Economia o Salute? il caso dell’Ex Ilva

Gli stabilimenti dell’ex Ilva, Taranto

In questi ultimi due mesi l’Italia sta registrando tassi d’inquinamento atmosferico talmente alti da poter essere percepiti anche senza l’ausilio delle stazioni di controllo. Soprattutto al nord, nella pianura padana, e nel Lazio, tra Frosinone e Cassino, il numero di giorni mensili in cui il livello di PM2.5 supera il limite di sicurezza di qualità dell’aria è sempre crescente.

Il The World Air Quality Project mette a disposizione di tutti una mappa grafica con i dati raccolti e classificati con l’Indice di Qualità dell’Aria (AQI); secondo questa scala, definita dagli standard US-EPA 2016, l’aria che stiamo respirando oggi è “malsana”, per cui sarebbe consigliato “limitare sforzi prolungati all’aperto” per non sperimentare gravi effetti sulla salute. Non ci deve sorprendere, quindi, la notizia del recente studio pubblicato su Lancet che ci classifica come primo Paese in Europa per mortalità da smog (76.200 persone in un solo anno, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente).

Personalmente posso dirvi che ormai non controllo più la pagina del meteo con la solita speranza di vedere il sole milanese, bensì con quella opposta di trovare in previsione un acquazzone, uno tanto forte da ripulire l’aria della città. Ebbene, nelle mie consultazioni, tra nebbia e qualche giornata serena, l’unica costante è stata il pallino rosso che segnala l’allerta d’inquinamento atmosferico. Una situazione, questa, che viene definita straordinaria (e c’è da crederci poco) per le nostre città, ma la verità è che altrove ci sono situazioni di normalità molto peggiori.

Sto parlando di Taranto ed in particolare del quartiere Tamburi, innegabilmente avvelenato dalle emissioni del complesso siderurgico dell’Ex Ilva, già accennato nell’ultimo articolo sul Codice dell’Ambiente e i danni ambientali. Qui gli inquinanti registrati sono tanti, quantitativamente e qualitativamente parlando, trattandosi del maggior stabilimento per la lavorazione dell’acciaio in Europa.

Si parla, infatti, di un’area industriale che include uno stabilimento siderurgico, un cementificio, una raffineria, un porto di crocevia dei maggiori traffici petroliferi mondiali e una serie di altre industrie minori. È evidente che in una situazione simile non ci si possa aspettare un impatto zero, ma quando lo stabilimento fu inaugurato, nel 1965, non esistevano norme o interessi verso la tutela ambientale. La scelta di realizzare il complesso siderurgico a ridosso di un quartiere residenziale, infatti, fu dettata dalla sola praticità logistica, e presentata ai cittadini come una grande opportunità d’impiego lavorativo e guadagno economico. È stato sufficiente qualche anno per capire quanto fossero strettamente legati i problemi sanitari a quelli d’inquinamento ambientale, e qualche altro anno ancora per avere a disposizione norme ed istituzioni utili a far valere il neo-diritto ambientale. Dalla fine degli anni ’80, la popolazione e i medici hanno cominciato a denunciare un aumento di patologie tumorali e malattie della tiroide che non si verificava altrove, arrivando al 1990 con la dichiarazione di stato di crisi ambientale per l’area di Taranto.

Nonostante la situazione di oggettiva crisi, nulla è cambiato fino ai primi anni del 2000, con gli Atti di Intesa sottoscritti dagli Enti territoriali e i vertici dello stabilimento ILVA; questi contenevano i crono programmi relativi all’implementazione di una serie di interventi di ambientalizzazione sulla maggior parte dei reparti dello stabilimento.

Ciò vuol dire che per ben 35-40 anni il complesso siderurgico (che ha cambiato proprietà, nomi e gestioni innumerevoli volte nel tempo) ha operato in totale assenza di vincoli ambientali-sanitari e senza registrare monitoraggi di sorta; i primi dati disponibili sulle emissioni prodotte sono quelli riportati nel Registro INES – Inventario Nazionale delle Emissioni e delle loro Sorgenti – desunti da autodichiarazioni dell’impresa. Vi riporto qui la tabella con i valori riferiti all’ultimo anno del registro, per farvi capire la portata dell’impatto arrecato all’ambiente con valori di emissione centinaia di volte superiori a quelli limite.

