La prima nevicata non si scorda mai

© Chiara Baù

Primi giorni di novembre. I larici, uniche conifere a perdere gli aghi, sono nel loro pieno splendore, una chioma rosso fuoco conferisce ai boschi un incendio di colori che animano un autunno ancora caldo. Quando la natura mi regala questi spettacoli, la macchina fotografica diventa la prosecuzione del mio braccio. Vorrei immortalare ogni singolo albero. Non solo. Alla nostra latitudine l’anno è scandito da quelle quattro stagioni così ben delineate dalle note musicali di Antonio Vivaldi nella sua opera più famosa.

È qualche anno che la natura vuole stupirci, spogliandoci delle nostre convinzioni. Ancora nessuno si era posto il quesito comune alle genti di montagna: quando arriverà la neve quest’anno? È troppo presto . Sono tutti ancora coinvolti dallo spettacolo autunnale, chi si dedica alla raccolta delle castagne, chi sta terminando la raccolta del fieno. I pastori hanno appena portato a valle le ultime mucche dopo mesi sui pascoli. Le hanno addobbate con cura rivestendole di ghirlande di fiori per farle sfilare in paese, nella cosiddetta transumanza.

Lo scorrere della vita in montagna è legato a questi eventi, tradizioni secolari che si sposano perfettamente con i ritmi della natura.

Mentre i larici emergono con il loro rossore, gli orsi cercano un riparo per l’inverno sui pendii esposti a sud, come se una bussola interna li guidasse. Una tana esposta maggiormente al sole permetterà loro di non avere troppa neve accumulata davanti all’uscita del loro rifugio.

Lo scoiattolo è impegnato a immagazzinare più scorte possibili, posizionando le noccioline prelevate dalle pigne sotto un sasso, dietro un tronco o chissà in quale altro nascondiglio. La sua proverbiale memoria insieme a un infallibile senso dell’orientamento gli permetteranno di ritrovare l’ubicazione di ogni singola scorta alimentare. Dovrà però fare attenzione alla ghiandaia. Questo uccello dal manto variopinto si è specializzato nei semi contenuti nelle pigne del pino cembro. Con il suo possente becco estrae i pinoli dalla pigna e li raccoglie nel gozzo. Una volta riempito il gozzo cerca un posto adatto dove sotterrare queste preziose scorte energetiche. Chissà che lo scoiattolo non ne rubi qualcuna. Fervono i preparativi per tutti gli animali, questo il ciclo naturale dell’autunno.

Anche le nebbie mattutine sono perfettamente sincronizzate con la comparsa della prima brina. Pian piano si dissolvono nel corso della giornata, come un sipario sui larici, protagonisti indiscussi di tale momento.

Pochi istanti e dal cuore dell’autunno vengo catapultata in inverno.

Inizia a nevicare in modo inaspettato. Una piccola spruzzata di neve può capitare a novembre, ma non di certo un metro e mezzo di neve. Non sono preparata, negli anni passati la prima neve cadeva a febbraio. Ma la natura scardina ogni abitudine offrendo scenari inaspettati in continuo mutamento.

Fortuna vuole che la neve inattesa coincida con un weekend libero da impegni di lavoro . Non posso declinare l’invito che la natura mi dona nel posto giusto al momento giusto.

Seguendo un innato richiamo per la foresta mi immergo all’istante nell’imprevista atmosfera. Non solo questa è la prima abbondante nevicata della stagione. L’industria del turismo è praticamente assente a metà novembre. Incline al carattere solitario degli orsi non posso che sentirmi fortunata circondata dalla sola natura, invece che da ondate di turisti. Nessuno può intaccare l’improvviso spettacolo invernale, persino io mi sento di troppo.

Vorrei esplorare tutto l’arco alpino per scrutare come ogni singola montagna si stia preparando ad accogliere la coltre bianca, ma prediligo dirigermi nei boschi della val Pusteria dove molti anni fa a inizio autunno avevo udito il bramito del cervo risuonare cupo e profondo tra gli abeti della foresta.

Attraverso lentamente il villaggio di Ferrara, piccolo borgo della valle di Braies, in Alto Adige. Solo un bar aperto. Mi fermo per una cioccolata calda. Guardo fuori dalla finestra l’incessante cadere della neve. Ho un attimo di indecisione, lo ammetto. Avventurarmi da sola sotto una forte nevicata mi affascina, ma il profondo rispetto per la montagna mi fa sempre riflettere attentamente, prima di spingermi nell’intimità di una natura a volte molto severa. Non posso esitare troppo, vince la voglia di andare e continuare nel mio intento.

