La giusta distanza

Turnagain arm, Cook inlet – Alaska / © JOSHUA CRIPPS

Sveglia alle 5.30 del mattino. È il secondo giorno di vacanza dopo tre mesi di lavoro ininterrotto senza giorni di pausa. Solo un’insaziabile desiderio di vivere la natura è la ragione di questo risveglio. Un nuovo concetto di riposo occupa la mia mente. Riposare significa assistere all’alba sul mare dell’Alaska. Mi trovo nel fiordo di Cook Inlet, a sud di Anchorage, alla ricerca di orsi dopo un lungo viaggio oltreoceano.

L’unica barriera che mi separa da un mondo selvaggio è la parete in legno della baita dove dormo.

Le distanze in un territorio sconfinato come l’Alaska sembrano incolmabili, ma non nel rapporto con gli orsi. Sto per scoprire cosa significhi la giusta distanza tra me e loro.

La guida mi sta aspettando insieme ad altri compagni d’avventura. È ancora buio. Una linea continua definisce la sagoma dei pini e delle montagne quasi senza interruzione. Ci dirigiamo verso la riva del mare dove il chiarore del giorno si sta diffondendo lentamente. Posso scorgere il sole spuntare all’orizzonte e subito scaldare i pallidi tronchi depositati dalle tempeste lungo la spiaggia. I primi raggi sembrano rianimare ogni centimetro di queste sculture naturali, strappate da lontane foreste.

La guida è taciturna, in silenzio assistiamo all’alba sul mar dell’Alaska, un momento solenne che per un attimo mi distrae e mi fa dimenticare dove sono: nel territorio degli orsi. Dopo il saluto al sole, ci avviamo lungo la spiaggia, ma qualcun altro prima di noi sta assaporando quel momento. Una lunga fila di orme precede il nostro cammino.

Abituata ad osservare impronte di gabbiani, minuscoli forellini di granchi sulla sabbia, non avevo mai visto una pista chilometrica di orme appartenenti ad un orso: di solito erano brevi tracce, escrementi, peli incastrati nella resina degli alberi. Anche solo osservare i segni della presenza di un animale equivale ad osservarli. Stimola la fantasia oltre a testimoniare quanto la natura sia viva e forte. Seguo con l’attenzione di un detective la traccia dell’orso, affianco il mio stivale ad un’orma per verificare l’esatta dimensione della zampa; questa è dotata di cinque dita disposte sulla parte anteriore del piede in linea retta, armata di robusti artigli non retrattili. La larghezza dell’orma è di circa dodici centimetri, non si tratta di un cucciolo.

Supero un piccolo promontorio. Accucciato sulla sabbia un orso volge lo sguardo verso il sole. Sembra godersi quell’attimo, in tutta naturalezza.

L’acqua si tinge d’argento, i colori rosati sfumano delicatamente nel colore ceruleo del cielo che si specchia sul mare.

© Chiara Baù

Temo di disturbare l’orso, che imperturbabile continua a fissare il sole, come stregato. Lo immortalo in quell’immagine e mi allontano, lasciandolo solitario in riva al mare.

Tempo di far colazione. Ci troviamo nella cucina della baita, felici del primo avvistamento della giornata. Sulle pareti foto di orsi e lupi, che sembrano osservarci. Un buon bacon mi ridà le forze necessarie dopo la sveglia mattutina. Il sole si fa alto e pian piano la sconfinata natura dell’Alaska riacquista i suoi colori. Ogni filo d’erba riprende il verde brillante oscurato dal buio della notte, ogni ago di pino si staglia sul blu cobalto del cielo, le montagne si delineano nella loro bellezza sullo sfondo nitido e intenso. L’acqua del fiume al contrario assume una tonalità bianca spumeggiante. Colpa di due giovani orsi che si stanno rincorrendo agitando l’acqua con continui spruzzi; uno dei passatempi preferiti dei maschi giovani è il gioco sulla spiaggia, fatto di lotte e inseguimenti interminabili.

Riusciamo ad avvicinarci a breve distanza pur trovandoci sull’altra sponda del fiume, è come assistere a un film al cinema in prima fila.

La vista nell’orso non è il senso più utilizzato e sviluppato. Questo limite porta l’animale ad avere scarsa attenzione visiva e può essere, questa, una delle cause di incontri accidentali con l’uomo, che senza volerlo ha solo la responsabilità di avvicinarsi all’orso sopravvento. Ho sempre saputo che la condizione ideale per osservare gli animali fosse quella sottovento perché, in caso contrario gli animali fuggono. Una convinzione errata nel caso degli orsi.

È bene, mi spiega la guida, che l’orso si accorga della presenza di esseri umani, avvertendone subito l’odore, perché così impara a conoscerli, non si spaventa, intuisce se l’uomo costituisce un pericolo e gli permette di condividere momentaneamente il suo territorio, definito homerange. Condizione ideale è quindi quella di trovarsi sopravvento all’orso. L’osservazione diretta arricchisce le mie conoscenze.

Ci avviciniamo ulteriormente seguendo le indicazioni della guida ed io mi chiedo quale sia la distanza minima da rispettare.

Scopro che non esiste in Alaska l’obbligo di mantenere una certa distanza, cosa che è imposta nel parco dello Yellowstone dove occorre restare almeno a cento metri dagli orsi. Regole imposte per evitare spiacevoli incontri e non imbattersi in situazioni pericolose dovute ad una maggior affluenza di turisti rispetto all’Alaska; l’orso può infastidirsi o comunque risentire di troppa gente intorno.

Silver Salmon Creek

Sulle rive del Silver Salmon Creek, il fiume dove mi trovo, siamo i soli esseri umani e non sono presenti più di dieci persone: un’accettazione di base da parte degli orsi che ci considerano semplici spettatori. Ovviamente è il buon senso a non farci avvicinare più di tanto, anche perché sono gli orsi a decidere la misura della giusta distanza.

Nel pomeriggio avvistiamo in una zona d’acqua stagnante una femmina di orso con i suoi cuccioli. Ci troviamo a circa un centinaio di metri. Si tratta di spring cubs, ovvero della cucciolata nata la scorsa primavera. Il parto avviene all’interno della tana in febbraio durante il periodo di ibernazione. I cuccioli appena nati raggiungono raramente i 400 grammi di peso, il che favorisce un parto non traumatico col vantaggio che i cuccioli possono essere nutriti con minor dispendio energetico per la madre proporzionato alla piccola taglia.

I nuovi nati trascorrono un paio di mesi nella tana, allattati e stabilmente mantenuti dalla madre accanto a sé che li lecca ripetutamente, in modo da tenerli ben caldi. Alla nascita i cuccioli sono ricoperti da una leggera peluria che col tempo tende a trasformarsi in folta pelliccia. Lo svezzamento e lo sviluppo procedono abbastanza rapidamente ed i piccoli riescono a decuplicare il proprio peso in poche settimane.

A primavera inoltrata i cuccioli lasciano la tana e cominciano a seguire mamma orsa nei suoi spostamenti; hanno una dentatura completa, anche se provvisoria, ma non sono ancora autosufficienti, dipendendo dalla madre soprattutto per quanto riguarda il cibo. Per circa un anno e mezzo rimangono legati alla madre e con lei trascorrono anche il letargo che coincide con il compimento del primo anno di vita. Solo con l’estate successiva cominceranno ad essere completamente indipendenti.

Ci siamo avvicinati alla riva del fiume, ma qualcosa di inimmaginabile sta per avvenire. La madre che si trova con i cuccioli in una laguna fangosa, abbandona improvvisamente la prole e si dirige verso di noi, avvicinandosi fin quasi a due metri.

La guida con tutta calma ci sussurra di posizionarci l’uno di fianco all’altro aprendo le braccia in modo da creare una fila continua orizzontale e quindi una sagoma più imponente che possa intimorire l’orso.

Il cuore è a mille. Temiamo che l’orsa voglia farci intendere un errato comportamento da parte nostra, ma ben presto comprendiamo il motivo: un orso maschio a circa un centinaio di metri si sta avvicinando. Mamma orsa ci sfiora, senza degnarci di uno sguardo. Siamo semplicemente sul suo percorso, nulla di più. La distanza è minima. L’orsa sta prendendo tutte le misure necessarie per proteggere i cuccioli. Non siamo noi il pericolo, ma l’orso maschio in avvicinamento.

I cuccioli vengono completamente abbandonati e nella loro ingenuità non capiscono cosa stia succedendo. Hanno pochi mesi e il loro unico punto di riferimento è la madre.

Intenti a giocare nel fango, realizzano troppo tardi che la mamma si è allontanata. Si accorgono però della nostra presenza e si avvicinano come cagnolini. Non esiste più alcun concetto di distanza. Possiamo quasi toccarli. Il loro sguardo è perso, sono disorientati e, mancando la madre, forse cercano in noi, unici esseri viventi nel raggio di parecchi chilometri, un punto di riferimento.

