Verso una felicità interna lorda

Nel 1972, durante un’intervista rilasciata al Financial Times, l’allora re del Bhutan Jigme Singye Wangchuck , dichiarò:

“La Felicità Interna Lorda è più importante del PIL”

Ci vollero quarant’anni prima che questo concetto dirompente riuscisse a raggiungere le orecchie e le menti del mondo. Avvenne quando Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite decise di definire un nuovo paradigma per la felicità mondiale, prendendo spunto  proprio dal Bhutan. Era il 2012.

Nonostante ciò poco è cambiato nelle nostre teste. Pur se consapevoli che la fetta più grossa di qualsiasi PIL finisca nelle mani di pochi, continuiamo ad associare il PIL al benessere, e al benessere la felicità. Su questo le Nazioni Unite provano a fare chiarezza sin dal 2012, con una serie di studi. L’ultimo è il World Happyness Report 2019. Cito il primo paragrafo significativo:

“La maggior parte degli studi in merito si è concentrata sulla disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, ma il reddito da solo è un indicatore troppo limitato per la qualità della vita complessiva, e una misura troppo limitata per stabilire disuguaglianze in generale.”

Ne è emerso che l’accesso alla sanità, l’eguaglianza sociale e la distribuzione della salute hanno un effetto fondamentale. Non sorprende trovare in testa alla classifica ben quattro paesi scandinavi: Finlandia, Danimarca, Norvegia e Islanda, paesi dove la disparità sociale è storicamente minima. Dalla Finlandia, prima in classifica, non sono però arrivati segnali di conferma e apprezzamento per il podio. Depressione, alcolismo e suicidi continuano a destare preoccupazione per i leader del paese più felice del mondo, tra l’altro il primo ad aver adottato il reddito di cittadinanza.

Norvegia

Cos’è, allora, la felicità e come possiamo misurarla?

Daniel Haybron, docente di filosofia all’Università di Saint Louis, ha cercato di spiegarlo con Felicità, un saggio edito dalla Oxford University Press. La sua esplorazione parte dall’influenza del contesto sociale, che in occidente ci spinge ad una continua ricerca del benessere. Colloca l’esperienza della felicità in una sfera sostanzialmente soggettiva, ma che non può esulare troppo da quella oggettiva. La realizzazione dei propri sogni e aspettative, anche se indotti, sono determinati, come lo è la qualità delle relazioni sociali. Nel rapporto delle Nazioni Unite salta all’occhio la discrepanza tra il grado di felicità relativo e le contingenze sociali in quasi tutto il centro e sud America. La disparità di reddito non corrisponde matematicamente alla sfiducia sociale. L’Italia, per esempio si colloca in trentaseiesima posizione, dopo un paese dal reddito pro capite di quasi la metà ed un’aspettativa di vita di dieci anni più bassa: El Salvador. Malgrado diseguaglianze sociali e problemi di sicurezza, neanche paragonabili alla situazione italiana, i salvadoregni sembrano godere di un buon grado di felicità personale. Fa leva l’appagamento che viene dalle relazioni sociali e dalla generosità percepita.

Se, in generale, reddito e aspettativa di vita in buona salute hanno effetti significativi sulle valutazioni, il benessere derivante dal contatto con la natura spesso sfugge ai radar delle statistiche. Il motivo è molto semplice: le persone che vivono a contatto con la natura, come le popolazioni montane per esempio, costituiscono una piccola percentuale sugli abitanti dei paesi sviluppati. Ma è anche in questa chiave che andrebbe letta la performance di Finlandia e Islanda, dove una buona fetta della popolazione è quotidianamente a contatto con vaste aree selvagge.

Norvegia

L’Happy Planet Index, realizzato dalla New Economics Foundation, misura la felicità anche in base all’impronta ecologica. In pratica ci dice quanto siamo felici noi per potere d’acquisto, longevità e uguaglianze sociali, ma anche quanto il pianeta è contento di ospitarci. In questa classifica l’Italia si colloca sessantesima su 140, battuta di nuovo, ma stavolta di larga misura, da El Salvador, che ci guarda dal 17° posto.

La sorpresa del Bhutan

Secondo i parametri adottati dal Worl Happyness Report, il Bhutan, che ha promosso per primo il concetto di felicità interna lorda, sarebbe 90° in classifica su 156 nazioni, e 56° secondo l’Happy Planet Index. Il Bhutan a sua volta osserva che i criteri utilizzati dalle altre organizzazioni sono diversi. Quelli del suo indice FIL sono criteri olistici ed esplorano la vita di ogni persona in nove macro-aree: benessere psicologico, salute, uso del tempo, istruzione, multiculturalità, buon governo, vitalità sociale, tutela della biodiversità e qualità della vita. Il Bhutan lamenta che sull’intera valutazione ha influito di nuovo il PIL pro capite, bassissimo rispetto ai paesi che dominano le prime 10 posizioni. Ovviamente le critiche al Bhutan, dopo la sua scarsa performance, non si sono fatte attendere. C’è chi ha parlato di FIL come pura propaganda, chi ha rispolverato l’espulsione di migliaia dei nepalesi nel passato, ma il Bhutan ed il suo FIL possono contare su sostenitori di un certo spessore, tra i quali il Dalai Lama. Dalle sue precedenti interviste e dai suoi discorsi possiamo forse comprendere come la felicità di un piccolo paese himalayano possa essere legato a parametri culturali. Per un buddista – ha spesso affermato  – pace interiore, armonia con la natura, ricerca della saggezza e pratica della compassione sono precursori di felicità. Vale però la pena ricordare una sua osservazione, adatta ai paesi occidentali:

