Clima: emergenza senza una politica mondiale condivisa

Uragano Dorian – © ESA/NASA – L. Parmitano

Nella mia libreria c’è un volumetto che grida vendetta. S’intitola:

Dissesto ecologico

Fame e insicurezza nel mondo.

Esploro la copertina per voi. In alto c’è scritto Repubblica Italiana. Poi, Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Poi, Ministero dell’Ambiente. Infine l’autore: Mario Pavan, accademico e Ministro dell’Ambiente. Ci ha lasciati nel 2003. L’indignazione ricomincia quando rileggo la data a piè di copertina: 1987.

È  un testo ufficiale, redatto in occasione dell’Anno Europeo dell’Ambiente indetto dalla Comunità Europea, ora Unione. Morte dei coralli, alluvioni, siccità, carestie, migrazioni di massa, rivoluzioni e rischio terrorismo sono tutti lì dentro, in 166 pagine rilegate in brossura. Sono lì che gridano da trentadue anni.

La relazione presentata lo scorso 8 agosto dall’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) non ci dice nulla più di ciò che sapevamo. Ci ricorda che in quel grosso casino sul quale la scienza ci aveva messi in guardia da trent’anni almeno, ci siamo finiti davvero.  Ci siamo finiti perché i problemi immediati erano sempre altri. I politici in sella sono stati sempre abilissimi nel trovare altre urgenze da risolvere. Una volta erano la minaccia sovietica e la crisi energetica. Oggi sono terrorismo islamico e immigrazione. Su queste ultime due calamità eravamo stati avvisati dalla scienza con largo anticipo: i ricercatori parlavano di un caos alle porte, di disgregazione delle entità ‘stato’ nell’area mediorientale e africana, di interi paesi alla mercé di bande, bande di disperati. Ora che il caos inizia a sfiorarci vediamo nel suo effetto e non nella sua causa, ben più grave, l’allarme prioritario.

Se avessimo abbandonato i fossili, soprattutto il petrolio, e certe pericolose, acrobatiche relazioni mediorientali, oggi nessuno avrebbe paura di camminare per il centro di Parigi o sul lungomare di Nizza. Non avremmo avuto l’11 settembre, né centinaia di milioni di profughi che lasciano le campagne perché non c’è più acqua per irrigare i campi. Non avremmo gente che scappa da guerre e rivoluzioni, scatenate da una politica globale miope e spietata. La pressione demografica di queste popolazioni ha innescato un effetto domino. Quelle che cadono tra i nostri piedi, ad infastidirci, sono solo le tessere periferiche di un set gigantesco, che ha già visto collassare l’una dopo l’altra centinaia di milioni di tessere.

Ma i ghiacciai dell’Antartide e della Groenlandia che letteralmente evaporano, e la scomparsa del permafrost (che libera enormi quantità di metano, altro gas serra) sembrano, alla luce di altre emergenze minori, un problema remoto, che non ci può riguardare più di tanto, come se non bastassero le tempeste sempre più violente, veri e propri uragani che si abbattono su latitudini incongrue: in Germania, a New York per ben due volte, nel bellunese e nel Tirreno, giusto per citare alcuni dei disastri sulla porta di casa.

Zermatt – Svizzera

Chissà che effetto fa sapere che in Svizzera, nella notoria Zermatt ai piedi del Cervino, c’è stata un’alluvione senza pioggia. Un fiume d’acqua, fango e detriti ha invaso la ridente località turistica senza preavviso e, fortunatamente, senza vittime. I geologi hanno individuato nella sua causa lo scioglimento di un ghiacciaio che conteneva un lago sotterraneo. Una volta disciolto il muro di giaccio che lo conteneva, il lago ha tracimato verso valle.

Sembra sia la Svizzera il paese alpino più colpito dall’ultimo macroscopico evento climatico, ma forse è stato solo il primo, tra i paesi alpini, a preoccuparsi di raccogliere e analizzare subito i dati. Secondo Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, i ghiacciai svizzeri hanno perso 800 milioni di tonnellate di massa, in meno di quindici giorni. Il tempo di due ondate di calore. Tradotto in acqua, è la portata di quasi sei giorni di flusso ininterrotto del fiume Po alla sua foce.

