Peter Godfrey-Smith, subacqueo e filosofo: l’indagatore di ‘Altre menti’

La mente si è evoluta in mare. Peter Godfrey-Smith, professore di Storia e Filosofia della Scienza all’ Università di Sydney, ne è convinto. Il suo saggio Altre Menti (Other Minds) ha avuto l’effetto di uno tsunami nel mondo scientifico e tra i lettori del pianeta. Partendo dai cefalopodi  ha indagato i concetti stessi di mente e di coscienza, sulle quali l’evoluzione sembra aver lavorato in segreto a una alternativa a noi umani.

Quella tra Godfrey-Smith e i cefalopodi è una storia d’amore iniziata nel 1975, quando il piccolo Peter aveva 9 anni. Durante una vacanza al mare presso una parente, trovò un libro, Octopus and Squid: The Soft Intelligence. Scritto da Jacques Cousteau e Philippe Diolé, narrava di incontri ravvicinati tra i pionieri della subacquea e la grande famiglia che include polpi, seppie, calamari, e i loro distanti cugini che sono i nautili. Quelle pagine erano fitte di aneddoti: polpi che uscivano dalle tane per salutare i visitatori, altri che scroccavano passaggi arrampicandosi sui subacquei. I polpi più timidi si rintanavano nei loro buchi, o sembravano disturbati dalla loro immagine riflessa in uno specchio.

Finito di leggere il libro tornò in acqua con maschera e snorkel, ansioso di vedere quegli animali nel loro ambiente naturale. Pochi giorni dopo avvistò il suo primo polpo. Strisciava e si arrampicava tra le rocce in acqua bassa, cambiando continuamente forma e colore. Lo seguì a lungo, finché quello non decise di nascondersi in una fessura. Quando uscì dall’acqua sentì il bisogno di condividere la sua esperienza, raccontò tutto ciò che aveva visto (e quel che aveva letto sui polpi) ai primi due sconosciuti che incontrò a riva.

In quella giornata al mare s’intravedeva già un destino: s’erano manifestate tutte le potenzialità del filosofo curioso, del divulgatore scientifico e del subacqueo.

Godfrey-Smith diventa presto apneista, ma la necessità di lunghe permanenze in acqua lo spingono, alla fine, ad utilizzare bombole ed erogatore. Si rende conto che alcune specie, come le cernie, sono disturbate dal rumore delle bolle. Ma quelle attrezzature sono irrinunciabili per chi vuole passare ore ed ore, giornate intere sotto la superficie. Senza la passione del filosofo per la subacquea il mondo non avrebbe mai avuto Altre Menti, avrebbe letto al massimo un resoconto sbiadito.

I lavori di Cousteau e degli altri autori lo avevano certamente influenzato, ma le loro osservazioni gli apparivano più come una serie di aneddoti che vere scoperte scientifiche. Se quello di Cousteau era il punto di partenza, gli studi più recenti aprivano nuove prospettive d’indagine: nei cefalopodi sembrava essersi sviluppata una sorta di mente parallela. E indagare quella mente era esattamente il suo campo.

Il suo primo titolo pubblicato, Complexity and the Function of Mind in Nature (Cambridge, 1996), ci dice tutto sul terreno d’indagine preferito dal professor Godfrey-Smith. Il suo terzo, Darwinian Populations and Natural Selection (Oxford, 2009), gli guadagna il Lakatos Award 2010 per la Filosofia della Biologia. Come subacqueo Peter sa benissimo che i polpi ricambiano lo sguardo, indizio di una coscienza di sé. Li ha visti giocare, riconoscere gli altri individui (sia esseri umani che consimili) li ha visti manipolare due mezzi gusci di una noce di cocco per chiudersi dentro e farne un rifugio sicuro.

