WWF: il mare come il clima sul filo di un baratro irreversibile

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© Vittoria Amati

‘Il più dettagliato e agghiacciante atto d’accusa mai redatto sull’estinzione delle specie marine’, come l’ha definito La Stampa, sembra l’intro di un film di fantascienza, un antefatto che scorre a caratteri cubitali sullo sfondo di uno spazio nero.

“Sul pianeta Terra quasi 3 miliardi di persone dipendono dal pesce come fonte primaria di proteine. Pesca e acquacoltura assicurano il sostentamento al 10-12 per cento della popolazione mondiale.

Ma tra il 1970 e il 2012 abbiamo perso il 49% della popolazione dei vertebrati marini.

Negli ultimi 30 anni sono spariti più della metà dei coralli delle barriere, e il 20% delle mangrovie è andato perduto tra il 1980 e 2005.

Se gli attuali tassi di crescita della temperatura non cambieranno, entro il 2050 gli oceani diventeranno troppo caldi per consentire la vita dei coralli.

Più di 5000 miliardi di pezzi di plastica, per un peso complessivo di oltre 250.000 tonnellate sono dispersi nel mare.

Solo il 3,4% della superficie dei mari è protetta e solo una parte è gestita in modo efficace.

Se l’umanità non cambierà velocemente rotta la situazione degli oceani diventerà irreversibile, con ripercussioni socioeconomiche inimmaginabili.”

Sì, sembra l’inizio di una fiction distopica: in un futuribile oggi i cattivi hanno compromesso il pianeta. Ai buoni la missione impossibile: salvare il mare. Per salvare soprattutto gli esseri umani. Il pianeta può sopravvive a danni peggiori di questo, ci è già riuscito, ma lo scenario che si verrà a creare potrebbe trasformarlo in un luogo davvero inospitale, se non del tutto incompatibile alla nostra sopravvivenza. In questa missione i buoni saranno costretti a salvare anche Dart Fader e tutti i suoi soldatini completamente asserviti, i quali, poverini, sembra proprio che stiano facendo di tutto per morire asfissiati.

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© Vittoria Amati

Il 50% dell’ossigeno che respiriamo viene proprio dagli oceani, il restante quasi tutto dall’altra fabbrica di ossigeno del pianeta, le foreste, e anche loro stanno subendo un’aggressione altrettanto nefasta. L’80% dell’inquinamento marino è generato a terra, non in mare con l’immissione nell’ambiente di metalli pesanti, fertilizzanti, idrocarburi e plastiche. E CO2. La CO2 contribuisce alla graduale acidificazione dei mari, processo che minaccia i gusci e gli esoscheletri calcarei di migliaia di specie, soprattutto planctoniche. Il krill, per esempio, è alla base della catena alimentare degli oceani meridionali, e come specie rappresenta la più ingente biomassa del pianeta. I nostri consumi, non solo di petrolio, sono al centro dell’accusa.

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Nel 1960 eravamo 3 miliardi di individui  e il consumo pro capita di prodotti ittici era di 9,9 kg al’anno. Oggi non solo siamo circa 7 miliardi, ma il consumo annuale a persona è raddoppiato (19,2 kg) e solo il 38% di ciò che consumiamo proviene da allevamenti. Molti dei quali addirittura dannosi. Con uno stock ittico sovrasfruttato per il 61% ed in declino del 79% per alcune specie (tonni e sgombri), il mare è destinato a dare sempre meno e a diventare un problema di sicurezza globale.

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Siamo sull’orlo, secondo gli esperti, dell’irreversibilità totale del disastro. Altro che Nibiru e calendari Maya, stiamo per cancellare la ricchezza più importante del pianeta. Ma la soluzione c’è ed è nei dati esaminati dal WWF e divulgati già nell’aprile del 2015. I mari generano introiti per almeno 2500 miliardi di US $ all’anno. E potrebbero generarne per ben 5200 miliardi di dollari, più del doppio. Solo operando scelte oculate.

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Aumentando le Aree Marine Protette solo del 30%, per esempio, si potrebbero generare circa 920 miliardi di dollari in più tra il 2015 e il 2050. Oltre al fermo biologico che consente alle specie di riprodursi in pace e di ripopolare le aree impoverite, c’è il grosso bonus del turismo.

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Il turismo costituisce il 9,8% del Prodotto Globale e dà lavoro a 277 milioni di persone, in pratica un posto di lavoro ogni undici. Ma la vera buona notizia è un’altra: ben l’80% dei turisti al mondo scelgono il mare per le loro vacanze. Certo, senza leggi e controlli adeguati l’impatto del turismo può essere pesante, ma oggi la tendenza globale è quella di minimizzare l’impatto a grandezze più che sostenibili se non vicine allo zero, come si è fatto in molte aree dell’Egitto, per esempio, imponendo la costruzione di costosi impianti per le acque reflue, rigidissime norme per la costruzione di moli e porti, regole comportamentali per subacquei e snorkelisti.

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Il mare, o quel che resta, sarà ancora recuperabile grazie alla nostra ammirazione per i suoi palcoscenici selvaggi, come le foreste di mangrovie, che fanno da incubatrice e rifugio per migliaia di piccole specie, di individui allo stato larvale, ma che allo stesso tempo trattengono sedimenti e nutrienti pericolosi per i coralli.

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Come per le emissioni di gas serra, sul mare non abbiamo altra scelta: dobbiamo ridimensionare drasticamente le nostre abitudini, orientandoci solo su ciò che è sostenibile, come alcuni prodotti di acquacolture, e gli omega 3 sintetizzati dalle alghe. Dobbiamo trasformare grandi porzioni di mare in parchi inviolabili dove innumerevoli specie si riproducono indisturbate, impedire la cattura dei predatori d’apice, ridimensionare e riconvertire gran parte dell’industria della pesca sfruttando l’opportunità offerta dal turismo per rendere fruttifero il ripopolamento.

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“Uno squalo vale molto più da vivo che da morto: vale almeno cinquanta volte. Cinquanta volte ogni anno, però, mica una volta sola…” lessi una volta su un magazine egiziano. Era il 2003 e non avevo mai visto un politico esprimersi con tanto acume. Il vero valore del mare ce lo ricorda il WWF: con un ‘PIL’ di 2500 miliardi di dollari, il mare , dopo Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito è la settima economia mondiale. Il mare è quindi ancora recuperabile. Ma solo se chi ha capito la gravità della situazione agirà in fretta, esercitando tutta la sua influenza e sfruttando l’ultima finestra di opportunità per cambiare rotta e strategie, invece di insistere a sostenere ciò che ormai è palesemente insostenibile, aprendo le porte alla catastrofe.

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