Il primo impulso mi porta a raggiungere il lago di Braies, un luogo di tale bellezza da attirare migliaia di visitatori e purtroppo diventato invisitabile nei periodi turistici. Non posso più vederlo così affollato. Mi fa male. Forse questa nevicata improvvisa è il biglietto d’invito per poterlo godere proprio come nei sogni. Un regalo anticipato di Natale.

Appare incontaminato, sfiorato solo dalla neve e da un leggero strato di ghiaccio che con delicatezza inizia a consolidarsi sull’acqua. Un assaggio di inverno. Non sono pronta, sembra non esserlo né il lago né la foresta circostante.

Il colore fiammante dei larici tende a sfumare sotto la candida pennellata che attutisce il rosso intenso. Sono trascorse diverse ore dalla caduta dei primi fiocchi e già affondo con gli scarponi in uno strato di quaranta centimetri di neve fresca. Una breve pausa e cessa di nevicare: la flebile luce del sole si specchia per qualche istante nel lago rivelandone l’anima nascosta. Forse in quel momento è a me che si sta rivelando, facendomi vivere un’esperienza del tutto nuova che risveglia ricordi indelebili. Continuo a scattare foto proprio come quando ho avvistato i primi orsi in Alaska, quasi invasata da questa nuova atmosfera.

© Chiara Baù

Anche i larici e gli abeti imbiancati stanno sperimentando una rara possibilità: specchiarsi nelle acque del lago non ancora ghiacciato. Per la prima volta riescono a rimirare le loro lunghe sagome delicatamente imbiancate: un raro privilegio. Tempistiche mutate; il larice perdeva gli aghi, il freddo gelava il terreno e le acque del lago, rendendolo un tutt’uno col bosco. Poi cadeva la neve, e i larici ormai spogli insieme alle chiome eleganti di pini ed abeti indossavano l’abito invernale. Ma il lago già ghiacciato non permetteva alle eleganti figure delle conifere di specchiarsi. L’orologio naturale però è anche questo. Uscire dagli schemi.

Sono poche le ore di luce a disposizione, ed è ora di rientrare in baita. Le previsioni danno ancora neve e adesso che il buio ha avvolto la valle, mi rifugio nel maso in mezzo alla foresta.

Continua a nevicare. Ho così il tempo di metabolizzare ciò che sta succedendo. Non verifico neppure le foto che ho scattato, tale è la stanchezza e il desiderio di sprofondare sotto il caldo piumone. La voce del ruscello accanto al maso si fa sempre più debole, come se la neve la stesse simpaticamente azzittendo.

Al risveglio lo scenario pare quello delle fiabe. Ogni centimetro di bosco è ammantato da una spessa coltre di neve. In una sola notte la nevicata ha coperto ogni ago, ogni tetto, ogni tratto di sentiero. Uno spettacolo unico, come se qualcuno avesse trascorso la notte intera lavorando all’uncinetto su ogni singolo ramo. Armata come sempre di macchina fotografica mi precipito in un bosco che conosco come il regno dei larici. Immortalo tutto. Una sorta di adrenalina mi prende e più fotografo, più vorrei fotografare. La foresta mi da il benvenuto, con questo nuovo abito. Sparito il sentiero, nessun segno di presenza umana, neanche il fruscio di un uccellino, quasi gli animali del bosco siano paralizzati.

Sento che insieme ai caprioli, agli orsi, ai lupi, agli scoiattoli, silenziosamente siamo tutti come pietrificati ed è questa percezione di stupore comune che mi fa avvertire una connessione più stretta con la natura circostante.

Immobilità e vita nello stesso istante. Il bosco sembra imporre una disciplina ferrea, come un obbligo per tutti, me compresa, di permanere in uno stato d’incanto almeno in queste prime ore in cui la neve ha inaspettatamente fatto la sua vigorosa comparsa. Ed è questo il significato di immobilità apparente avvertito durante tutta la giornata.

Abituata a camminare nei boschi in inverno, è sempre stata viva la curiosità di osservare le impronte lasciate da animali selvatici. Tutto svanito. Il bosco è totalmente immacolato. Davvero una situazione irripetibile, ma con la possibilità e il diritto di esplorare. Galleggiare improvvisamente sopra un manto nevoso vergine privo di impronte è come tornare indietro nel tempo, ai primordi, in una dimensione simile a quella sperimentata nei boschi dell’Alaska, dove dominano territori inesplorati. In mancanza di sentieri, tracce, presenze, la sensazione di libertà è incommensurabile, come quando si nuota sott’acqua, in fondo la neve non è altro che acqua ghiacciata. Decido quindi di avventurarmi nuovamente nel bosco, in località Ponticello, al cospetto di una delle montagne più maestose, la Croda Rossa.

