L’E40 minaccia l’Amazzonia europea

Polesia / © Victor Malyshchits

La storia ci insegna molte lezioni, eppure, sembra proprio che l’uomo non riesca a imparare dagli errori del passato, nemmeno da quelli più grandi!

A partire dal 2013, nel totale silenzio mediatico, è in corso la progettazione del cosiddetto “E40”, un canale navigabile di 2000 km che andrà a collegare il Mar Nero al Mar Baltico; la rotta di navigazione prevista attraversa tre paesi, tagliando l’intera regione della Polesia, ed entrando persino nella “zona di alienazione” di Černobyl’, una delle più contaminate al mondo. Questo azzardato progetto è stato promosso da una coalizione di organizzazioni e ministri del governo di Ucraina, Bielorussia e Polonia, guidata dalla “Dnieper-Bug Republican Unitary Maintenance and Construction Enterprise”, per l’apparente scopo di facilitare il commercio, aprendo una nuova via più diretta. C’è da dire che questa via non è poi così nuova, poiché era usata già dai Greci, per il commercio, e dai Vichinghi per le razzie a Costantinopoli. Tutt’oggi, le piccole navi sono in grado di attraversare i cinque fiumi dell’Europa dell’est (la Vistola, il Bug, il Pina, il Pripyat e il Dnieper) con l’eccezione di un solo tratto non navigabile tra Varsavia e Brest.

Questo ha fornito l’alibi ai proponenti per definire questo progetto come la “ricostruzione” di una via già tecnicamente esistente dal 1996, senza considerare che a passare dovrebbero essere le enormi navi cargo (80 m di lunghezza) per il trasporto di petrolio, fertilizzanti e legname. Per poter consentire il transito di questi colossi galleggianti, è necessario raddrizzare il percorso dei fiumi e aumentarne la portanza con opere di ampliamento e dragaggio, con la costruzione di dighe e chiuse, e con l’interruzione di meandri. Lavori da portare avanti su ben 2000 Km di percorso, ovvero una lunghezza impressionante se confrontata con gli attuali 80 Km del canale di Panama o i 190 Km del canale di Suez. Come se non fosse già abbastanza, va specificato che queste operazioni sono previste anche a soli 2,5 Km di distanza dal reattore nucleare esploso. Qui, qualsiasi “ricostruzione” fluviale comporterebbe la rimobilitazione delle sostanze radioattive decantate ed accumulate in loco per decenni, con la conseguente contaminazione delle risorse idriche di milioni di persone residenti a Kiev e nei dintorni.

Polesia / © Victor Malyshchits

Questo è un progetto scellerato per una serie di ragioni molto diverse, tra cui, appunto, l’elevato rischio di un’ulteriore contaminazione da scorie radioattive. Un’eventualità che non sembra spaventare troppo il governo, forse abituato a preferire il guadagno economico alla salute del suo popolo. Di cosa parlo? Dei frequenti incendi che interessano da anni le foreste attigue alla centrale di Černobyl’ (attualmente in fiamme dal 4 Aprile) che le autorità ucraine continuano a sottostimare, per estensione e pericolosità. L’ipotesi più diffusa è che questi estesi roghi servano a nascondere il disboscamento illegale, attività che alimenta il mercato clandestino del legname, tra l’altro radioattivo, per un giro d’affari di decine di milioni di dollari all’anno.

Questo business va a costituire i due terzi dei guadagni illeciti locali. L’omertà che nasconde questi vili profitti la conosciamo bene, è ampiamente diffusa nel mondo, ma, in questo caso, mi riferisco alla stessa che ha insabbiato i molti errori compiuti prima, durante e dopo il disastro nucleare del 1986. Allo stesso modo sono stati nascosti dati, numeri e notizie relativi alle conseguenze di un disastro che ha interessato milioni di vite umane, animali e vegetali, ma, soprattutto, che avranno ancora effetti per centinaia di anni.

© fzs.org

Ma torniamo all’E40, poiché la sua realizzazione sembra acquisire sempre più slancio, nonostante la sua enorme complessità e l’opposizione di numerose figure. Tra queste, oltre agli attivisti di molte associazioni ONG (APB – BirdLife Bielorussia, Bahna Bielorussia, Società zoologica di Francoforte, NECU – Centro ecologico nazionale dell’Ucraina, OTOP – Società polacca per la protezione degli uccelli, USPB – Società ucraina per la protezione degli uccelli), spicca la Business Union of Entrepreneurs and Employers (BUEE), che in Bielorussia ha condotto una breve analisi costi-benefici del canale navigabile, esortando i governi a concentrarsi su altri progetti di trasporto più efficienti. Lo Studio di Fattibilità presentato con il progetto è infatti considerato da molti esperti del settore come “breve e corrotto”, per la scarsa o totale assenza di valutazione di molti importanti fattori economici, ambientali e, non da ultimo, di contaminazione radioattiva. Nonostante questo, ancora prima dell’effettiva approvazione del piano o del suo totale finanziamento, i funzionari del governo ucraino e bielorusso hanno deciso di iniziare a dragare i fiumi Dnieper e Pripyat.