Se anche la vicinissima (ma ricca) Svizzera lascia qualcuno indifferente, è bene ricordare che dai suoi ghiacciai nascono i più grandi fiumi europei, come per esempio il Reno ed i suoi due maggiori affluenti: l’Aar, che sgorga dai ghiacciai bernesi, e il Thur, che nasce dai ghiacci del Canton San Gallo. Sul Reno e la sua valle un paese come la Germania ha costruito nei secoli il suo solido benessere. Sempre in Svizzera nasce il Rodano, dall’omonimo ghiacciaio, ci tornerò più avanti, poi l’Inn, il più importante tributario del Danubio. E il Ticino, che alimenta il bacino del Lago Maggiore prima di gettarsi nel Po. La vita di tutti questi fiumi, laghi e valli, la vita delle popolazioni che ne beneficiano è strettamente legata a dei ghiacciai che non possiamo più chiamare eterni. Si stima che in tutto l’arco alpino le nevi perenni resteranno solo sopra i 3500 metri. Ma è di questi giorni la notizia che il ghiacciaio di Les Deux Alpes, in Francia, è stato chiuso agli sciatori per la prima volta nella sua storia: si sta letteralmente spappolando, parliamo di una coltre di ghiaccio e neve a ben 3600 metri di quota. Sul ghiacciaio del Rodano, da cui ha origine l’omonimo fiume, il più importante della Francia, sono stati stesi dei teli. Circa 20.000 metri quadrati di bianche lenzuola per proteggere dal calore atmosferico la porzione di ghiaccio più a rischio. Questa, come altre prove di coraggiosa resistenza, annunciano una seria preoccupazione interna per la più grande ricchezza strategica della Svizzera: l’acqua.

Il 60% dell’energia consumata dal paese viene dall’idroelettrico. Il 32% dal nucleare ed il restante dal fossile. Un paese virtuoso, se vogliamo (almeno per quanto riguarda la CO2) ma che per quanti sforzi faccia non è immune dal riscaldamento globale.

Contro l’emergenza climatica non ci sono muri di confine.

Questo è stato scritto nel rapporto dell’ IPCC, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO) e dall’United Nations Environment Program (UNEP) rappresenta la volontà delle Nazioni Unite di fornire ai governi mondiali un quadro scientificamente accurato sul cambiamento climatico, sui suoi potenziali impatti ambientali e socio-economici. Il rapporto contiene dei caldi suggerimenti sull’utilizzo del nostro polmone verde, le foreste, nostra ultima speranza. Ci ricorda che gli animali d’allevamento non solo tolgono acqua e cibo agli esseri umani e foreste all’atmosfera, ma producono a loro volta CO2 e metano, altro gas serra, in quantità enormi. Ci ricorda che dovremmo mangiare meno prodotti animali e rispettare le paludi e le mangrovie, e che dovremmo piantare più alberi possibile. Ci ricorda che, se non invertiamo immediatamente la rotta, gran parte del nostro pianeta diventerà un luogo ostile. Allora sì che i flussi migratori saranno insostenibili, impossibili da arginare.

Stiamo facendo l’opposto.

I vari Trump e Bolsonaro, l’uno negazionista del riscaldamento globale, l’altro anche deforestatore dell’Amazzonia come nessun altro prima, ci stanno portando dritti al punto di non ritorno, senza neanche soffrire l’isolamento politico che meriterebbero. Gli incendi forestali in Brasile, specialmente in Amazzonia, dall’inizio dell’anno ad agosto sono aumentati dell’82% rispetto allo stesso periodo del 2018. L’agenzia spaziale brasiliana (INPE) ne ha registrati 72.000 da gennaio. Sono i numeri più alti dal 2013, da quando cioè sono iniziate le rilevazioni. Si tratta per lo più di incendi dolosi. Gli esperti sostengono che la mancanza di controlli e l’ampia possibilità di farla franca da parte degli incendiari sta portando la regione amazzonica ad una deforestazione esponenziale. Questo accade mentre l’ IPCC ci ricorda che la soluzione può essere trovata solo in una intesa globale. Il contributo del singolo è importante, crea cultura e consapevolezza, ma non può da solo contrastare le enormi emissioni di Stati Uniti, India e Cina, tra i quali l’approccio più preoccupante viene dall’America di Trump. Mentre la Cina sta facendo qualche sforzo contro CO2 e polveri sottili, spinta da una vera emergenza sanitaria locale, l’amministrazione Trump licenzia i ricercatori colpevoli di aver redatto studi scientifici che provano l’origine antropica del riscaldamento globale.

L’Australia ignora l’ONU e si consegna al carbone.