Racchette da neve, zaino in spalla, qualche biscotto al cioccolato, un succinto bagaglio, ma dimenticando una provvista fondamentale: la borraccia dell’acqua.

La giornata è priva di nuvole, la bufera sembra averle spazzate via. Un cielo terso che da maggior risalto a tutto questo biancore così avvolgente. Cammino lentamente. Lungo il sentiero compare una traccia. Può aiutarmi a ridurre la fatica. Tento di ricalcare il percorso segnato affondando esattamente il piede sull’impronta corrispondente senza intaccare il manto nevoso con altre tracce. Mi comporto come un lupo.

In questo leggendario animale la conformazione delle scapole è molto stretta rispetto ad esempio a quella del cane, cosa che gli permette di tracciare nella neve una pista simile ad una linea retta. Le impronte si presentano infatti come una lunga fila di tracce distanziate di una ventina di centimetri, ma disposte tutte lungo lo stesso asse. L’impronta del cane invece appare molto più disordinata.

Il capo branco traccia la pista e gli altri lupi a seguire la ricalcano posizionando la zampa esattamente dove il primo lupo l’ha impressa. In questo modo il gruppo farà minor fatica ad avanzare nella neve alta. Una sola pista può corrispondere ad un branco di 14 lupi.

Proseguo nel bosco scegliendo accuratamente le tracce che mi trovo dinnanzi, come una lupa che cerca di risparmiare energia. Non devo però trascurare un aspetto importante. Non ci sono tracce perché probabilmente gli animali si sono rintanati nel primo rifugio scovato in fretta e furia per la tormenta e ancora non hanno osato uscire. Così il mio percorso ha un aspetto ancora più delicato. Non voglio disturbarli. La mia libertà deve coincidere con il rispetto per i loro spazi.

Non vedendo alcun animale non posso calcolare la giusta distanza da tenere per non disturbarli, così provo ad immaginarla, animando il bosco con la mia fantasia.

© Chiara Baù

Gli animali selvatici, di per sé ben adattati a condizioni ambientali molto aspre e al gelo, per superare i lunghi inverni necessitano di zone adatte in cui ripararsi. Per consumare minor energia le funzioni corporee risultano fortemente rallentate. È stato infatti rilevato che un camoscio costretto a fuggire consuma 70 volte l’energia di cui abbisogna da fermo. Un cervo a riposo spesso non è neppure in grado di darsi alla fuga, avendo la circolazione ridotta al minimo. Pernice bianca e fagiano di monte si lasciano non di rado coprire completamente dalla neve e resistono ai periodi più freddi, al sicuro dai predatori, in buche scavate nella neve con una temperatura uniforme vicino a zero gradi.

Con l’arrivo della neve, gli animali devono adeguarsi alle temperature più rigide e ridurre al minimo il consumo di energia per mantenere una temperatura corporea che consenta loro di sopravvivere. Lo strato di neve, che può raggiungere livelli molto elevati, affatica il loro cammino, mentre qualità e quantità di cibo disponibile si riducono. Preparati tuttavia ad affrontare le avversità, adottano istintivamente strategie naturali di sopravvivenza proteggendosi con una pelliccia più folta, un rifugio particolarmente riparato e riscaldandosi al sole invernale.

Intaccare la neve con le mie tracce è già un segno di disturbo, ne sono cosciente. Tento di camminare nelle radure più aperte per essere più facilmente visibile agli animali. Evito di passare accanto agli alberi che possono nascondere luoghi di rifugio. Non voglio rappresentare per loro un pericolo, ma se si impauriscono vedendomi, devono avere il tempo per allontanarsi con tutta calma senza essere costretti a fughe improvvise con conseguente consumo di energie.

Le stesse regole valgono per l’osservazione degli orsi. I primi a notarmi devono sempre essere gli animali.

Massima l’attenzione agli abitanti dei boschi. Alle piste da sci e ai cannoni spazzaneve gli animali si possono abituare col tempo, perché si tratta di strutture in posizioni stabili e prevedibili, il che non avviene invece con gli escursionisti capaci di irrompere in modo del tutto imprevisto nell’area vitale degli animali.