Prima di analizzare i danni diretti e indiretti di questo progetto, voglio presentarvi la meravigliosa Polesia, conosciuta anche con il nome di “Amazzonia europea”.

La Polesia è un’area naturale di oltre 18 milioni di ettari, quasi il doppio dell’Italia, che si estende tra la Bielorussia, l’Ucraina, la Russia e la Polonia. Si tratta della più ampia Zona Umida d’Europa, ma è l’unica per complessità e ricchezza; questa si presenta come un labirinto di paludi, pianure alluvionali, isole, prati e foreste. A modellare e regolare l’ambiente della Polesia è proprio il fiume Pripyat, uno degli ultimi grandi fiumi non ancora fortemente modificato dall’uomo. Molte aree di questa regione sono di importanza fondamentale per la conservazione della natura e, per questo, sono state riconosciute dall’UNESCO come Riserve della biosfera, zone di protezione speciale per gli Uccelli e Siti Ramsar. Nonostante questa protezione formale, però, i numerosi habitat differenti e le centinaia di migliaia di specie da essi ospitati sono in costante pericolo. La Flora locale conta specie particolarmente protette, poiché minacciate o molto rare, e un alto numero di endemismi (specie uniche al mondo); tra la fauna, oltre alle innumerevoli specie di uccelli stanziali e migratrici, troviamo popolazioni di Orso bruno, Lupo, Lince, Bisonte europeo, Lepri, Lontre, ma anche moltissimi micro-mammiferi, pesci e anfibi.

Il valore economico della Polesia è forse incalcolabile per la lunghezza della lista dei suoi valori di uso e di non-uso; si parla di valori socioeconomici e ambientali (lavoro, produzione, sviluppo, salute, cultura, protezione, biodiversità, ecc), a cui si aggiungono i vantaggi dei servizi ecosistemici forniti naturalmente (produzione primaria, formazione di suolo, purificazione dell’acqua, sequestro di carbonio, regolazione del clima, mitigazione delle inondazioni, ecc). Vi ricordate, poi, di quanto sono importanti le Zone Umide per la lotta al cambiamento climatico? Insomma, si tratta di un paradiso indispensabile, ma insidiato da una nuova minaccia, l’E40, che si va ad aggiungere alle precedenti: il cambiamento climatico, l’antropizzazione, la frammentazione del paesaggio, il drenaggio delle zone umide, la silvicoltura intensiva, l’estrazione illegale e insostenibile di risorse naturali.

A questo punto credo sia più semplice comprendere i devastanti effetti di un progetto che viene chiamato “La morte della Polesia”. Cominciamo con i danni diretti più immediati, ovvero quelli derivanti dalle ingenti modifiche idrologiche: erosione degli argini, fiumi prosciugati, aree desertificate, abbassamento della falda idrica sotterranea, inquinamento radioattivo, torbiere degradate e rilascio del carbonio immagazzinato per secoli, perdita di servizi ecosistemici, esposizione a inondazioni, distruzione di habitat fondamentali per molte specie. Queste sono solo alcune delle prime ripercussioni naturali che modificheranno irreversibilmente l’intera Polesia, e che provocheranno una reazione a catena solo parzialmente prevedibile. L’impatto antropico delle attività umane andrà a interessare oltre 70 aree naturali, di cui 12 di importanza internazionale, così come la vita delle comunità locali che si vedranno privare di ogni risorsa e fonte di sostentamento, per non parlare della salute. Vi ricordate del Lago d’Aral? Quasi totalmente prosciugato in meno di 50 anni, perché l’ex URSS decise di deviare i suoi due affluenti per irrigare piantagioni di cotone. Un altro disastro ambientale che porta la firma dell’uomo a lettere cubitali e ci dovrebbe aprire gli occhi oggi! L’E40, insomma, è il classico progetto che cela (non poi così bene) delle esternalità da manuale, ovvero dei costi nascosti che gravano su terze persone, la popolazione.

Se, come me, vi state chiedendo come sia possibile consentire tutto ciò, sappiate che non è semplice bloccare un progetto senza una Valutazione ambientale ben strutturata su cui fondare le accuse di danni ambientali, economici o sociali. L’unica piccola vittoria si è riportata in Polonia, dove la comunità europea è riuscita ad imporre il divieto di alterazione delle aree protette di Rete Natura 2000; vincolo che non persiste in Bielorussia ed Ucraina.

Allora cosa si può fare? Si può firmare la petizione della coalizione di esperti ambientali, ma è altrettanto importante divulgare la notizia di questo progetto, per far conoscere il problema e attirare l’attenzione degli influenti media. Tramite l’informazione sarà possibile impedire che il progetto prosegua indisturbato e, forse, evitare una nuova catastrofe ambientale.

Polesia / © Victor Malyshchits

 

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  1. Paola Iadarola
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    • Marianna Savarese
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