino alla riva. Sulla sabbia c’erano alghe, pezzi di coralli rotti e conchiglie. Oggi su un’isola dove sono spiaggiate flip-flop, pettini senza denti, bambole calve con le orbite vuote, spazzolini per i denti, cannucce e bottiglie di coca-cola, non ci affondo i piedi, non parto. Quando trovi sulla spiaggia lo scheletro o un pezzo di ‘cosa marina’ fai un salto ma riesci a relazionarlo a qualcosa che è vissuto, istintivamente rimanda a qualcosa di noto che appartiene alla catena alimentare, ma quando incontri un pezzo di plastica, questa ti rimanda a un futuro alieno senza coordinate.

La plastica ci sta destinando a una paralisi dei cinque sensi, costringe a non annusare, non sentire, non toccare, non assaporare, non vedere. Ci spinge con le spalle al muro in una dimensione dove tutti i ricordi dei profumi della natura scompaiono; è pretendere che il profumo del Natale sia un albero di plastica con la neve sintetica invece di un abete che trasuda essenza di resina e foresta, dagli aghi.

Ma perché si parte? Forse per trovare un posto più lindo e silenzioso di casa propria, dove svuotarci dai pensieri mondani e ricevere dal vento che spira dal mare quelle intuizioni che ci spingono nella direzione esistenziale giusta.

Lo hanno chiamato ‘Nature Deficit Disorder’, descrive il malessere che colpisce i giovani che vivono nei centri urbani che risparmia, invece, i loro coetanei in campagna. Ma neanche gli adulti sono adattati meglio a vivere nelle grandi città: manca la brezza eloquente, il cielo è appannato, le strade crescono muffa e batteri all’ombra dei grattacieli. Il fatto che l’acqua dei fiumi e dei laghi in Europa dove arrivano gli scarichi testino positivi alla cocaina, alle anfetamine, all’estasi, alla ketamina tanto da rendere le anguille iperattive e i gamberetti cocainomani, dovrebbe fornire la prova eloquente che questa meravigliosa vita in mezzo alla plastica è così artificiale che serve la droga per mandarla giù. Ma questo non è il problema.

Il problema è come uscire dal cerchio di fuoco delle abitudini e dei condizionamenti. Il sistema è forte e determinato: usa la pigrizia dei consumatori per trasformarli in clienti perpetui. Opera un incantesimo.

Bisogna trovare molta forza interiore per rompere il cerchio e puntare alla libertà e alla felicità a cui abbiamo diritto. Decidere oggi di ridurre l’uso della plastica dal nostro quotidiano, però, va oltre le gratificazioni: è un imperativo morale.

Il consumo della plastica segna il momento in cui siamo diventati dipendenti dagli oggetti prodotti dall’Industria invece che dagli artigiani e dalle nostre mani, è il confine dove si arresta l’espansione dell’Antropocentrismo avendo imboccato la direzione di sviluppo sbagliata che ci ha rivomitato addosso, tutto quello che non è riuscita a digerire.

Non c’è niente di più deprimente, decadente e grottesco di un oggetto di plastica che ha perso il suo padrone e la sua funzionalità.

La mentalità usa e getta è tramontata, fallita, responsabile di un danno alla salute umana e all’ambiente incalcolabile.

Richard Thompson dell’Università di Plymouth è lo scienziato che ha coniato per la prima volta il termine ‘microplastica’ quei frammenti infinitesimali, fino a cinque millimetri, che si staccano dalla plastica in degenerazione o che come microsfere, fino a un millimetro, sono ingredienti inclusi dalle industrie nei prodotti di bellezza e cosmesi. Altro campione di microplastica è quella che si stacca dalle fibre sintetiche dei tessuti che laviamo in lavatrice e, espulsa verso il mare, filtrata e digerita dagli organismi marini entra nella catena alimentare su, su, fino a saturare il pesce che consumiamo.

Ma l’abilità della microplastica di viaggiare è ancora molto più sinistra, come ha registrato la scienziata Stephanie Wright con la sua apparecchiatura sul tetto del King’s College di Londra durante un esperimento dove ha potuto calcolare che il numero di particelle che si depositano sulla superficie al Mq² al giorno sono circa 700, per un totale di 2 miliardi di particelle ogni 2.5 Km² ( 1 square mile) sulla città.

Se le particelle che ingeriamo attraverso la catena alimentare sono preoccupanti per la nostra salute, ancora più preoccupanti sono quelle che si depositano nel nostro piatto cadendo dall’atmosfera che ci circonda. Ma come finisce la microplastica nell’aria? Al microscopio hanno scoperto essere in massima parte filamenti acrilici e di poliestere, e qui i colpevoli sono nuovamente i capi sintetici che indossiamo. Una persona comune ingerisce e inala in media 120,000 particelle di microplastica all’anno, rendendola soggetta a contrarre, prima di tutto, una gamma di malattie che interessano le vie respiratorie e poi probabilmente le stesse disfunzioni che gli scienziati hanno notato nei pesci contaminati.

La produzione di massa di plastica è iniziata negli 40’ e si è diffusa velocemente tra le popolazioni più destituite grazie al loro bassissimo prezzo. Forse è questa la ragione, voi penserete, che oggi molti dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo si ritrovano inquinati da tonnellate di plastica.

Il 10 maggio scorso a Ginevra alla fine di una convenzione sponsorizzata dalle Nazioni Unite, è stato siglato da 186 nazioni con l’esclusione degli Stati Uniti un accordo per il controllo del traffico dei rifiuti tossici, di plastica, e dei prodotti chimici pericolosi.

