Busta? No, grazie!

Madagascar ©Vittoria Amati

Sempre più Paesi si stanno muovendo per l’abolizione, più o meno graduale, delle buste di plastica per il trasporto delle merci acquistate. La guerra contro questi oggetti tanto deleteri per l’ambiente è cominciata in sordina, a seguito dei sempre più evidenti effetti negativi sulla vita marina e non solo. Il primo, degli oltre 67 Stati, che ha vietato l’utilizzo delle shopper in plastica è stato il Bangladesh nel 2002. Oggi, le ultime notizie parlano di due new entry molto speciali: la Cina, uno dei maggiori utilizzatori di plastica al mondo, e lo Stato di New York, il cui presidente del governo ha fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima.

L’ambizioso piano cinese prevede l’abolizione di tutte le buste non degradabili entro la fine del 2020, nelle principali città, ed entro il 2022 in tutte le altre. Ormai sappiamo bene che se la Cina si mette in testa una cosa, per quanto complessa, riuscirà a farla; ma, alla luce della flessione economica dovuta allo stato di emergenza del Covid-19, vorranno ancora considerare questo programma come prioritario?

Diciamo che non avranno molta scelta, considerando che questa proposta è nata per poter far fronte all’enorme produzione di rifiuti generati dai loro 1,4 miliardi di cittadini.

Con un piano quinquennale, apparentemente ben articolato, la Cina potrebbe quindi risolvere questo problema senza troppe difficoltà, avendo già vietato da gennaio 2018 l’importazione di rifiuti plastici (e non solo) dai Paesi stranieri. L’altro grande passo avanti di questo Paese, sempre più sviluppato, è il divieto di impiego del legname ottenuto con abbattimenti illegali di foreste, un loro florido business portato avanti per vent’anni nel sud-est asiatico e in Africa.

Cosa c’entra questo con le buste di plastica? La soluzione più frequentemente adottata ad oggi è sostituire le buste di plastica con quelle di carta, andando a pesare maggiormente sullo sfruttamento, legale e illegale, delle risorse boschive. Molti negozianti newyorkesi, infatti, sulla scia positiva che ha accolto l’abolizione delle plastic bag, hanno introdotto buste di carta colorate e personalizzate. Probabilmente starete pensando che non sono d’accordo mai su nulla, ma aspettate ancora per farlo. Prima di fare chiarezza, comparando i diversi materiali delle buste (plastica, bioplastica e carta), mi sembra corretto descrivere brevemente la situazione italiana.

Con la direttiva europea del 29 Aprile 2015 si è dato il via ad un più serio piano per la riduzione di buste in plastica, mediante disincentivi economici e/o eliminazione e sostituzione del prodotto con alternative degradabili. Sicuramente ricorderete la diatriba italiana sulla simbolica tassa di circa 2 centesimi di euro per le shopper in bioplastica, inasprita dal tempismo coincidente col periodo pre-elezioni. Superato il disagio iniziale delle proteste di principio, seppur scatenate da ben altri aumenti di tasse, si è passati in brevissimo tempo dalla plastica alla sua alternativa biodegradabile. Il recepimento della direttiva in Italia, infatti, è stato tardivo, ma perentorio. Oggi è oggettivamente difficile trovare negozianti che utilizzano ancora materiali plastici, se non tra gli esercizi esenti dall’obbligo di legge.

L’applicazione del sovrapprezzo per i sacchetti, prima, e la loro sostituzione con alternative definite “ecologiche”, poi, ha portato ad una drastica diminuzione di questi rifiuti dalla vita eterna. Ma c’è di più. Oggi la transizione sta continuando autonomamente, vuoi spinta dal risparmio economico, vuoi spinta dallo spirito ecologista, e vede sempre più persone rifiutare la busta alla cassa e tirare fuori la propria shopper riutilizzabile! Che trionfo! Ma dobbiamo diventare di più, perché è proprio allungando la vita degli oggetti, utilizzandoli tante volte, che possiamo ridurre il loro impatto ambientale.

L’impronta ecologica di un oggetto può essere misurata in relazione a diversi parametri, tra cui quello della CO2 prodotta; ciò che resta sempre uguale è il tempo considerato per i calcoli, ovvero l’intero ciclo di vita di un oggetto, dalla sua produzione al suo smaltimento, con tutto ciò che esiste in mezzo.

Buste di plastica: composte da materiali derivati del petrolio, in genere polietilene, che le rende leggere, flessibili e comprimibili. La miscela dei materiali utilizzati, però, è variabile e questo si traduce in diverse modalità e/o possibilità di riciclo. Una cosa è certa, la plastica non si biodegrada, bensì impiega diverse centinaia di anni per frantumarsi in pezzi sempre più piccoli, le famose microplastiche, invisibili all’occhio umano.

