Sylvia Earle, la leggenda degli Abissi

 

“La mia carriera scientifica è iniziata con la passione per la vita stessa.”

Sylvia EarleNational Geographic Magazine – 2018       

Quello che aveva sempre voluto, sin dall’età di cinque anni, era il contatto con la natura: interagire con gli organismi viventi, studiarli e proteggerli. Un corso di laurea in scienze naturali alla Florida State University le era sembrato il passo più logico in quella direzione, ma non aveva fatto i conti con la sua sensibilità. Nei corsi di zoologia si sarebbe trovata a studiare animali morti, uccisi o pescati dai suoi professori o dai compagni di corso, per poterli studiare.

“Ho seguito molte lezioni di zoologia, forse più che di botanica, ma ho deciso di laurearmi in botanica perché mi sembrava più in linea con il modo in cui volevo vivere.”

Nominata Legenda vivente dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, Eroe del Pianeta da Time, oggi Sylvia Earle è l’oceanografa più famosa del pianeta ed una delle attiviste più autorevoli sulla scena della conservazione marina. Forse per miracolo. Nel 1951, un anno prima d’iscriversi all’università, la sua passione per il mondo sommerso rischiò di esserle fatale: la sua prima immersione avrebbe potuto essere anche l’ultima.

Il fiume Weeki Watchee nell’ovest della Florida, con le sue acque di cristallo era più che invitante per una sedicenne curiosa come Sylvia Earle. Lo scafandro da palombaro era di taglia troppo grande per lei, apparteneva a un pescatore di spugne, papà di un amico, ma le importò poco. S’infilò nella tela vulcanizzata, avvitò il pesante casco di rame sul collare e s’avviò verso il fiume trasparente. Dopo qualche difficoltà con la compensazione iniziò la sua prima passeggiata sul fondo respirando aria pompata dalla superficie. I pesci, invece di fuggire, si avvicinavano e sentì subito di appartenere a quel mondo. Pensò che avrebbe voluto passare tutta la vita lì sotto. Lo stato di grazia durò poco: la sua vista si offuscò e sentì che stava per svenire. Il compressore, operato a riva da un ragazzo inesperto, stava pompando aria contaminata. Ebbe appena il tempo di segnalare il problema strattonando una corda. Fu tratta in salvo. Nonostante il rischio corso non dimenticò mai quel mondo nuovo che si era aperto davanti ai suoi occhi. Per il resto della sua vita non avrebbe fatto altro che cercare di appartenere al mondo sommerso.

In quegli anni Jacques Cousteau esplorava gli oceani con la sua nuova invenzione: lo SCUBA, l’autorespiratore subacqueo. Sylvia Earle leggeva avidamente le storie che si svolgevano a bordo della Calypso, ma su una cosa non era d’accordo. Era la stessa per cui non amava i metodi dei suoi professori di zoologia: perché uccidere? Sapeva già che osservare le dinamiche tra le specie marine avrebbe portato alla scienza frutti più maturi. Un giorno la nuova attrezzatura, battezzata Aqualung dai francesi che l’avevano inventata, arrivò alla Florida State University. Il Dr. Humm, uno dei professori della Earle, voleva che gli studenti osservassero la vita marina nella sua condizione naturale, non soltanto attraverso microscopi, voleva che studiassero un ecosistema mentre i suoi attori interagivano. Un giorno prese gli studenti in barca e li portò cinque miglia al largo.

“Posso riassumere il mio primo corso sub in una frase: respira normalmente.”

© U.S. Fish and Wildlife Service Headquarters

Cominciò ufficialmente quel giorno, attrezzata con un paio di bombole e un erogatore, una delle carriere più brillanti nell’oceanografia mondiale. L’autorespiratore riduceva la logistica all’osso e consentiva al subacqueo di potersi muovere nelle tre dimensioni, agilmente e senza peso. Iniziavano le esplorazioni delle pareti di corallo, delle pass oceaniche, delle grotte sottomarine, lo studio ravvicinato dei banchi di pesce a mezz’acqua. Gli Stati Uniti non volevano essere da meno dei francesi, e nel 1962 la National Science Foundation decise di dotarsi di una nave più grande della Calypso per equipaggiarla come una vera stazione scientifica, con il massimo della tecnologia disponibile. Ricevette in dono la Williamsburg, ex yacht presidenziale di Harry Truman e di Dwight Eisenhower. Fu subito ribattezzata Anton Bruun, in onore dell’oceanografo danese presidente della prima Intergovernmental Oceanographic Commission, appena scomparso. Sylvia Earle, ricercatrice non ancora ventottenne ma subacquea, fu presto invitata a bordo per lunghe missioni nell’Oceano Indiano. Si ritrovò unica donna tra membri dell’equipaggio e scienziati. Settanta persone in tutto. Le fu concessa una cabina privata, tuttavia la stampa commentò la sua presenza a bordo solo con cenni di morbosa curiosità. Iniziò un viaggio lunghissimo, un susseguirsi di esplorazioni, di immersioni quasi senza sosta in remoti paradisi naturali come il Kenia le isole Comore, l’atollo di Aldabra. Scoprì e classificò nuove specie marine. Con il resto dell’equipaggio andò tutto bene ovviamente, a dispetto delle insinuazioni dei giornali, ma la faccenda di uomini e donne che condividevano spazi ristretti, per di più in assenza di una cabina privata, divenne cruciale per la missione successiva: Tektite.

