Chi rompe, paga

L’ecosistema Terra, oggi, non è in equilibrio a causa di numerosi problemi, di cui il più grande è sicuramente l’uomo. Cambiamento climatico, distruzione delle risorse naturali, drastiche alterazioni ambientali sono tutte conseguenze del numero eccessivo di individui della nostra specie, e del nostro modo innaturale di rapportarci col Pianeta. Ma, prima di analizzare il caso umano (lasciatemi passare il gioco di parole), approfondiamo un attimo le normali dinamiche di un ecosistema.

Gli organismi viventi interagiscono tra loro e con l’ambiente, proprio nel contesto dell’Ecosistema, ovvero l’insieme di una comunità biotica e del suo ambiente abiotico. Come in una macchina, ogni componente del sistema è indispensabile al suo funzionamento, poiché direttamente o indirettamente connesso agli altri, con associazioni diffuse. Ogni interazione, quindi, contribuisce a regolare l’ecosistema, essendo causa e/o effetto di cambiamenti utili a mantenerne lo stato dinamico di equilibrio (resilienza). Per questo, ad ogni scala dimensionale, dalla piccola pozza d’acqua all’interezza del nostro Pianeta, si possono osservare delle dinamiche fondamentali, tra cui la tendenza del sistema a limitare la crescita incontrollata di una popolazione. Questo avviene perché ogni ambiente, in quanto luogo finito, offre risorse limitate che ne definiscono la cosiddetta capacità portante, ovvero la dimensione massima di una popolazione che le risorse di una data area riescono a sostenere.

Cosa succede quando interviene uno squilibrio numerico? La dinamica universale vede una popolazione in salute aumentare velocemente di numero e, parallelamente, quindi, cresce la domanda per le risorse essenziali (cibo, acqua, spazio, ecc); quando la velocità di consumo supera la velocità di rinnovo, il sistema va in crisi: l’ambiente si modifica, aumenta la mortalità e si riduce la natalità. Le modifiche ambientali influenzano a loro volta la variabilità genetica di una popolazione e, quindi, l’evoluzione o coevoluzione delle specie. A tutti è chiara l’importanza di cibo e acqua per la sopravvivenza di un organismo, ma non dimentichiamoci della risorsa spazio; elevate densità di popolazione, infatti, causano forte stress ai singoli individui, scatenando cambiamenti ormonali e riducendo le loro difese immunitarie.

Il controllo densità-dipendente può quindi essere operato tanto dall’ambiente, quanto dalle interazioni con altre specie (predazione, competizione, commensalismo, parassitismo ecc), ed essere applicato secondo i criteri della selezione naturale, per raggiungere un nuovo stato di equilibrio.

Da tutto ciò cosa si evince? Che la Natura è brutta e cattiva, o che la Natura è il motore dell’evoluzione che opera migliorando le specie, rendendole più adatte all’interazione con l’ambiente e le altre specie? Riuscite a vedere il perfetto equilibrio, seppur complesso, che governa l’ecosistema Terra?

Ora, come si inserisce l’uomo moderno nelle dinamiche dell’ecosistema? Senza alcun dubbio possiamo dirci una specie unica, un caso a parte. Ma non in senso positivo.

Il primo problema, come abbiamo già detto, è rappresentato dalla nostra numerosità: oggi siamo arrivati a 7,8 miliardi di umani (o meglio la cifra che segna), una cifra molto elevata che abbiamo raggiunto in tempi veramente brevi.

Il perché di questa crescita esponenziale è da ricercarsi nel nostro innaturale modo di vivere. Parlando in termini ecologicamente significativi, infatti, la nostra specie, da un certo punto in poi, non è più stata soggetta a predazione, non ha risentito della presenza di parassiti (e quindi di malattie) o di competitor, né ha patito particolari pressioni ambientali. Una condizione ideale che ci siamo creati da soli per semplificare e allungare la vita.

Ma a quale costo? Non subire pressioni esterne vuol dire non essere soggetti a selezione naturale, ovvero niente miglioramento della specie con modifiche adattative nei confronti di predatori, parassiti o dell’ambiente che cambia. Tutto questo ci ha reso addirittura più deboli, perché evolutivamente fermi in un mondo che cambia più velocemente del normale, e proprio a causa nostra. Perché? Perché modifichiamo l’ambiente in cui viviamo seguendo criteri altrettanto innaturali, basati sulle false illusioni che ci siamo creati.

Queste illusioni ci hanno condizionati al punto da portarci al nostro secondo problema, non meno grave del primo: il nostro stile di vita. Oggi, più della metà della popolazione umana globale vive in città densamente abitate, al cui interno, però, si registrano condizioni ambientali insalubri (se non pericolose) e ritmi stressanti. La nostra aspettativa di vita è cresciuta moltissimo grazie al progresso biomedico, ma questo ci ha fatto arrivare ad età avanzate in uno stato di vulnerabilità innaturale.

