L’agri-covid come la xylella: patogeno economico-sociale

Un deserto senza colori e un grido di dolore senza voce; un male senza cura e decine di migliaia di vittime. Xylella e Covid-19: ferite che hanno incenerito le campagne di tutta Europa, a partire dalle infinite distese verdi del nostro Salento, e arrestato dalla notte al giorno i caotici paesaggi urbani di tutto il pianeta. Un patogeno fatale e una pandemia che hanno messo in ginocchio le micro e macroeconomie mondiali e imposto risposte che ci si attende meditate, ma che rischiano invece di giocarsi a colpi di asset strategici, riesumando antichi blocchi ideologici, sulla pelle dei cittadini. Insidiati da un male fuori controllo e dalle conseguenze di scelte politiche ad alto impatto sulle loro vite.

Una primavera-estate senza fragole e zucchine

L’assenza delle primizie stagionali sulla nostra tavola è solo la prova tangibile di quanto la pandemia di Covid-19 abbia già messo KO anche le economie più solide. L’emergenza ha portato settori di punta, come l’agroalimentare, a fare i conti con le proprie debolezze e fatto emergere vizi e virtù delle comunità, dal nord al sud del mondo. A partire dal ricorso a leve negoziali, prove generali di nazionalismi, come il cibo. Ma da ogni crisi può nascere un’opportunità e in questo caso la lezione è duplice. L’Italia è un Paese agricolo e l’emergenza potrebbe ad esempio aiutare a far luce su fenomeni criminali, come la contraffazione e lo sfruttamento dei braccianti stranieri di cui, mai come ora nelle campagne, si riscopre il valore. Ma anche a valorizzare i primati virtuosi.

Il primato green dell’agricoltura italiana

Perché grazie al made in Italy e alle filiere produttive, alla biodiversità, al record di indicazioni geografiche riconosciute e di impiego di terre coltivate con tecniche biologiche, l’Italia ha conquistato il primo posto sul podio dei paesi più green d’Europa. A certificarlo è una ricerca condotta dalla Fondazione Symbola in collaborazione con Coldiretti. Su questo panorama si inserisce l’esplosione dell’emergenza pandemica, per la quale il nostro Paese ha già pagato un prezzo altissimo, con una variabile ambientale non indifferente, perché i metodi adottati in agricoltura hanno inciso, eccome, sulla diffusione del virus. Secondo uno studio condotto da Cultlab e riportato dall’agenzia ANSA, in Italia si registrano 32 casi ogni 100 km² nelle aree gestite con sistemi non intensivi, contro i 47 delle aree a sfruttamento massivo.

L’oro verde dell’Italia

Un giro d’affari che sfiora i 60 miliardi di euro (59,3): tanto è il valore della produzione, messe insieme agricoltura, silvicoltura e pesca secondo l’ultima rilevazione dell’Istat. Ma quest’anno, complice il clima, fragole e asparagi rischiano di marcire nei campi. E siccome l’emergenza ci terrà col fiato sospeso ancora per diverso tempo, bisogna già prepararsi a fare i conti con la mietitura e la vendemmia. Il problema è serio e una risposta è urgente: secondo la Coldiretti, con il blocco delle frontiere e il timore di tanti braccianti stagionali di venire nel nostro Paese, sarebbe a rischio più di un quarto del made in Italy.

Non è bastato il ‘corridoio verde’: le persone non vogliono spostarsi e molti hanno deciso di disdire anche contratti stagionali in corso. Le resistenze alle frontiere creano allarme in uscita e in entrata; preoccupa il turismo, con 12 miliardi di euro persi ed è già allarme per i prezzi. Che le catene della grande distribuzione abbiano annunciato un blocco dei prezzi, indicando un termine preciso, non è che un campanello d’allarme. Tanto è vero che dagli scaffali sono sparite le promozioni. 

Finora ce la siamo cavata, ma il problema è la tenuta da qui alle prossime settimane o mesi anche per le materie prime di cui l’Italia è dipendente perché necessarie alla produzione di made in Italy. Prendiamo la pasta e l’olio extravergine: secondo Federalimentare, importiamo il 45% del grano e il 60% delle olive, con la sola provincia di Lecce che ha perso 3 olive su 4 per la xylella. Granai mondiali come Russia e Kazakhstan hanno già bloccato le esportazioni.