Anche in Australia la priorità interna è il freno all’immigrazione, mentre prosegue il piano scellerato di un terminale per il carbone dritto sulla Grande Barriera Australiana. Sembra una condanna definitiva: il corallo morirà lo stesso. La sparata di Trump di voler acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, mentre i suoi ghiacci fondenti stanno diffondendo miliardi di metri cubi d’acqua in mare, dieci in un giorno solo, apre per tutti noi una finestra sull’agenda reale: lo sfruttamento dell’Artico in previsione dello scioglimento dei suoi ghiacci. Qualcuno considera l’evento una grande opportunità. Ma la faccenda è estremamente destabilizzante, non solo per il clima. In questa distopica big picture l’Artico è teatro di una pericolosa escalation militare da parte di Russia e USA, che coinvolge volentieri la NATO nei suoi scopi, mentre la Cina, affamata di materie prime, ha già messo gli occhi sulle rotte artiche, ormai pervie, e sulle risorse minerarie della Groenlandia con più offerte, tra le quali costruire un aeroporto. Tutto lascia intendere che rallentare l’emergenza climatica non rientri nei piani strategici dei paesi più potenti del mondo. In Italia il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, è intenzionato a chiedere al governo di sospendere le sovvenzioni alle industrie dei fossili, ma stampa e governo appaiono focalizzati su ben altri argomenti. Le solite, altre emergenze. In questo quadro mondiale lo sforzo di paesi come Svizzera e Germania con il 60% di energia rinnovabile risulta vano e isolato. Passa come isolato e quasi in sordina il gesto gigantesco dell’Etiopia, che in un giorno ha piantato 350 milioni di alberi.

Paura del cambiamento.

La green-economy e le rinnovabili in Europa stanno decollando. Pochi giorni fa la notizia che l’Italia è il secondo esportatore mondiale di prodotti agricoli biologici, con una crescita dell’8%. Non c’è un settore dalla green-economy che sia in crisi. Ma la voce che circola ormai da anni è che un brusco cambiamento di rotta possa comportare la paralisi del sistema. Continuiamo così, per paura, ad utilizzare un sistema fallimentare che ha generato una recessione dalla quale ancora oggi il mondo non riesce a sollevarsi, una recessione scatenata da motivi ben diversi dalla paventata crisi energetica. Un sistema che dal 1973 (anno  dell’austerity) ad oggi, non ha cambiato le sue strategie: ha sempre fatto ricadere i sacrifici esclusivamente sui cittadini, chiedendo loro di limitare i consumi, mentre non esistono ancora strumenti veramente  efficaci per imporre il rispetto dei limiti di CO2 a livello globale. Per quanto un segnale forte dalla base, come il movimento di Greta Thunberg, venga percepito dai politici con un certo interesse (siamo nell’era della politica on demand) e da chi produce beni e servizi, la base non dispone ancora di un’alternativa rassicurante, come non ce l’ha con la plastica monouso. Nel frattempo l’emergenza sembra essere diventata ovunque l’immigrazione, l’effetto sociale più evidente della crisi climatica e di una geopolitica tossicodipendente da fossili.

Adeguamenti graduali alle vere invasioni.

La migrazione più pericolosa di cui soffre la Svizzera è quella delle polveri sottili. Arrivano senza passaporto da oltreconfine, soprattutto dalla Lombardia. Per evitare un’emergenza continua la Confederazione Elvetica ha dovuto innalzare le soglie di pericolo per la salute pubblica almeno tre volte. L’alternativa sarebbe stata fermare il traffico e chiedere ai concittadini di chiudersi in casa con le finestre tappate più volte alla settimana. In poche parole, la paralisi. Alla fine la Svizzera si è abituata: ha cambiato i suoi ottimi standard sulla salute pubblica per non veder collassare le sue industrie. Non poteva fare altrimenti.

L’uomo si abitua a tutto, a qualsiasi cosa pur di vivere, scriveva Dostoevskij. Orwell nel suo inquietante 1984 andò oltre: il potere fa leva sulla capacità umana di abituarsi. Per scongiurare ogni ribellione è sufficiente creare un nemico fittizio: un Emmanuel Goldstein capo di una fratellanza segreta, contro cui ogni cittadino oppresso può sfogare i suoi ‘due minuti d’odio’.

E il gioco è fatto.

Prima o poi l’umanità si renderà conto che l’emergenza climatica contiene delle opportunità economiche non da poco. Ma prima ancora deve assimilare un concetto: l’emergenza climatica non è solo la sfida di questo secolo, ma è il teatro in cui si giocherà il futuro immediato di una intera civiltà. Quella umana.

 

Per approfondire:

 

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