Ripenso anche a quanto ho da imparare dal loro comportamento durante il periodo invernale, quando l’istinto di sopravvivenza è esemplare e la dispersione di energie il nodo focale. Cosa che mi rimanda personalmente allo spreco di energie a volte speso per motivi o persone sbagliate facendomi riflettere su quanto io abbia ancora da imparare.

Sono sola mentre percorro la traccia sul manto nevoso eppure non mi sento tale. Il silenzio mi fa compagnia, la prima nevicata della stagione ha un sapore diverso, una sorta di annuncio non solo per gli animali, ma anche per ogni singolo fiore o filo d’erba che spunterà in primavera.

Le nevicate successive saranno altrettanto ricche di fascino, ma ciò che contraddistingue la caduta dei primi fiocchi è paragonabile a mio parere alla prima del Teatro alla Scala di Milano.

Avevo bisogno di tranquillità e il bosco innevato me la sta offrendo. Contemporaneamente avrei voluto far capire alle nascoste presenze del bosco che non dovevano temermi, perché sono solo una semplice spettatrice. Nulla mi lascia indifferente. Sì le fiabe esistono, attorno a me solo bellezza ed equilibrio.

Sono partita tardi al mattino e sulla zona che sto percorrendo è scesa ormai l’ombra. Sono giornate brevi, ma la luce bianca della neve mi aiuta nella penombra già scura del bosco: toni più chiari e nitidi di una luminosità naturale che sembra allungare la giornata nonostante le poche ore di luce. Faccio fatica ad avanzare nella neve profonda. La foresta ha un profondo silenzio e l’unica cosa che avverto è il mio respiro. Non ho freddo, ma inizio ad aver sete. Imprudentemente ho portato solo qualche biscotto al cioccolato, mentre il bere è fondamentale quando si fa fatica. La soluzione però è davanti ai miei occhi, anzi mi circonda: la neve non è altro che acqua ghiacciata, anche se priva di sali. Prendendo una manciata con i guanti ne ingoio un poco, trattenendola qualche secondo in bocca. Inghiottirla gelata potrebbe crearmi una congestione. Dopo qualche secondo si scioglie grazie al calore della saliva. La sorseggio e poi la ingerisco. Ho risolto il problema più importante. La disidratazione è impercettibile in queste situazioni.

Nel frattempo, ricordando il giorno prima di aver ascoltato alla radio, mentre guidavo, la incalzante pubblicità del Black Friday con offerte di sconti sbalorditivi, cammino e sorrido pensando al mio White Sunday, in mezzo ai boschi piuttosto che al centro commerciale in città. Sto assaporando un’offerta che nessun Back Friday potrà mai darmi.

Gli abeti sono talmente carichi di neve da sembrare figure sull’attenti, come guardie a custodia di un castello: “sentinelle della neve” mi piace definirle. Ogni tanto mi sembra di vederli sbuffare, almeno mi piace pensarli così. In realtà alcuni rami sono talmente sovraccarichi da cedere di tanto in tanto un’aerea farinosa nuvola di bianco che si posa leggera sul terreno.

Spesso alla base dei larici appare una spolverata di aghi rossi. Il loro destino era cadere, ma la neve ha anticipato l’abbandono forzato dai rami. Una sorta di tappeto accarezza il manto nevoso ancora immacolato.

È ormai sera, tempo di rientrare in baita.

Nella stalla sotto la mia stanza è nato un nuovo vitellino. Lo osservo mentre tenta di ergersi in piedi con tutte le forze e poi tremolante sulle zampe torna a sdraiarsi sulla lettiera di fieno.

È ancora bagnato del liquido placentare, ma la forza di volontà nel tentativo di alzarsi è esemplare. Forse è ansioso di ammirare la prima nevicata della sua vita. Curioso fin da subito vorrebbe lasciare il calore della stalla per godere quel magico incanto. E il sapore di questa nevicata ha per me lo stesso significato che ha per il vitellino. Si perché la prima nevicata della stagione è un po’ come se fosse la prima nevicata della vita. Ogni volta i dettagli sono diversi ma comuni nella bellezza. Sprofondo in un silenzio interiore che mi da rifugio. L’inverno è iniziato.

Latest Comments
  1. Patrizia
    Rispondi -
  2. Gian Luca Cimatti
    Rispondi -
  3. Claudio Maestrini
    Rispondi -
  4. Giuliano Laveder
    Rispondi -
  5. diana
    Rispondi -
  6. Bianca Maria
    Rispondi -

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *