Il buon esempio da seguire

Parco Nazionale d’Abruzzo / © Vittoria Amati

In questi ultimi giorni il lavoro mi ha regalato enormi soddisfazioni e risultati tanto positivi da andare oltre le mie aspettative. Lavorare con le scuole è sempre appagante perché le menti giovani, ancora non condizionate dagli eventi di una vita intera, sono in grado di vedere le cose nel modo più reale possibile e ragionarci su senza vizi. Con i progetti del Programma Operativo Nazionale (PON) del Miur, svincolati dalle modalità di lezione convenzionale, si riesce a focalizzare l’attenzione degli studenti su un preciso argomento da approfondire, insieme, in un percorso pomeridiano relativamente breve e concentrato.

I miei 24 ragazzini di una scuola media di Napoli hanno seguito il modulo intitolato “Il Mare… in classe”, dimostrando un interesse concreto verso la biodiversità marina del golfo della loro città, tanto da farsi promotori di una campagna di sensibilizzazione per la sua tutela. Un tale coinvolgimento è stato possibile grazie ad un percorso di educazione non formale che ha fatto risaltare le diverse qualità di ogni studente e creato un ambiente piacevole di apprendimento logico-esperienziale. La loro osservazione è partita dai rifiuti presenti nel mare e dalla loro origine prevalentemente di plastica, per poi individuare e risolvere le azioni sbagliate all’origine di questo tipo di inquinamento. Un ragionamento semplice e lineare li ha portati subito a capire che la stragrande maggioranza della plastica viene venduta ed acquistata nei supermercati da tutti i cittadini; la loro giovane età, punto debole e di forza al contempo, gli consente di poter agire dal basso, ovvero provando a condizionare la richiesta del mercato con semplici scelte da prendere in piena coscienza. La prima di queste è stata l’abbandono delle bottiglie d’acqua in plastica che hanno scoperto essere inutilmente costose, impattanti ed anche antigieniche; oggi, i loro cestini della plastica sono più vuoti che mai poiché la borraccia è divenuta l’ovvia e veloce soluzione per ognuno di loro.

Non sottostimate questo primo traguardo perché, secondo i dati Ipsos Italia di Maggio 2019, le bottiglie d’acqua risultano come la categoria di prodotti plastici a cui è più difficile rinunciare per gli italiani. Se tutti quanti riuscissero a fare lo stesso, ci sarebbero moltissimi problemi in meno. Ma andiamo per gradi.

Cominciamo con l’analizzare l’imbottigliamento dell’acqua: un’azione necessaria solo se portata in zone dove questa risorsa è assente, altrimenti diventa un mero trucco di marketing. In ogni paese del primo e secondo mondo, l’accesso all’acqua potabile dai rubinetti è praticamente garantito ovunque, ma soffermiamoci sull’Italia, il paese delle sorgenti. Il Belpaese vanta un sistema pubblico di erogazione dell’acqua che risulta essere tra le più buone e controllate in assoluto, rispettando normative molto più rigide di quelle per l’acqua in bottiglia. Il controsenso più scandaloso è che deteniamo anche il primato europeo per il maggior consumo di acqua in bottiglia pro capite, mentre a livello mondiale sfoggiamo l’argento, dopo il Messico; questo non avviene per la preferenza d’acqua frizzante, che non supera il 29% degli acquisti totali, bensì per il lavaggio del cervello che i grandi brand ci hanno fatto in poche decadi.

Far dire a qualche personaggio famoso o ad una scenica famigliola che la loro acqua ha un sapore migliore o che sia più sicura rispetto a quella del rubinetto non è altro che pubblicità fuorviante; dai blind test, infatti, risulta essere l’acqua del rubinetto quella più gradita, così come la frequenza con cui i numerosi lotti di casse d’acqua vengono ritirati dal mercato per contaminazione, non depone a favore della sicurezza da bottiglia.

È vero, purtroppo, che questo discorso non è valido per tutti i rubinetti italiani, ma il mito da sfatare è proprio sulla bassa percentuale di case servite da acqua di qualità, il quale si attesta, invece, sul 90%. La risorsa idrica resta un diritto primario, pertanto è necessario risolvere al più presto le criticità attualmente esistenti, in modo da far svincolare anche il restante 10% degli utenti dall’acquisto di acqua in bottiglia. Per gli altri non ci sono scuse. Volete un’acqua di casa più leggera? Potete liberarla da eventuale calcare, o altri ioni in eccesso, utilizzando un semplice filtro; oggi ne esistono per tutte le tasche, dalle caraffe ai sistemi integrati per rubinetti, frigoriferi o per l’intero impianto idrico casalingo.

L’ingenua domanda dei giovanissimi, sul perché questi brand mentono così spudoratamente, ha una risposta che risulta scontata, ma sapreste quantificare il loro guadagno? Un mercato così facile e redditizio è difficile da trovare, come una miniera d’oro. Si parla infatti di un giro d’affari italiano di 10 miliardi di euro annui! Solo lo 0.6% di questi ricavi, però, arriva nelle casse dello Stato che, paradossalmente, dovrebbe guadagnare sui canoni concessi per emungere un bene pubblico.

Questo avviene perché alle aziende imbottigliatrici viene fatta pagare una cifra MASSIMA di 2 millesimi di euro al litro (un costo 250 volte inferiore a quello medio di vendita al pubblico). Considerando che in Italia ci sono oltre 260 marchi che guadagnano su 14 miliardi di litri imbottigliati ogni anno, una diversa tassazione al PRODUTTORE, garantirebbe innanzitutto una diversa distribuzione dei ricavi, con la possibilità di investire i maggiori introiti statali per una rete idrica nazionale degna di questo nome. Il tempo necessario a completare la transizione da acqua in bottiglia ad acqua del rubinetto, quindi, risulterebbe utile per migliorare i servizi del Paese, ma chi avrà la forza di scardinare questo meccanismo difettoso?

Passiamo ora ai costi ambientali che questo mercato produce: immaginate una bottiglia da 1 litro riempita per un decimo da petrolio; quella è la quantità necessaria a produrre una sola bottiglia in PET. Non è finita qui, perché serviranno anche 80 grammi di carbone, 42 litri di gas naturale e 2 litri di acqua extra, tutti necessari per quella singola bottiglia. Non dimentichiamoci che l’impronta ecologica di un prodotto si calcola per l’intero suo ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento, passando per trasporti e lavorazioni; per questo dobbiamo contare anche le emissioni di CO2 ed altri gas serra che si liberano ad ognuno di questi passaggi. In Italia, poi, solo il 50% delle bottiglie di plastica prodotte viene riciclato, mentre le altre finiscono in discarica, nell’inceneritore o, peggio, in mare; queste ultime si quantificano in 22mila tonnellate al giorno che continueranno a galleggiare in pezzi sempre più piccoli per altri 450 anni, creando i danni che ben conosciamo, ma per cui facciamo ben poco di concreto.

Nove uccelli marini su dieci presentano plastica nello stomaco e il numero di specie a rischio per ingestione o avvelenamento è in costante crescita; si può tranquillamente dire che questo materiale sintetico è entrato appieno nella catena alimentare marina, al cui interno, ed apice, ci troviamo anche noi. Ciò vuol dire che stiamo deliberatamente inquinando il nostro cibo, oltre l’ambiente in cui viviamo e da cui dipendiamo per salute e risorse.

Terminiamo quindi con gli aspetti salutistici che, forse, se non sono bastati quelli precedenti, possono convincervi a seguire l’esempio dei 24 ragazzini delle medie e dare uno schiaffo alle multinazionali che stanno ridicolizzando le nostre capacità intellettive. La pericolosità di questi contenitori di alimenti sta nella loro composizione e, quindi, nelle loro proprietà chimico-fisiche tutt’altro che stabili; si parla di alterazioni strutturali e rilascio di sostanze dannose a seguito di esposizione a temperature non ottimali. Considerando che stiamo parlando di contenitori di cibi e bevande, l’ingestione di questi elementi pericolosi è praticamente assicurata, così come è altissima la probabilità che, durante l’intero ciclo produttivo, di trasporto, stoccaggio e vendita, non siano sempre stati mantenuti al fresco e in ombra. Gli effetti sul nostro organismo cominciano a manifestarsi ora, dopo anni di bio-accumulo, e sono tutt’altro che trascurabili.

Test di laboratorio per la sicurezza alimentare hanno rilevato tracce di microplastiche in moltissime bevande imbottigliate, dall’acqua al tè, dalle limonate alla ben nota coca cola. Più una bottiglia è vecchia, maggiore sarà il suo microdegrado, avvelenando la nostra bevanda ad ogni ulteriore utilizzo; la sua natura usa e getta non è una pensata utile ad incrementare le vendite, bensì il risultato di un test di idoneità strutturale ed igienica. Quest’ultimo fattore non va trascurato, poiché si è visto che le bottiglie di plastica riutilizzate si comportano come perfetti terreni di coltura; per la precisione, si parla di 313 mila unità formanti colonie di batteri per centimetro quadro, tutte alloggiate nelle microfessure strutturali della bottiglia in plastica. Peggio che bere dalla tazza del water.

Le cose da fare per ridurre il problema sono poche, seppur colossali: aumentare le tasse di concessione per l’imbottigliamento d’acqua pubblica, migliorare l’impianto idrico su tutto il territorio, sfatare i falsi miti con una buona campagna informativa e migliorare la raccolta differenziata per un riciclo ottimale delle materie plastiche in circolazione, nella speranza, intanto, di convertire la produzione al vetro o a materiali compostabili meno impattanti. La legge parla chiaro, dice che chi inquina deve pagare, quindi che pagassero le multinazionali per i danni arrecati e che ancora arrecheranno con le loro bottiglie di plastica.

Per promuovere un cambiamento bisogna impegnarsi per primi, per questo i miei ragazzini hanno creato una pagina sui social, stanno scrivendo una lettera al sindaco per chiedere più fontanelle urbane e contenitori per la riciclata in strada, stanno proponendo le stesse lezioni nelle altre classi e organizzando eventi divulgativi extrascolastici. Tutto questo per far conoscere i problemi attuali ai loro coetanei e agli adulti; stanno chiedendo di rispettare l’ambiente in cui vivono, la propria città e il mare che la bagna, la nutre e la caratterizza. Posso dire di essere orgogliosa di loro per l’impegno che dimostrano ogni giorno che, seppur imperfetto, dovrebbe essere d’esempio per tutti.

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