“A livello nazionale e mondiale abbiamo bisogno di un sistema economico che ci aiuti a perseguire la vera felicità. Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità”

Comunque vadano davvero le cose in Bhutan, il FIL resta l’intuizione sociale più innovativa dei nostri tempi, un’idea che ci mette faccia a faccia con quella che per molti governi è una vera ossessione: il PIL.

Phobzika Valley – Bhutan / © Dhritiman Mukherjee

Un PIL stratosferico

New York, Londra e la Bay Area di San Francisco, ci dimostrano che un’alta concentrazione di ricchezza  può portare alla perdita di alcuni servizi e ad una apartheid economica. In queste aree diventa sempre più difficile vivere per chiunque non abbia un reddito di almeno 120.000 dollari a coppia, se senza figli. Con meno si è sotto la soglia della povertà. L’enorme domanda, la concentrazione di grandi aziende e di super-manager hanno fatto schizzare i valori immobiliari alle stelle. Le piccole imprese artigianali hanno dovuto chiudere i battenti per via degli affitti esorbitanti e per l’impossibilità di pagare stipendi più alti, cedendo il passo a grandi catene in franchising. Chi continua a lavorare in queste aree con stipendi normali affronta ore di metropolitana o di traffico ogni giorno, peggiorando la propria qualità di vita e pesando sull’ambiente. Il fenomeno si sta lentamente diffondendo in alcuni stati ad alto reddito, dove i cittadini con gli stipendi più bassi preferiscono trasferirsi nei paesi confinanti, per poi mettersi in coda ogni giorno con gli stranieri che vanno a lavorare nel loro paese.

C’è tuttavia una ragione per cui i governi continuano ad insistere sulla crescita e sul PIL. Possiamo riassumerla in due parole: debito pubblico. A un PIL più alto corrisponde un gettito fiscale più alto. Il livello d’indebitamento di molti paesi ha raggiunto una dimensione grottesca, più che paradossale: se non c’è crescita si alzano gli interessi sul debito, ma senza investimenti o defiscalizzazione non può esserci crescita.

 

Bhutan / © Chencho Dorji

E se la crescita fosse verde?

L’idea diffusa che non possa esserci sviluppo senza inquinamento è più che fondata. L’aria della pianura padana, cuore della produttività italiana, è la più inquinata d’Europa. Le ricadute sulla salute pubblica e quindi sul grado di felicità sono mostruose. Eppure l’industria dal potenziale più alto dei nostri tempi potrebbe contribuire alla soluzione del problema ambientale quanto al benessere sociale. La green economy è una realtà in grado di soddisfare le aspettative dei più incalliti sostenitori del PIL, con prospettive che i governi mondiali dovrebbero considerate con molta più attenzione. Solo negli USA, grazie a un piano di defiscalizzazione, voluto non da Trump, si stima che la green economy abbia già creato 2 milioni di posti di lavoro.

Nella relazione sullo stato della green economy  2018,  presentata da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile si legge questa previsione:

“I valori della produzione generati, cumulati nei cinque anni, sarebbero pari a circa 370 miliardi di euro, quelli del valore aggiunto sarebbero di circa 129 miliardi; le unità di lavoro, sempre cumulate nei cinque anni, sarebbero pari a circa 2,2 milioni, che arriverebbero a circa 3,3 milioni calcolando anche l’effetto indotto. Ciò significa attivare in media ogni anno 74 miliardi di euro di produzione economica, in gran parte nazionale, quasi 26 miliardi di euro di valore aggiunto e 440.000 unità di lavoro, 664.000 considerando l’indotto.”

Questa la prospettiva, se si seguisse un serio piano di investimento e sviluppo quinquennale in Italia. Ma il rischio che si corre, ovunque nel mondo, è che la politica si serva di una facciata ‘verde’ centellinando le azioni necessarie solo per non andare contro un elettorato ormai consapevole della grave situazione ambientale.

Greta Thunberg

Per alcuni sopravvalutata, per altri (i soliti) un burattino in mano a chissà quale ‘oscura lobby’, in realtà incarna pensieri e sentimenti condivisi dal mondo scientifico e, una volta tanto, anche da una larga fetta della popolazione: non possiamo andare avanti in questo modo.

“Se trovare soluzioni all’interno del sistema è impossibile, forse è meglio cambiare il sistema”

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