Il loro comportamento suggerisce che sono in grado di studiare le forme e di usarle. Per compiere nuove azioni, ovvero gli atti che vanno al di là della routine o dell’istinto, è necessaria una coscienza. E lui vuole indagarla, la coscienza dei cefalopodi, più in profondità di quanto non sia mai stato fatto. Inizia a contattare e frequentare altri scienziati, acquari, laboratori e stazioni di ricerca sparsi nel mondo, tra i quali la stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli, una delle perle sconosciute della ricerca italiana nella biologia marina. S’interroga su quei corpi privi di scheletro che grazie all’assenza di ossa diventano strumenti duttili, flessibili, capaci di ogni forma. E di impressionanti prestazioni. Ma la loro capacità è fonte di problemi per i ricercatori.

I topi, in confronto, sono dei dilettanti. I polpi hanno una manualità che altri vertebrati si sognano: aprono abilmente barattoli col tappo a vite, se all’interno c’è del cibo, ma in cattività sono molto più problematici dei topi. Nei momenti in cui non sono osservati migrano da una vasca all’altra per nutrirsi di pesci vivi e tornano nella loro per non farsi scoprire. Questi re dell’evasione scappano dai secchi e dalle reti. Se non riescono a fuggire dagli acquari li sabotano otturando le valvole di spurgo. Allagamenti e cortocircuiti nei laboratori che li ospitano sono frequenti, tanto che alcune strutture hanno rinunciato ad accoglierli. Ma se i test in laboratorio sono necessari per il filosofo della scienza avido di dati, il subacqueo sfrutta il suo grande privilegio: quello di poter osservare i cefalopodi in natura, lungo le coste del sud dell’Australia. Tra i luoghi sottomarini che più lo intrigano ce n’è uno scoperto nel 2009 dai ricercatori dell’università di Sidney.

Octopolis è un pianoro a circa 15 metri di profondità nelle acque di Jarvis Bay. L’hanno battezzato così i biologi marini. Lì i polpi vivono in grande concentrazione, un fatto abbastanza insolito per animali prevalentemente solitari, più litigiosi che socievoli. Non esiste al modo un laboratorio migliore per studiare la loro rete sociale, semmai i polpi siano capaci di intesserne una.

La caratteristica che ha attirato i polpi da molte generazioni in quel luogo è il fondale.

Octopolis è un vasto tappeto di gusci di conchiglie a pettine, costellato di manufatti affondati, probabilmente ad opera di pescatori. I polpi li hanno utilizzati per costruire le loro tane con un certo ingegno e sfuggire meglio ai loro predatori naturali: squali, delfini e foche. Poco lontano, nel 2016, scoprono un altro sito: Octlantis. Lì il nostro filosofo subacqueo piazza delle telecamere per spiare il comportamento dei polpi e quindi la loro mente. In questa sorta di Grande Fratello dei polpi, malgrado i soliti sabotaggi, gli scienziati osservano che questi esseri usano i colori per comunicare aggressività o sottomissione. In una disputa è sempre il polpo che esibisce la livrea più chiara a fuggire. Ma le loro relazioni non sono fatte di soli scontri: mentre i più boxano e si azzuffano, alcuni polpi sembrano comunicare, quasi assaggiandosi con i tentacoli. Le ventose contengono infatti dei recettori chimici in grado di analizzare le sostanze che toccano.

© Carl Charter

Ma sono decisamente i colori ciò che più affascina un subacqueo: le seppie giganti del sud dell’Australia mostrano un mimetismo cromatico che va oltre la nostra tecnologia televisiva, una fantasia maggiore di un guru di LSD degli anni ’60.

Immergendosi innumerevoli volte con loro riesce a stabilire dei contatti e poi, con alcune, delle vere e proprie relazioni. Anche le seppie, come i polpi, cambiano rapidamente colore, ma il loro stile lascia a bocca aperta. Le osserva mentre fanno scorrere lungo il corpo fasce intermittenti blu o rosse, allestendo spettacoli psichedelici in grado di ipnotizzare anche i subacquei. E proprio nella loro capacità di percepire i colori circostanti, e di emetterli a loro volta attraverso la pelle, che si nasconde uno dei segreti alla base della mente dei cefalopodi. La natura li ha dotati di una straordinaria abilità manuale, per certi versi superiore a quella delle scimmie, grazie ai sofisticati tentacoli. Ma c’è di più: la loro pelle è insieme una telecamera e uno schermo digitale, un fittissimo reticolo di tessuto nervoso.