Prima di tale accordo qualsiasi paese poteva esportare e scaricare presso società private di smaltimento un misto di rifiuti non-riciclabili senza l’approvazione del governo di quel paese. Da quando la Cina ha chiuso le sue frontiere al riciclo di rifiuti dagli Stati Uniti, gli osservatori internazionali tra i quali GAIA (Global Alliance for Incinerator Alternatives) uno degli sponsor della Convenzione ha notato un aumento di accumulo di rifiuti, nell’ultimo anno, ai confini di villaggi dell’Indonesia, Tailandia e Malesia.

La maggior parte dei rifiuti proviene dalle economie del Primo Mondo perché possono smaltire con la tecnologia attuale, nei migliori dei casi, solo una percentuale di materiale ‘pulito’, non contaminato. A maggio scorso la Malesia ha deciso di rispedire ai mittenti i 60 contenitori con 3000 tonnellate di rifiuti proveniente dagli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Arabia Saudita e Canada. Quello che, ad esempio, i cittadini inglesi hanno creduto fosse riciclato in patria è in verità trafficato illecitamente molto distante da loro attraverso canali non governativi che fino all’approvazione della Convenzione si prestavano a farlo per loro.

Smaltire è una parola fuorviante: hanno piuttosto depositato la nostra spazzatura indistruttibile accanto alla porta di una generazione di famiglie asiatiche che non consumano ai nostri livelli occupando i loro spazi. Ed è sufficiente un monsone stagionale di quelli forti come li confeziona adesso il cambiamento climatico per fare scivolare tutto verso il mare.

Thailandia, dentro una discarica © Vittoria Amati

Si è parlato molto della bontà degli inceneritori, soprattutto del modello svedese, come una soluzione al problema. Approfondendo il tema si scopre che gli svedesi hanno cominciato a collegare la città all’inceneritore in quello che viene chiamato ‘district heating’ già dagli anni 50’. L’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti offre riscaldamento ed energia elettrica alle case collegate mentre il metano prodotto dai rifiuti organici muove i bus cittadini, la flotta di camion della spazzatura e i taxi.

Quattro tonnellate di rifiuti sprigionano l’energia equivalente a 1 tonnellata di petrolio, a 1.6 tonnellate di carbone e 5 tonnellate di legna. Soluzione trovata?

Qui si apre uno scenario matematico complesso quando si calcolano le emissioni prodotte. Cosa conviene di più? Se gli svedesi dovessero importare il carbone o il petrolio per scaldare il paese d’inverno dovrebbero calcolare anche le emissioni prodotte durante il trasporto delle materie. In un certo senso bruciare localmente conviene ma solo se l’energia viene spesa e non riemessa nell’atmosfera. Questo discorso dell’inceneritore, quindi, è applicabile solo in quei paesi a climi freddi o molto organizzati (il Giappone è un altro di questi) dove viene tenuto sotto controllo anche quel 4% di gas di scarico composto da metalli pesanti e tossine che gli svedesi smaltiscono sotterrandolo nelle miniere di calce in Norvegia.

Ma a prescindere dalla tecnologia di smaltimento quello che serve implementare è la tecnologia per riciclare la più alta percentuale di rifiuti puntando sulla mutua collaborazione tra governo e cittadini. E in questo caso la Svezia è di nuovo virtuosa con 1.6 tonnellate di rifiuti riciclati nel 2015.

E veniamo a Roma. Sarete ormai familiari con le immagini postate sui social dai romani dei marciapiedi dei loro quartieri sommersi dai rifiuti indecenti e maleodoranti? E’ un disagio senza soluzione che sta andando avanti da qualche anno.

Meno di un mese fa sono entrata nella farmacia accanto al mio ufficio a Roma. Mentre pago per la scatola di medicine dico alla farmacista ‘grazie ma niente plastica’. Era pronta a ripetere quel gesto meccanicamente coma fa da anni, da quando ha aperto la farmacia. Allora sento di dover perdere almeno cinque minuti di tempo per spiegarle che sono sorpresa dal fatto che ancora in farmacia si diano via i piccoli sacchetti di plastica dove entra solo una confezione di medicine. Mono uso in flagrante. Le dico che in Inghilterra le persone la metterebbero semplicemente in borsa. Lei mi guarda stupita, scrolla la testa e mi dice – ‘ah qui è una cosa impensabile da chiedere e da fare” – e con questa risposta ho capito la farmacista più di quanto avrei potuto se l’avessi conosciuta da anni.

Non le ho chiesto di leggere un report delle Nazioni Unite sull’inquinamento del mare, le basterebbe connettere il cervello quando gira l’angolo e lo trova ostruito dalla montagna d’immondizia che fuoriesce dai cassonetti.

Nello stesso momento in cui Roma langue nell’inerzia, l’aeroporto di San Francisco, Stati Uniti vieta, a partire dal prossimo 20 agosto, la vendita delle bottiglie d’acqua in plastica mono uso. E la ragione per la decisione è che oggi é possibile considerato che ci sono alternative che in passato non esistevano.

Quel che definisce oggi una persona a prescindere dal suo orientamento politico, religioso, di casta o economico è un semplice fattore: usa ancora la plastica o ha ridotto il suo consumo. Tutto il suo carattere, la sua intelligenza, la sua determinazione è in questa scelta.

Possiamo dire ad esempio che una persona che usa ancora la plastica è una persona che non ama il mare, non ha mai visto un deserto o un argine di fiume sporcato da brandelli di buste di plastica, è superficiale e non approfondisce le notizie, è ottuso e vive ristretto nel suo piccolo spazio, non crede nel potere del cambiamento, non ama il suo prossimo, non ragiona con la sua testa. E’ una persona, in breve, tarda e cieca come la farmacista di Via Baccarini a Roma.

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