La nostra vita è sempre più facilitata dagli agi e dalle comodità che abbiamo inventato, superando il limite del ragionevole e sforando nell’innaturale concetto di spreco; questo ci ha resi schiavi di inutili bisogni indotti dalla pressione sociale e dall’imitazione, secondo un nuovo fenomeno di consumo vistoso, il consumismo.

La nostra presunta superiorità rispetto ad altri organismi ci ha fatto perdere il nostro istinto animale, rinnegandolo per autoproclamarci homo sapiens sapiens, con una ridondanza presuntuosa e, oggi, assolutamente poco veritiera. Questo perché sembra che l’uomo non conosca il naturale scopo della vita, le dinamiche della natura e, soprattutto, che non ne comprenda i limiti.

Il risultato di questo stile di vita è il nostro terzo problema, ovvero i nostri autogol. Quello più diffuso è la scelta di vivere in città affollate, ovvero in ecosistemi urbani, il che ci porta numerosi svantaggi diretti e indiretti tra cui, come abbiamo già detto, un forte stress densità-dipendente e, quindi, un impatto negativo sulla salute fisica e mentale. Nonostante l’ambiente sia reso insalubre dal nostro inquinamento, la richiesta di abitazioni urbane è continua, causando l’espansione delle città, a discapito di altri ambienti. L’elevata densità umana, poi, ci espone maggiormente al contagio di patogeni, il cui effetto naturale è appunto quello di limitare la crescita esponenziale della popolazione.

Qualsiasi parassita, batteri e virus compresi, ha ormai una vita relativamente facile nell’organismo umano, che è indebolito dall’ambiente, dall’età avanzata, dall’assuefazione ai medicinali e, quindi, totalmente inadatto a fronteggiarlo.

Ma il nostro più grande autogol è la velocità con cui modifichiamo (in peggio) l’ambiente in cui viviamo: inquinamento diffuso, distruzione delle risorse e loro spreco, distruzione di aree naturali e loro modifica. Quest’ultimo è in effetti la principale causa di impatto ambientale poiché, in un certo senso, comprende anche le altre. La nostra continua ricerca di nuove aree da sfruttare sarà la nostra rovina, sia perché acceleriamo le modifiche ambientali, sia perché andiamo incontro a situazioni per cui non ci siamo evoluti, ovvero a cui non ci siamo adattati. Di che parlo?

Mi riferisco alla nostra vulnerabilità (di specie, non di singolo individuo) in un ambiente estraneo a quello antropizzato. L’esempio più calzante è sicuramente quello delle zoonosi, ovvero di malattie che possono essere trasmesse naturalmente dagli animali vertebrati all’uomo e viceversa. Questo avviene a seguito del cosiddetto spillover, ovvero il trasferimento di un agente patogeno da una specie all’altra, proprio come sembra essere successo con il 2019-nCoV, un tipo di coronavirus coevolutosi con alcune specie selvatiche. Talvolta può accadere che, a seguito di spillover, ci sia un adattamento del patogeno all’organismo della nuova specie e, quindi, la sua diffusione.

Non siamo assolutamente estranei a questi meccanismi, anzi: abbiamo già conosciuto altri tipi di Sars, la suina, l’HIV, la peste, la spagnola, la rabbia, la mucca pazza, l’aviaria…. Potrei continuare, ma il punto è che, nonostante le nostre numerose esperienze, non sembriamo avere compreso che molte delle nostre scelte sono errori che ci si ritorcono contro; non ci é chiaro che basterebbe smettere di invadere ed alterare nuovi territori, smettere di cibarci di bushmeat, smettere di creare condizioni favorevoli allo spillover, soprattutto in virtù della vulnerabilità che ci siamo autoinflitti.

Non dimentichiamo che queste malattie non son altro che un modo per la natura di ristabilire l’equilibrio nel proprio sistema, limitando la crescita incontrollata di una specie divenuta dannosa.

Siamo responsabili della sesta estinzione di massa, per gli enormi e veloci cambiamenti che abbiamo apportato all’ambiente, ed ora rischiamo di farne parte.

L’ecosistema, con una crisi del genere, può tornare allo stato di equilibrio? Certo! In un’ottica temporale più lunga, anche un ecosistema molto alterato rientra nel normale ciclo dinamico, che muta per tornare allo stato di equilibrio. Ma come? Con un cambio radicale dei componenti del sistema, ovvero della comunità biotica (specie) e dell’ambiente abiotico. Di questo passo, cosa pensate che succederà all’uomo? E se provassimo a rallentare questa corsa al cambiamento? Se provassimo, qui e adesso, a risolvere almeno i nostri problemi 2 e 3?

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