Secondo voi, esiste un prezzo, un valore economico che possa “ripagare” il danno arrecato?

Nel 2005 l’ILVA rientra tra gli impianti soggetti ad AIA dello stato (Autorizzazione Integrata Ambientale, presente nella Parte Seconda del Codice dell’Ambiente) e solo allora si è cominciato a parlare di attuazione delle BAT, ovvero le migliori tecnologie disponibili, utili a ridurre l’impatto ambientale. La questione si sarebbe dovuta chiudere qui, eppure il vero e proprio caso ILVA inizia nel 2012, quando, a seguito di una vasta inchiesta, la Procura di Taranto ordina il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo per gravi violazioni ambientali.

Le accuse per cui sono stati arrestati i dirigenti erano di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, inquinamento atmosferico, getto e sversamento di sostanze pericolose, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e danneggiamento aggravato di beni pubblici. I periti ufficiali hanno calcolato che in soli sette anni sono morte 11.550 persone per le emissioni dello stabilimento, la cui definizione dei giudici come “Fabbrica fonte di malattia e morte” , a questo punto, non sorprende.

Tra la procedura di commissariamento dell’azienda e la gara internazionale di riassegnazione, per non penalizzare l’economia italiana, lo Stato ha varato leggi ad hoc per aggirare i livelli d’inquinamento consentiti, rimandando a tutti gli effetti i termini per la regolarizzazione dell’AIA e i suoi standard ambientali. Purtroppo nemmeno con l’insediamento di ArcelorMittal si sono visti reali miglioramenti, anzi, secondo i dati raccolti dalle centraline dell’Arpa Puglia, nel bimestre gennaio-febbraio 2019 risulta un incremento di emissioni rispetto al corrispondente periodo del 2018 a gestione pubblica.

Insomma c’è qualcuno che tutela la salute dei cittadini e dell’ambiente? Ni… Nel 2019 la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha accolto i ricorsi dei cittadini residenti vicino lo stabilimento di Taranto e condannato l’Italia per non averne tutelato il diritto alla salute. Benino… una punizione per l’errore è già qualcosa, ma non vale quanto una tutela preventiva.

Vi ricordate su quale importante principio si fonda la politica dell’Unione Europea? Quello della precauzione, dell’azione preventiva e della correzione dell’inquinamento alla fonte, nonché sul principio chi inquina paga, in questo preciso ordine gerarchico. Secondo questo criterio, in caso di incertezza scientifica in merito a un rischio presunto per la salute umana o ambientale, deve essere bloccata l’azione che ne causa l’allerta. Qui di dubbi non ne esistono, poiché quello provocato dall’Ilva di Taranto è uno dei più gravi disastri sanitari e ambientali della storia italiana ed europea; è l’emblema di come una visione poco lungimirante del rapporto tra sviluppo industriale, sociale e sostenibilità ambientale non possa che portare a gravi danni. Ma allora i principi europei e le norme italiane sono solo chiacchiere?

“Chiudere” o “non chiudere” rappresentano le risposte finali al dualismo tra Economia e Salute, ma la scelta di una, annienterebbe l’altra; eppure il mondo non è bianco o nero, ci sono altre soluzioni intermedie. Tra le alternative proposte ci sono: la bonifica delle aree inquinate utilizzando gli stessi lavoratori dell’area a caldo; un reale adeguamento delle strutture con impianti moderni e a basso impatto ambientale; lo stanziamento di un premio incentivante per l’esodo anticipato; la produzione delle bramme fuori dal centro siderurgico tarantino.

Oggi la questione è ancora aperta e dibattuta, con l’uscita di ArcelorMittal dagli accordi statali e l’incognita produttiva dello stabilimento.

Quando capiremo che la Terra su cui viviamo è una? Quando capiremo che avvelenare l’ambiente vuol dire avvelenare noi stessi? E, soprattutto, quando capiremo che prevenire è meglio che curare/pagare?

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