La NASA era intenzionata a studiare gruppi di persone che vivevano e lavoravano insieme isolate dal mondo esterno, e l’ambiente sottomarino sembrava il laboratorio ideale. Non era solo la NASA ad essere interessata: la US Navy aveva bisogno di raccogliere dati sulla fisiologia subacquea e la General Electric di testare nuove tecnologie. Il Dipartimento degli Interni (così dichiarò) voleva conoscere i fondali. Fu allestito un laboratorio sottomarino dove un gruppo di scienziati subacquei avrebbe vissuto a 15 metri di profondità per due settimane. I ricercatori-cavie iniziarono a presentare le loro domande. Tra queste c’era l’application di Sylvia Earle. Nessuno si aspettava che una donna volesse partecipare. NASA, militari e Dipartimento degli Interni entrarono in panico. Se i russi nel 1963 avevano capito il valore mediatico di una donna nella corsa allo spazio, mandando in orbita Valentina Tereskova, gli americani nel 1968 faticavano a immaginare uomini e donne condividere spazi ristretti. La domanda della Earle venne rifiutata. Si rassegnò scoprendo le dune sottomarine delle Bahamas e immergendosi in solitaria con il sottomarino Deep Diver, raggiungendo i 1.000 metri di profondità. Due anni dopo la rivincita: nel 1970 le affidarono il comando del secondo esperimento Tektite, stavolta tutto al femminile. A fine missione lei e le altre scienziate furono celebrate dai media e invitate alla Casa Bianca.

“Abbiamo dimostrato di poter svolgere gli stessi compiti nelle stesse condizioni dei nostri colleghi maschi.”

Her Deepness. Ovvero: Sua Profondità (New York Times)

Quel mondo che s’era aperto ai suoi occhi nei primi anni ‘50 cominciava a chiamarla sempre più in profondità: aveva iniziato a frequentare gli abissi e non poteva smettere di farlo. Non l’avrebbe mai immaginato, quel giorno in cui rischiò di morire con un elmetto di rame in testa, che ventotto anni dopo, chiusa in uno scafandro pressurizzato, avrebbe stabilito un record di profondità assoluto: 381 metri. Primato ancora imbattuto. Semmai è la tecnologia a non tenere più il suo passo né quello della ricerca oceanografica. La scienza ha bisogno di mezzi relativamente poco costosi in grado di operare negli abissi. Sylvia Earle Fonda la Deep Ocean Engineering e la Deep Ocean Technology con il suo terzo marito, Graham Hawkes, ingegnere britannico. Insieme progettano il sommergibile Deep Rover, un sottomarino a due posti in grado di raggiungere i 1000 metri sotto la superficie. La novità non è nella quota, è nei bracci meccanici, articolati e muniti di chele rivestite di rudimentali sensori tattili. La NASA è interessata al brevetto e quella che sembra una piccola sfera in policarbonato, appunto munita di chele, contribuisce allo sviluppo dei futuri ROV (Remote Operated Vehicle) i droni subacquei odierni. Quella nel mondo tecnologico, però, è solo un’altra esplorazione dettata dal bisogno di continuare a studiare e a proteggere il mondo marino.

Continua ad impegnarsi in decine di missioni scientifiche e surveys, accumulando ben 7000 ore in immersione, fino a quando smette di contarle. Ottiene incarichi accademici sempre più autorevoli. Nel 1989 è nelle acque dell’Alaska, a monitorare il disastro della Exxon Valdez, milioni di tonnellate di petrolio sversate in mare lungo coste incontaminate. L’anno successivo lascia la Deep Ocean Technology & Engineering per accettare l’incarico più prestigioso della sua carriera: quello di direttore scientifico alla NOAA, l’ente americano che s’occupa del monitoraggio dell’atmosfera e degli oceani. È la prima volta che una donna ricopre quel ruolo. Lascia l’incarico nel 1992.In difesa degli oceani

La sua lunga carriera è fatta di osservazioni dirette e di dati che s’accumulano nel tempo; poche persone al mondo possono vantare un punto di vista tanto privilegiato. Sylvia Earle sa di essere una dei testimoni più accreditati del repentino declino dei mari. Sa anche che la consapevolezza è limitata agli ambienti accademici, agli addetti ai lavori.

“Il mare è ancora blu come cento anni fa, come mille anni fa, ma noi subacquei sappiamo che sotto la superficie qualcosa è cambiato. È accaduto tutto in breve tempo, sotto i nostri occhi.”

Decide che l’esperienza e le conoscenze devono essere in grado di parlare a tutti. Diventa Explorer in residence per la National Geographic Society e s’impegna in conferenze e progetti che la trascineranno in giro per il mondo. La sua agenda diventerà quella di una rock star. Nel 2009 vince il premio TED e con i proventi fonda Mission Blu.

“Essere vivi è un miracolo. La natura ovunque si guardi, che sia la struttura di una foglia, l’esistenza di un fungo, la vita stessa, è motivo di infinita meraviglia.”

Sylvia Earle è ben consapevole del fascino che il mare esercita sull’essere umano, dell’impatto mediatico delle sue creature: le immagini del mondo sommerso sono lo spot più convincente per la sua salvaguardia. Bisogna promuovere documentari, le esplorazioni e gli hope-spot, i luoghi della speranza, i luoghi del cuore da proteggere per rilanciare il ripopolamento, la rinaturalizzazione.

George Monbiot, nel suo capolavoro Rewilding (Selvaggi nella versione italiana) è stato chiaro: il mare, se lasciato prosperare in pace, è in grado di riprendersi più velocemente dei territori in superficie. L’obiettivo di Mission Blu è proteggere il 30% delle aree marine mondiali. Un obiettivo ambizioso che non può essere lasciato al calcolo politico o economico, ma che punta al cuore delle persone, come tutti i movimenti ambientalisti che oggi sorgono spontaneamente. Sylvia Earle, oggi un’ottantenne minuta dallo sguardo vivace, sorride quasi sempre. Tranne quando ci recita il suo slogan più incisivo e inquietante:

“No oceans, no us”

Sylvia Earle

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