Ognuno ha la sua mascherina

© Chiara Baù

Primi di giugno. Ancora qualche giorno e la natura sarà a disposizione di tutti. Le regioni apriranno i confini, ognuno sarà libero di recarsi dove desidera. Nella speranza che nel futuro non circolino più virus tanto invadenti, rifletto su quanto queste ultime ore prima dell’apertura totale siano così preziose, così ricche di silenzio. Sono confinata nel mio castello di montagne, il virus mi ha dato la possibilità di rimanere in valle. L’incontro improvviso con una marmotta in un prato fa scaturire in me una nuova sensazione di condivisione con una natura che sta respirando profondamente. Assaporo con la marmotta questa pace inusuale, la osservo mentre sta brucando voracemente il tarassaco (Taraxacum officinale), indiscusso fiore di primavera che con il giallo intenso punteggia vivacemente il verde brillante della nuova erba primaverile.

Il tarassaco si trasformerà nel soffione, l’infiorescenza che soprattutto i bambini si divertono a dissolvere nell’aria con soffi ripetuti, come fossero bolle di sapone. Il termine soffione deriva dalla particolare caratteristica che lo contraddistingue: dopo la sfioritura, infatti, i semi si raccolgono in una morbida sfera piumosa, pronti a disperdersi al primo alito di vento. Simili a paracaduti, volteggiano nell’aria appesi a piccoli ombrellini, per poi dar vita a nuovi cicli vitali. Una trasformazione continua, e il fiore giallo splendente sarà la nuova maschera del soffione.

Il prato su cui cammino, tra meno di due settimane diventerà affollato di turisti, desiderosi finalmente di godere anche loro di tanta bellezza. Ed è giusto così.

Mai avevo visto questo prato senza neve, un elemento che mi appare come una maschera per la natura, una sorta di protezione, una bianca coperta che nasconde per qualche mese il folto prato di fiori di tarassaco.

L’indomani parto per un’escursione. Continuo a girare come una trottola prima che tutto torni ad aprire, come se non volessi perdermi neanche un secondo di quest’atmosfera incontaminata.

Persino il cielo è inconsueto, privo di tutte le candide scie di aerei che normalmente lo imprimono, come tratti di una matita sul foglio bianco.

Esploro una nuova valle, un ingresso stretto e severo in una gola rocciosa e fredda dove un torrente ha scavato il suo cammino. Il passaggio è talmente angusto che sembra impossibile immaginare al di là una vallata. Il sentiero si inoltra in un bosco invaso di alberi caduti. L’incontro con alcuni taglialegna, intenti con sega ed accetta a spaccare tronchi abbattuti, mi consente di fare due chiacchiere e scopro che l’abbondante nevicata di novembre seguita da rovesci d’acqua, ha provocato danni irreparabili alle foreste. La neve appesantita dalla pioggia ha in effetti provocato il crollo di numerosi pini e abeti, trasformando apparentemente il bosco in un cimitero di alberi, insormontabili. Costituiscono un ostacolo alla mia destinazione, o forse non sono altro che una maschera per la valle che vorrei raggiungere. Una sorta di barriera protettiva, come se qualcuno o qualcosa ne impedisca volontariamente l’accesso.

Proseguo a fatica, obbligata a scavalcare prima uno, poi due, poi venti tronchi riversi al suolo. Il percorso è tortuoso. Ad un certo punto mi accorgo di essermi persa: il sentiero è ormai completamente scomparso sotto decine di tronchi accasciati sul terreno. Tornare indietro non è più possibile. Provo ad aggirare il bosco, portandomi sull’altro versante, dove la vegetazione è rimasta intatta, un muschio incantevole, verde brillante sembra indicarmi la via giusta.

© Chiara Baù

Osservo il cielo che si fa sempre più spazio tra le cime degli abeti. Improvvisamente dopo un’ora di cammino ritrovo il sentiero, ho superato la parte disastrata del bosco e davanti a me si schiude una piccola radura che preannuncia una valle di tale bellezza che sembra incantata. Mentre mi addentro sul sentiero inizia ad affiorare nei pensieri una leggenda.

“Lungo il confine del bosco incontro un orso. Mi spiega di essere stato rinchiuso in un recinto qualche giorno prima, e di essere fuggito in questa valle protetta dagli alberi caduti. Avvisto un riccio, riparatosi in questo luogo dopo essere stato preso a calci da alcuni bambini, incontro un cigno fuggito da un lago dopo che le le sue uova sono state prese a sassate, trovo un’aquila con un’ala ferita da cacciatori e bracconieri.”

Il massiccio groviglio di tronchi sul terreno era la maschera naturale che avrebbe protetto questi animali fuggiti dalla crudeltà umana. Sì perché questi eventi sono purtroppo veri. La mia spiegazione sulla maschera naturale di una valle incantata che protegga questi animali è di pura fantasia, ma ho bisogno di crederci e affidarmi alla fantasia come antidoto contro tanta crudeltà e ignoranza. La maschera, forse una delle parole più usate ultimamente, è in realtà per la natura uno degli ingredienti fondamentali. Percorro questa valle che porta il nome di Val Duron, una laterale della Val di Fassa, in Trentino, e ne rimango stregata: rivela un paesaggio scavato dal ghiacciaio, dove tutto sembra rimasto intatto come un tempo. Oltre la maschera, la mia fatica è stata ripagata.