Buste biodegradabili: qui è necessario fare un po’ di chiarezza e distinguere i prodotti biodegradabili da quelli bioplastici (bio-based plastics). Biodegradabile è un qualsiasi materiale in grado di decomporsi completamente ad opera di batteri, in tempi ragionevoli (6 mesi, secondo normativa); la bioplastica è un materiale costituito in larga parte da prodotti organici (come le buste in amido di mais). Detto ciò, non tutte le bioplastiche sono biodegradabili e non tutti i prodotti biodegradabili sono fatti di bioplastica.

La confusione su questo tema ha portato alla produzione e al commercio di un gran numero di buste definite “ecologiche”, che di ecologico hanno ben poco, poiché, seppur migliori della plastica (e poco ci vuole), impiegano comunque diversi anni per potersi decomporre se disperse nell’ambiente. Questo avviene, in parte, per la scarsa informazione che spaccia questi prodotti misti per buste che spariscono magicamente nel nulla dopo l’utilizzo; l’altra parte di responsabilità appartiene, inevitabilmente, ai maleducati incivili che non smaltiscono correttamente i propri rifiuti.

Poiché l’impatto produttivo e delle materie prime è ugualmente alto (se non maggiore) rispetto ai sacchetti di plastica, ma la loro degradabilità è maggiore, possiamo definire queste buste “meno peggio”. Un discorso a parte lo meritano invece le buste compostabili, quelle che dovrebbero riportare la scritta “ok compost”, e decomporsi diventando terriccio in un tempo inferiore ai 3 mesi.

Buste di carta: compostabili e belle da vedere, ma meno comprimibili, leggere e, soprattutto, durature. Queste buste che tanto piacciono ai negozianti sono, purtroppo, molto dannose per l’ambiente poiché la loro materia prima non è un sottoprodotto (ad esclusione della carta riciclata). Circa 14 miliardi di alberi, infatti, vengono abbattuti ogni anno solo per gli imballaggi di carta; la loro produzione, inoltre, emette un maggior quantitativo di inquinanti del corrispettivo in plastica. Per rendere uguale l’impatto ambientale di questi due sacchetti, bisognerebbe semplicemente riusare per tre volte quello di carta. Ma vale la pena consumare la risorsa boschiva, importantissima per gli ecosistemi, in favore delle buste di carta?

Sembra una scelta difficile quella tra l’impatto produttivo di oggi e l’eternità dei rifiuti di domani, eppure non sono solo queste le alternative, poiché NON ESISTE SOLO IL MONDO DELL’USA E GETTA.

Madagascar ©Vittoria Amati

La soluzione migliore, infatti, ci è data dal passato, ovvero dai prodotti riutilizzabili, la cui impronta ecologica, essendo divisa per il numero di utilizzi, risulta molto più bassa, così come il numero di rifiuti generati. Non sto parlando di chissà quanti anni fa… mio padre andava dal salumiere, dal panettiere e dal fruttivendolo con la rete di corda, leggera e comprimibile, o la borsa in tessuto. Sono gli stessi prodotti che oggi stanno vendendo come nuovi prodotti green, per provare ad abbandonare l’usa e getta, portando sempre con sé una soluzione pratica, ma anche carina. Le migliori tra queste buste/borse sono quelle realizzate in prodotti organici, quale il cotone, poiché non rilasciano microplastiche quando vengono lavate, sono robuste e durature. La loro pecca sta nel costo idrico dovuto alla produzione della materia prima, ma basta usarle 100 volte per renderla rispettosa dell’ambiente. Vi sembra molto?

Ipotizzando un uso bisettimanale della shopper, è sufficiente un solo anno per rientrare dei costi ecologici! Considerata la sua resistenza, poi, la borsa in cotone può durare anni e anni, riducendo ancora e ancora la sua impronta ecologica. Oggi si possono acquistare ovunque, ma sono sicura che molti di voi ne avranno a bizzeffe a casa, tra cotone, plastica robusta, tela e quant’altro. Se le avete, utilizzate quelle e dite di no al consumismo camuffato da green movement. Volete una shopper carina, colorata e personalizzata? Oggi avete tutto il tempo che vi serve per crearvene una reimpiegando una vecchia maglietta che non indossate più, dandole una seconda vita.

Il 23 Marzo è iniziata la nuova campagna social del Ministero dell’Ambiente #ricicloincasa, rivolta a tutti i cittadini in quarantena; una proposta interessante che potrebbe finalmente far girare qualcosa di intelligente in rete! Sulla scia del Riciclo creativo, o del più attuale Upcycle, vi propongo quindi la creazione di una shopper a costo zero, leggera, personalizzabile, duratura e resistente (regge 12kg di spesa), la cui produzione NON ha alcun impatto sull’ambiente.

Vi allego uno dei tanti modelli di shopper che si possono creare partendo da una semplice T-shirt. Voi quale sceglierete di usare?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *