Il 5G alla prova con ambiente e salute

Il mondo scientifico non ha ancora fatto il punto sugli effetti della tecnologia di nuova generazione, sulla salute. Ma intanto la cosa certa è che il 5G fa paura ai cittadini che lanciano online petizioni su petizioni per chiedere una battuta d’arresto nella sperimentazione. L’opinione pubblica è divisa, ma intanto si va avanti. In Italia le compagnie telefoniche Iliad, TIM, Vodafone, Fastweb e Wind Tre si sono aggiudicate le frequenze all’asta e la sperimentazione è già partita in alcune grandi città come Milano, Bari, Genova, Prato, L’Aquila e Matera.

Come funziona e che cosa promette il 5G

Il 5G è la tecnologia standard di nuova generazione, l’evoluzione della comunicazione mobile che si gioca però su requisiti completamente diversi dagli attuali 3G e 4G. Una prima fondamentale differenza è che questa rete passa attraverso un sistema capillare di antenne, consentendo l’accesso fino a un milione di dispositivi per chilometro quadrato, mentre il 4G risiede tutto nell’hardware del telefono, con un consumo maggiore di batteria e rischio di intasamento della rete nei luoghi molto affollati. La nuova tecnologia ha una maggiore stabilità e copertura, una trasmissione e una risposta più veloce che consentirà di passare dagli attuali 25 megabit, a 250 megabit al secondo. Il risultato è che si potranno scaricare film in pochi secondi, ma soprattutto connettere tra loro oggetti, attraverso il cosiddetto Internet delle cose.

Una potenzialità che l’attuale tecnologia non permette, perché oggi, tanto per fare un esempio, i sistemi delle auto non possono scambiarsi informazioni per avvisare che sulla strada c’è del ghiaccio o c’è una buca, o che il prossimo semaforo, visibile solo entro pochi secondi, è ancora rosso.

Non è solo questione di confort: il 5G promette, è vero, di assecondare i capricci di chi vuole tempi di risposta più rapidi, una maggiore durata del device, una domotica efficiente, e coronare il sogno di un’auto con autista integrato, ma garantisce anche benefit produttivi e sociali.

Si pensi alla telemedicina, a siti produttivi e uffici connessi senza il rischio di lacune nella trasmissione, al monitoraggio dei movimenti degli edifici in caso di terremoto. E ancora, ad aree finalmente connesse che altrimenti rimarrebbero ancora isolate. In un momento poi in cui il distanziamento sociale è diventato una priorità, tanti alunni e studenti di aree poco coperte rischiano di restare tagliati fuori dalle aule virtuali, come molti lavoratori dallo smart working. Il 5G potrebbe essere anche una risposta al digital divide.

Per garantire un segnale così potente, la nuova tecnologia utilizza onde più corte delle attuali, ma a più alta frequenza. Questo vuol dire che il segnale è, sì, più potente, ma anche più sensibile agli ostacoli, come la pioggia, i muri e gli alberi. Di qui la necessità di un sistema capillare di antenne.

Il 5G e l’ambiente

Per garantire questa capillarità serve spazio e in quest’ottica le chiome verdi possono essere un ostacolo. Il fenomeno non è passato inosservato e la guardia è alta perché la prospettiva di una strage di alberi per far posto alle nuove antenne è inaccettabile, in un momento in cui si parla tanto di green new deal, giardini verticali e orti urbani. Ecosistemi cittadini che si basano su equilibri delicati, come la vita degli esseri che li vivono: girano in rete video che raccontano di morie di api, in testimonianze bollate come bufale sul presupposto che l’origine di questo fenomeno sia legato solo indirettamente alle onde elettromagnetiche. Circostanze simili si sono verificate in concomitanza con i terremoti: in pratica basterebbe una minima deviazione del volo per far perdere alle api il controllo della traiettoria e cadere al suolo.

Insomma non è l’esposizione al campo in sé ad avere effetti sull’organismo degli insetti, quanto invece la perdita dell’orientamento. Ma tanto vale per farsene un’idea.

Restando sul tema della sostenibilità, c’è il tema dei vecchi dispositivi: la nuova tecnologia è supportata solo da una certa tipologia di smartphone. Cosa ne sarà di quelli attuali e ancora perfettamente funzionanti, ma che supportano solo il “vecchio” 3G e 4G?

Già facciamo i conti con l’obsolescenza programmata, una sorta di data di scadenza implicita decisa a tavolino dai produttori dei dispositivi elettronici per garantire il mercato ai nuovi. Due anni fa è costata cara a due colossi della stazza di Apple e Samsung, multati dall’Antitrust italiano per 10 e 5 milioni, rispettivamente, per alcuni aggiornamenti che avrebbero danneggiato i cellulari e costretto milioni di utenti a sostituirli. Senza arrivare a tanto, il fenomeno è all’ordine del giorno: basti pensare che i modelli più vecchi di smartphone sono incompatibili con gli ultimi aggiornamenti, indispensabili per il loro funzionamento.

Il 5G fa male alla salute?

Visto che il dibattito è ancora in corso, per provare a trovare una risposta oggettiva non si può che dare la parola alla comunità scientifica. I due studi che hanno fornito evidenze sui possibili danni sulla salute della rete 5G sono la cooperativa sociale Istituto Ramazzini e l’US National Toxicology Program.

L’Istituto Superiore di Sanità[1] si è già espresso in questo senso, confutandone i risultati e distinguendo tra effetti a breve e lungo termine. Sul primo fronte ha ricordato che gli standard internazionali di protezione garantiscono al momento il rispetto della cosiddetta soglia degli effetti termici. Se questa non viene superata è da escludersi un danno alla salute per l’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza, siano essi di reti 3G, 4G o 5G, così come del resto di tanti altri comuni elettrodomestici. Sugli effetti a lungo termine, cioè quelli associati all’eventuale insorgenza del cancro, la Iarc ha per ora classificato campi elettromagnetici e radiofrequenze solo come possibilmente cancerogeni per gli esseri umani: il livello più basso di rischio, praticamente da manuale, perché vuol dire che non ci sono sufficienti prove di cancerogeni su animali di laboratorio.

E si possono dormire sonni tranquilli accanto a un’antenna 5G perché, assicura l’ISS, l’Italia è andata oltre per assicurare una tutela della salute anche da eventuali effetti a lungo termine prevedendo, per i sistemi fissi di telecomunicazione e radiotelevisivi, limiti ancora più restrittivi degli standard internazionali.

Come si spiega allora tanto rumore, attorno ai rischi sulla salute connessi alla rete 5G? La risposta è tutta nella quantità: i timori sollevati dai risultati di studi effettuati sui ratti dall’Istituto Ramazzini e dal NTP si basano su un bombardamento prolungato di campi elettromagnetici tale da non avere riscontro nella realtà, perché di gran lunga superiori a quelli consentiti dalla legge italiana e internazionale. Quindi una cosa sono le potenzialità e un’altra l’effettivo utilizzo dello strumento: una cosa è lanciarsi in strada con un auto molto potente a 300 km/h, ben altra è guidarla osservando i limiti di velocità.

L’attenzione ai temi dell’ambiente e della sostenibilità non esauriscono il dibattito intorno al 5G: in ballo c’è il rispetto per i valori centrali delle moderne democrazie, dal diritto alla riservatezza alla libertà personale. Una questione che va oltre il confronto tra le ragioni di chi sostiene il progresso e chi dice di star bene come sta. (Continua)

[1] http://old.iss.it/binary/elet/cont/5G_e_rischi_per_la_salute.pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.