La necessità di percepire e di emettere i colori, oltre a quella di controllare i muscoli, ha prodotto un sistema nervoso complesso, costruendo una sorta di cervello diffuso. E una vera e propria mente. Una mente che si è evoluta lungo una rotta completamente diversa dalla nostra. L’antenato comune più recente tra umani e polpi è vissuto circa 600 milioni di anni fa, agli albori della vita animale sul pianeta. La mente della nostra specie, come quella dei cetacei, si è evoluta in gran parte sulla terraferma, mentre i cefalopodi sono rimasti sempre sott’acqua.

“Se possiamo stabilire un contatto con i cefalopodi come esseri senzienti non è per le similitudini, ma perché l’evoluzione ha costruito la mente due volte.”

Un incontro con un polpo, secondo Godfrey-Smith, è quanto di più vicino all’incontro con una mente aliena. In effetti, chiunque abbia interagito con un polpo potrebbe confermare che sembrano, e non solo nell’aspetto, creature di un altro mondo. Quando però inizia a documentarsi sul loro ciclo di vita rimane sorpreso.

“Li ho seguiti in mare e ho iniziato a leggere su di loro, e una delle prime cose che ho imparato è stata uno shock: hanno vite estremamente brevi – solo uno o due anni. Ero già perplesso sull’evoluzione di un grande cervello nei cefalopodi e questa scoperta ha reso le domande più acute. Che senso ha costruire un cervello complesso come quello se la tua vita finisce in un anno o due? Perché investire in un processo di apprendimento del mondo se non c’è tempo per utilizzare tali informazioni? La vita di un polpo o di una seppia è ricca di esperienze, ma è incredibilmente compressa.”

La sua ricerca di una risposta porta i lettori in un viaggio vertiginoso, verso la domanda più cruciale dell’umanità e di tutti gli esseri viventi, perfino dei replicanti: perché si muore?


Godfrey-Smith esplora le teorie dell’immunologo britannico Peter Medawar e dell’evoluzionista americano George C. Williams e si interroga con paragoni semplicissimi, come i pezzi di ricambio in una vecchia auto e le cellule che ogni giorno vengono sostituite all’interno di un organismo.

Nell’esatto conto profitti e perdite dell’evoluzione, la vita stessa sembra aver stretto un patto sulla diversità e l’efficienza, rinunciando all’eternità. Nei cefalopodi, creature vulnerabili, esposte ai predatori, non aveva senso sviluppare un’aspettativa di vita più lunga. L’evoluzione, milioni di anni or sono, ha scommesso su una forma (simile a quella della vongola) che facendo a meno della conchiglia produsse esseri più efficienti, elastici, intelligenti, ma effimeri.

Durante una immersione con le seppie giganti Godfrey-Smith osserva quello che sembra una sorta di spegnimento; è il momento in cui iniziano a vagare quasi senza forze, con l’unico scopo di diventare cibo per squali, delfini e leoni marini.

La lettura del mondo naturale e l’approccio filosofico non saranno più gli stessi dopo Altre Menti. Un’opera affascinate grazie alle capacità dell’autore di fondere la storia naturale e l’evoluzione darwiniana con la filosofia, in una ricerca condotta in gran parte sotto le onde. Un approccio che come subacqueo non posso che apprezzare, condividere, e soprattutto diffondere.

“Ci sono molte ragioni per apprezzare e prendersi cura degli oceani, e spero che questo libro ne abbia aggiunto uno – scrive alla fine Godfrey-Smith – quando ti immergi in mare, ti immergi nelle origini di tutti noi.”

 

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