La guida, che ha sempre con sé lo spray al pepe appeso alla cintura, si rivolge agli orsacchiotti con tono severo, ma calmo: “Hei bears“ è il monito che ripete più volte per farli allontanare, ma i cuccioli sono titubanti e sembra non vogliano andarsene.

Non devono però avvicinarsi troppo, la madre è in giro e potrebbe reagire male, ma ignorando tutto questo e non sapendo dove andare, vagano totalmente spaesati. L’emozione è fortissima. La madre sta rincorrendo il giovane maschio per allontanarlo, e non si preoccupa minimamente che i cuccioli si siano avvicinati a noi. So bene che trovarsi vicino ai cuccioli comporta un notevole pericolo per l’uomo, ma non è questo il caso ed è per me una scoperta. Il rapporto di fiducia che negli anni l’uomo ha saputo costruire in questi luoghi ha dell’incredibile. Il vero pericolo per mamma orsa è il maschio avvistato che potrebbe costituire un serio pericolo per i cuccioli, dati purtroppo i casi di infanticidio da parte dei maschi.

© Chiara Baù

Mamma orsa non considera noi spettatori un pericolo, anzi, sembra quasi abbia voluto affidarci i cuccioli, lasciandoli completamente soli con noi. Non possiamo che sentirci gratificati, mentre la guida ammonendoli nuovamente con voce baritonale fa comunque di tutto per allontanarli.

Di recente Alberto Stoffella, una guardia forestale del Parco Adamello Brenta, dedito alla conservazione degli orsi, ha accudito per trentasette giorni un orsetto di cinque mesi, debilitato e solo. Probabilmente la madre era morta. Mi racconta di non aver mai usato la voce, cercando di limitare ogni contatto per salvaguardare la sua istintiva diffidenza per l’uomo. Una distanza necessaria da mantenere in un territorio antropizzato quale il Trentino Alto Adige dove Papillon, l’orso catturato e fuggito lo scorso mese di luglio, si sta riconquistando la libertà. La guardia forestale ha nutrito il cucciolo che senza la madre sarebbe probabilmente morto, l’ha osservato a distanza, cercando il momento giusto per restituirlo ai boschi: una sorta di amico invisibile. Era fondamentale non abituarlo all’essere umano e fare in modo che la breve esperienza di recupero fosse resettata. Ora il piccolo orso è stato liberato ed è ritornato nei boschi del Brenta orientale.

Ma sul Silver Salmon Creek l’orsa si è solo allontanata e noi non possiamo far altro che assistere: uno dei due cuccioli si alza in piedi per scrutare dove sia finita la madre e poco dopo anche il fratellino si affretta a seguirlo nella ricerca. L’istinto li porta a rintanarsi nel bosco, anche se di tanto in tanto la loro testolina occhieggia nell’erba alta, alla continua ricerca di mamma orsa. In casi simili può capitare che l’orsa perda di vista i cuccioli anche per intere giornate.

Poco dopo ci accorgiamo che l’orsa è riuscita a far fuggire il maschio che essendo giovane non avrebbe a nostro avviso costituito un grave pericolo per i cuccioli.

Scongiurato il pericolo, mamma orsa torna verso di noi, passando a poco più di un metro di distanza. Ci guarda e con il suo olfatto infallibile si dirige verso il bosco per ricongiungersi coi cuccioli.

Devi pensare con la testa di un orso, non con la testa di una persona”, mi spiega, sorridendo la guida. Mamma orsa aveva percepito il pericolo, incurante del fatto che l’orso fosse giovane o vecchio. Solo lei poteva aver capito il reale pericolo. Il suo istinto di protezione ci aveva regalato uno spettacolo unico.

Non so cosa abbia voluto dirci in quei pochi secondi in cui si è voltata verso di noi. Non si trattava più di considerare i metri di distanza da tenere: una giusta distanza implica prima di tutto un atto di fiducia che l’orsa ci aveva regalato e che noi avevamo contraccambiato.

Cook Inlet – © NOAA’s National Ocean Service

Un’altra memorabile giornata in Alaska era terminata. Un’altra impagabile esperienza. I maestosi signori del bosco avevano da insegnarmi ancora tanto, e un nuovo sentimento di gratitudine era nato. Poter condividere lo stesso territorio significa capire il giusto comportamento da adottare. Solo un profondo rispetto può definire la giusta distanza.

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