L’avanzata delle Locuste

Locuste invadono il villaggio di Katitika, nella contea di Kitui, in Kenya – © Sven Torfinn / Oxfam

Da mesi, sciami di locuste grandi quanto intere città stanno divorando i raccolti dell’Africa orientale, del Medio Oriente e dell’Asia. La situazione diventa sempre più ingestibile a causa del veloce avanzare di questi insetti e del loro potenziale riproduttivo, grazie al quale hanno superato i 70 miliardi di individui. I Paesi colpiti sono almeno 15, ma è difficile stare al passo con la velocità del fronte distruttivo. Ad oggi sappiamo che la diffusione delle locuste è cominciata nel 2019 in diversi Paesi africani quali Kenya, Etiopia e Somalia, ma anche in alcune aree del Pakistan. Una piaga del genere non si vedeva da 70 anni, in Kenya, e da 25 nei paesi del Corno d’Africa, eppure è passata in secondo piano rispetto al Covid-19. Come mai? Quanti e quali sono i danni provocati da questi animali?

Le Locuste del deserto, o Schistocerca gregaria, a dispetto del loro nome scientifico, sono insetti solitari che, per ridurre la competizione alimentare intraspecifica, evitano attivamente le altre locuste. Quando vi sono scarse risorse, però, questi animali si concentrano nelle poche aree verdi, innescando uno stato gregario utile a superare le avversità e che le spinge a migrare alla ricerca di cibo.

In questa fase sociale le Locuste cambiano aspetto e comportamento grazie al rilascio di ormoni (serotonina), prodotti a seguito del contatto fisico tra individui. La livrea, da verde-marrone, diventa vistosamente gialla; aumentano la fame, la socialità e, quindi, le dimensioni del cervello; per ridurre lo sforzo negli spostamenti, e coprire fino a 200 km al giorno, le zampe si accorciano e le ali si allungano.

Detto ciò, quanti danni può fare uno sciame di Locuste? Considerando che un esemplare adulto può mangiare ogni giorno il suo peso in cibo, ovvero circa 2g, e che uno sciame di locuste può contenere fino a 10 miliardi di individui, estendendosi per diverse centinaia di chilometri, l’impatto sulle colture umane diventa ingente. Giusto per riportare una stima fatta dalla Locust Forecaster della FAO, le locuste presenti in 1 kmq riescono a mangiare quanto 35.000 persone, in un solo giorno.

Come abbiamo visto nell’ultimo articolo, in un ambiente naturale, il sistema tende a limitare la crescita incontrollata delle popolazioni; ma allora come mai le locuste possono arrivare a numeri tanto sbilanciati? Semplice, grazie all’aiuto dell’uomo. Considerate quanto sono agevolati questi insetti dalla presenza di campi coltivati: enormi quantità di cibo altamente energetico, concentrato in aree adiacenti. Un vantaggio del genere favorisce ogni stadio vitale delle locuste, dalle ninfe nate da poco, all’adulto che si nutre e riproduce in tempi velocissimi. Come se non bastasse, il cambiamento climatico causato dall’uomo ha spianato la strada a variazioni ambientali di loro ulteriore gradimento. Mi spiego meglio.

Alla base dei sempre più frequenti fenomeni meteorologici straordinari, c’è l’alterazione del normale sistema di regolazione del clima. Nel caso specifico, si parla dei numerosi cicloni generati dalla fase positiva del Dipolo dell’Oceano Indiano, ovvero il gradiente termico tra gli strati dell’acqua che, invertendosi, determina il clima di un’area vastissima, che va dall’Africa orientale all’India, fino all’Australia. Durante questa fase, il calore e l’umidità in eccesso fungono da carburante per le tempeste. Poiché l’Oceano Indiano occidentale si sta riscaldando ad una velocità superiore di quella dell’Oceano Indiano orientale, la frequenza delle fasi positive del dipolo sta aumentando, innescando piogge del 300-400% superiori alla media nelle zone africane, e importanti siccità in quelle australiane. Cosa c’entra tutto questo con le Locuste? Come tutti gli ortotteri, anche loro depongono le uova in terreni sabbiosi che, se umidi, costituiscono la migliore condizione possibile per la riproduzione. Quale miglior posto delle sabbie desertiche, bagnate dalle piogge cicloniche, e adiacenti ai campi coltivati dall’uomo? Previsioni del genere erano state presentate da numerosi studiosi a partire dal 2009, ma, rimanendo inascoltate (ovviamente, perché lontane), non sono state prese le giuste misure per affrontare il problema.