 

Pulcinella di mare @Chiara Baù

In natura non esistono mascherine egoiste, altruiste, chirurgiche o con chissà quale sigla. Le maschere in natura hanno molteplici funzioni. Il sughero o la corteccia dell’albero, come la pelliccia di un animale, proteggono il tronco della pianta dagli agenti esterni, quali il caldo, il freddo, l’umidità, pur garantendone la traspirazione.

Così come le mascherine che dobbiamo indossare ci tutelano, ma nello stesso tempo consentono la traspirazione. Gli animali indossano maschere di ogni tipo, armi fondamentali per la sopravvivenza, per essere visibili o mimetizzarsi. I pappagalli mostrano una livrea luminosa per attirare il sesso opposto, più è appariscente, più il maschio avrà un successo riproduttivo. Il camaleonte è il tipico emblema di una maschera, riesce a cambiare colore per adattarsi alle varie circostanze. Nella foresta pluviale per risultare invisibili basta avere una livrea maculata come il giaguaro. Nelle foche della Groenlandia i cuccioli sono bianchi, un accorgimento astuto della natura per mimetizzarsi sul ghiaccio, così come i cerbiatti e i piccoli cinghiali perdono macchie e strisce sul manto quando diventano adulti. Nell’inverno polare la volpe artica e la pernice bianca adottano la stessa tecnica per passare inosservate. Quando la neve scompare, svanisce il manto bianco che diventa screziato e grigiastro per mimetizzarsi col colore delle rocce, rendendole così invisibili.

La natura ama giocare con i colori come nella salamandra, la cui colorazione nera costellata di puntini gialli è un avvertimento per il potenziale predatore, infatti la pelle tossica, provvista di particolari ghiandole che producono una neurotossina alcaloide, spaventa i predatori. Sempre per motivi riproduttivi ecco che i galli cedroni maschi gonfiano il piumaggio per sembrare più grandi, più possenti. Il pavone maschio possiede una livrea punteggiata di 150 occhi variopinti, una maschera utile ad attirare la femmina.

In Alaska rimanevo affascinata dalla pulcinella di mare, un bellissimo volatile che ostenta il grosso becco colorato richiamando in tal modo il sesso opposto.

© Chiara Baù

L’esempio più emblematico di manto mascherato è forse quello della zebra. Se inizialmente potrebbe sembrare che le righe del mantello confondano gli aspetti, alcuni studiosi sostengono che le strisce chiaroscure si riscaldino in modo diverso, così da controllare la temperatura corporea dell’animale. Un continuo gioco di maschere. La pelliccia del panda è bianca su muso, collo, addome e schiena per facilitare il mimetismo negli habitat innevati. Le zampe, invece, sono nere per confondersi con l’ombra della foresta tropicale. Questa duplice colorazione deriverebbe dall’alimentazione. Il panda, infatti, si nutre solo di bambù e non riesce ad accumulare grasso a sufficienza per il letargo: ciò significa che rimane in attività tutto l’anno ed è costretto a spostarsi continuamente tra habitat molto diversi fra loro. Le macchie nere sul muso svolgerebbero una funzione legata alla comunicazione, incutendo nei predatori un senso di timore, mentre le chiazze intorno agli occhi servirebbero al riconoscimento tra esemplari della stessa specie o a trasmettere aggressività prima di uno scontro.

La sula piediazzurri è un uccello marino che raggiunge gli 85 centimetri di lunghezza e il chilo e mezzo di peso. La peculiarità principale è l’intenso colore azzurro delle zampe palmate che sfoggia durante il corteggiamento, in quanto maggiore sarà il successo di chi esibisce un azzurro più carico. Quello che più colpisce a prima vista infatti è l’intenso colore azzurro delle zampe palmate: un blu-violetto di base, dovuto ad alcune particolari proteine nella pelle delle zampe. Se l’inventiva umana sta sfoderando mascherine di ogni tipo, ecco che la natura si è già prodigata da millenni in una inesauribile creatività con piante ed animali.

È recente l’episodio che riporta ad un buffo caso di finto mascheramento. Un orso in Trentino, per ragioni sconosciute, si è avvicinato ad un abitato, issandosi sul balcone di un alloggio nel centro del paese. Gli abitanti scorgendo l’orso arrampicarsi sulla casa hanno pensato ad un ladro mascherato da orso, tanto improbabile era l’idea di trovare un vero orso sul balcone. Dopo questo episodio, mi diverto a pensare quanti ladri si siano ispirati travestendosi da orsi.

È così che mi accorgo che tutto il mondo è una maschera, ma solo la natura nelle sue molteplici forme di mascheramento é l’unica veramente autentica, e in questo periodo che impone l’obbligo della mascherina non possiamo far altro che imparare da lei.

Gli occhi sono lo specchio dell’anima, sosteneva Leonardo da Vinci. Ci aspetta un periodo in cui il nostro respiro deve essere protetto e lo sguardo sostituisce in parte le parole filtrate da una fascia di stoffa. Una nuova forma di comunicazione, più essenziale, più silenziosa e naturale. Ad una prima impressione mi risulta strano incontrare persone munite di mascherine, ma col passare del tempo questo nuovo stratagemma pare avvicinarci di più al mondo naturale.

La mascherina induce a guardare con maggior attenzione, a osservare i volti delle persone, l’espressione degli occhi, a parlare di meno, forse intimoriti di trasmettere con goccioline di saliva il male trasparente.

Incrementare il silenzio personale non guasta e avvicina alla natura, non potremmo chiedere di meglio.

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