Campi senza braccia

La guardia è alta anche per il nostro export, che l’anno scorso è valso all’Italia 41,8 miliardi di euro solo per l’agroalimentare. Ecco allora che a preoccupare non è solo il deficit di materia prima da far entrare, ma anche la contrazione della manodopera per quel che abbiamo in casa. La vendemmia che ci aspetta è solo la minaccia più evidente. Perché i lavoratori stagionali stranieri impiegati nel settore, in Italia, sono quasi un terzo: 400mila su un totale di circa un milione di operai agricoli. Per lo più rumeni, ma non mancano marocchini, indiani, senegalesi e albanesi. Mani straniere che ora mancano per i raccolti. Guardando oltre confine non è molto diverso: in Spagna il tasso di assenteismo nelle campagne e per le attività di imballaggio ha raggiunto il 50%, mentre in Germania il ministro dell’Agricoltura sta valutando con Lufthansa di trasportare per via aerea gli stagionali che nel Paese raggiungono ogni anno quota 286mila.

Anche in Italia non sono mancate le iniziative dal mondo politico, come quella del ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, che ha annunciato nel DL Rilancio approvato dal Governo la regolarizzazione degli stranieri che oggi vivono in veri e propri ghetti gestiti dalle agromafie. Prevista una dotazione specifica di 1 miliardo e 150 milioni di euro per il florovivaismo, gli agriturismi, la filiera del vino.  

Il monopolio del caporalato

C’è poco da sorprendersi se oggi tutti i nodi vengano al pettine. Il caporalato dal 2011 è un reato penale, ma nel Mezzogiorno ha colmato il vulnus apertosi nel passaggio da una gestione a carattere familiare a una imprenditoriale, che ha iniziato a far leva sulla manodopera esterna. E mentre i lavoratori italiani diminuivano e il collocamento pubblico perdeva peso, il ricatto dei caporali su lavoratori immigrati privi di diritti agiva indisturbato. Eccolo il “latifondo caporalesco”: i latifondi di oggi sono le monocolture gestite da aziende che non investono, non innovano, rifiutano la multifunzionalità e la diversificazione e rinunciano alla ricerca e alla sperimentazione. Prassi e scelte che spiegano come alla scadenza di ogni periodo di programmazione, miliardi di euro di fondi europei tornino indietro, inutilizzati. Un immobilismo e un vuoto istituzionale nel quale si inseriscono fenomeni come il reclutamento illegale di manodopera, il ricorso al cottimo e al sottosalario. È così che negli ultimi vent’anni il nuovo caporalato ha avuto gioco facile nel nostro Paese, trovando ampio spazio nella ricerca di occupazione di larghe masse di lavoratori, favorito dalla legislazione sull’immigrazione. 

Un business da 5 miliardi di euro

I caporali sono generalmente della stessa nazionalità dei braccianti. Li reclutano all’alba, stipandoli in mezzi di fortuna per portarli a lavorare nei campi. A fare i conti del valore e del costo sociale di questo fenomeno è la Flai Cgil nel suo quarto rapporto “AGROMAFIE E CAPORALATO – Osservatorio Placido Rizzotto”. Il business sfiora i 5 miliardi di euro (4,8) e le aziende che vi ricorrono sono 30mila, una su quattro. Vulnerabili, senza reti di protezione sociale, spesso irregolari (quattro su dieci), e facili vittime di ricatto, perché privi di alternative occupazionali: è l’identikit ideale di chi finisce nella trappola. Tra i 400mila e i 430mila, è la stima della Flai Cgil. Lavorano dalle otto alle dodici ore al giorno e per un cassone di raccolto da 375 chili ricevono 3/4 euro, salvo poi corrisponderne almeno il doppio al caporale per il trasporto su mezzi di fortuna e un panino per il pranzo. Se sono donne, poi, il salario si riduce del 20%. 

La beffa dell’Italian sounding

La criminalità in agricoltura trova uno sbocco naturale nella contraffazione che ci fa perdere ogni anno 5,7 miliardi di euro di mancato gettito fiscale e toglie a 100mila potenziali lavoratori regolari ogni opportunità. 

L’emergenza aiuterà a sanare questi paradossi? Una risposta non è immaginabile ora. Ma intanto si moltiplicano le iniziative per garantire continuità ai raccolti. Confagricoltura e Coldiretti hanno lanciato “Agrijob” e “Job In Country”, piattaforme di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, autorizzate dal ministero del Lavoro e a disposizione delle imprese associate (www.confagricoltura.it/ita/agrijob_elenco.php e https://lavoro.coldiretti.it/). Nel Regno Unito è nata l’iniziativa della fondazione Concordia (www.concordiavolunteers.org.uk/feed-the-nation) che al motto di “Nutriamo il Paese” ha già registrato il tutto esaurito per reclutare braccia volontarie per aprile, e da maggio largo ai volenterosi, per le campagne d’Europa e per le tante iniziative che trovano spazio in una lunga catena virtuale di solidarietà. 

Il tempo stringe. E non c’è altro fertilizzante che una visione di lungo termine, fondata su dialogo e solidarietà, su riforme strutturali e tanti pilot quante sono le diverse colture. Senza, il Covid-19 diventerà la nuova xylella. Un patogeno destinato a insinuarsi nella società e nell’economia.

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