Uno sciame di locuste del deserto a Ololokwe, Kenya – © Ansa/Fao

Abbiamo detto che l’attuale diffusione delle Locuste è iniziata nel 2019, ma, volendone comprendere le cause, dobbiamo risalire al 2018, anno in cui, in rapida successione, si abbattono due cicloni nella Penisola Arabica. Mekunu, a Maggio, e Luban, a Ottobre, hanno creato le condizioni ideali per la proliferazione di ben tre generazioni di Locuste, ognuna di 20 volte più grande della precedente; nel giro di 9 mesi la popolazione è cresciuta di 8000 volte rispetto alla densità media, innescando una grande migrazione per la ricerca di cibo. Le direzioni prese sono state una verso il Mar Rosso e il Golfo di Aden fino all’Etiopia e alla Somalia, e l’altra verso Iran, Pakistan e India. Nel 2019 ulteriori bombe d’acqua bagnano il Corno d’Africa, (la stessa acqua che è mancata in Australia, lasciandola arida ed esposta agli incendi), inducendo i contadini locali, increduli, a seminare a più non posso, preparando, di fatto, la pastura perfetta per le giovani locuste. A questo punto, a Dicembre, la situazione è già piuttosto drammatica, costringendo diversi Paesi a collaborare tra loro, in attesa degli aiuti internazionali richiesti tramite la FAO.

Ancora oggi tutti si preoccupano solo dei morti con Coronavirus, ma le stime sul numero di persone che dovrà affrontare insicurezze alimentari acute è di 20,2 MILIONI, senza alcun criterio selettivo. Numero che potrebbe salire in questi giorni, durante i quali scopriremo se ci sarà una nuova ondata di Locuste, con la schiusa delle uova di fine Maggio e l’avvicinarsi della stagione di coltura; una situazione che potrebbe moltiplicare i miliardi di S. gregaria già all’opera, per un fattore 400.

Perché l’uomo, bravissimo a uccidere altri esseri viventi non è intervenuto prima che si arrivasse ad una situazione così difficilmente gestibile? Il contenimento delle piaghe di Locuste dipende sempre da 2 fattori fondamentali: il monitoraggio e il controllo. Il primo è operato da una sezione dedicata della FAO, che fornisce previsioni, allerta precoce e allarmi sui tempi, le dimensioni e l’ubicazione delle invasioni e delle zone di riproduzione. Il controllo, invece, è operato dai singoli Paesi, spesso appositamente finanziati, anche se con sostanziali differenze nei mezzi a disposizione o nella facilità delle operazioni.

L’unico momento in cui si può effettivamente stroncare la diffusione dello sciame di Locuste è quello successivo alla schiusa, ovvero prima che questi insetti formino le ali per allontanarsi. In questa fase vengono irrorati i terreni con ingenti quantità di pesticidi e non senza difficoltà a causa dell’estensione delle aree, luoghi impervi e poco accessibili, conflitti militari, presenza di mine antiuomo. Nel 2018 e 2019 questa operazione di controllo è saltata a causa dell’instabilità politica e di conflitto che viveva, e vive tutt’ora, la penisola araba, lasciando incontrastata l’avanzata dell’esercito di Locuste fameliche.

Al momento sono in atto tentativi disperati di controllo con tutti i mezzi a disposizione, dagli antiparassitari aerei ai più semplici deterrenti sonori quali clacson, sirene, padelle e bastoni per non far fermare gli sciami sui campi coltivati o sulle città oscurate da queste nuvole gialle. Se nella necessità d’urgenza si promuove anche l’uso di pesticidi tossici, questo non vuol dire che possa diventare la regola, poiché si tratta di prodotti altamente impattanti sull’intero ecosistema. Veleni che si accumulano nei terreni, nelle acque, nel cibo e che uccidono indistintamente ogni specie animale presente, impollinatori compresi, generando un grave squilibrio ambientale.

È di fondamentale importanza, quindi, studiare nuovi metodi di controllo precoce, meno impattanti, da affiancare ad un attento monitoraggio, poiché il cambiamento climatico non farà altro che aumentare la frequenza di queste invasioni di Locuste del deserto. Nelle linee guida della FAO si parla di un fungo entomopatogeno, Metarhizium anisopliae var. acridium, abbastanza specifico per S. gregaria e innocuo per l’ambiente, gli altri insetti e l’uomo, ma questo non esclude altri approcci naturali quali la lotta biologica con predatori naturali come fanno in Cina con le Anatre.

Se oggi resta vergognosamente radicata nel nostro cervello l’idea che “se è lontano, non ci tocca”, vi assicuro che domani questo cambierà, poiché la velocità con cui avvengono le interazioni in un ecosistema danneggiato è sempre maggiore. Se non sarà la migrazione di Locuste fameliche a raggiungere il Primo mondo, sarà l’ondata degli altri migranti affamati, quelli umani, a bussare alla porta di chi, non per merito, ma per casualità, è più fortunato di loro.

Fonti:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.