Sequestro record di pinne di squalo – cosa c’è sotto la punta dell’iceberg

Squalo martello

Il sequestro record di 26 tonnellate di pinne di squalo a Hong Kong è un ottimo segnale pervenuto dalla zona, ma è anche la misura di un traffico distruttivo che alimenta l’illegalità.

Sarà stato il 2010, quando vidi per l’ultima volta sul menù di un ristorante ‘la zuppa di pinne di squalo’. Non potevo fare altro che protestare e andarmene, purtroppo era legale. E lo è ancora. In Italia e in Europa il commercio di pinne di squalo è consentito a due condizioni: che non si tratti di specie protetta e che l’animale venga sbarcato intero, con le pinne ancora attaccate. Il finning è il tipo di pesca tra i più crudeli al mondo. Catturano gli squali, gli tagliano via le pinne e poi li ributtano a mare ancora vivi. Le loro carni non valgono lo spazio nelle stive. È una pratica vietata in quasi tutti i paesi del pianeta, ma il maxi-sequestro di Hong Kong ci suggerisce che la pratica è ancora diffusa ed il mercato è capiente. Ma ci dice anche che in quella zona del mondo qualcosa sta cambiando. Ora lo spedizioniere rischia fino a dieci anni di carcere.

26 tonnellate di pinne di squalo corrispondono a quasi 38.000 squali uccisi.

Migliaia di pinne di qualo ad essiccare sui tetti di Hong kong / © Scanpix

Ogni cassa sequestrata conteneva circa trecento sacchetti di pinne essiccate. Pesce secco, c’era scritto sui documenti di traporto, ma in spagnolo. I doganieri, abituati a leggere bolle in inglese o cinese, o in entrambe le lingue, alla fine si sono insospettiti. Il carico veniva sì, dall’Ecuador, ma la società di spedizione era di Hong Kong. Erano ferme lì da gennaio, forse per essere vendute durante le festività del Capodanno cinese. Ma il Coronavirus aveva mandato a monte un mucchio di cose, feste e momenti conviviali per primi. Proprio a gennaio, con un sondaggio presso i ristoranti cinesi della città, la Hong Kong Shark Foundation, aveva scoperto che l’85% dei 300 menu per banchetti del Capodanno lunare offriva la famosa zuppa di pinne di squalo. Ma non è detto che il carico sequestrato fosse destinato ai ristoranti della ricca Hong Kong. Lo suggerisce il suo valore, di ‘soli’ 8,6 milioni HK$, circa 1,2 milioni di dollari americani, un prezzo basso per un bene che, servito in tavola, può superare i 200 U$ a porzione.

Il prezzo dipende dalle specie.

Squalo volpe

Erano le pinne di circa 7.500 squali seta e 31.000 squali volpe, chiamati così in italiano per la lunghissima pinna caudale. Entrambi gli squali sono sul primo gradino della lista rossa IUCN, tra le specie definite ‘Vulnerabili’, e inseriti nell’Appendice II della CITES, la convenzione che ne regola il commercio internazionale imponendo restrizioni su luoghi e metodi di cattura. Sul mercato le pinne di queste due specie non valgono come quelle degli squali martello. Quanto siano ambite quelle dei martello lo riflette il loro stato di conservazione. Gli squali martello, sia il martello festonato che il grande martello, sono in bilico sull’ultimo gradino della lista rossa della IUCN prima dell’abisso. Il loro stato è considerato ‘Critico’. Vale a dire, a un passo dall’estinzione in natura.

Le pinne più ambite in assoluto, la cui zuppa raggiunge i 4000 USD per una pentola da 4-6 persone, sono quelle dei pristidi, i pesci sega. L’intera famiglia è nell’Appendice III della CITES: specie commerciabili solo con un permesso speciale.

Ogni anno vengono uccisi circa 80 milioni di squali. Di questi almeno 70 milioni solo per le pinne.

La scarsa disponibilità, come per l’oro e (nel passato) il petrolio, fa salire i prezzi, incentivando le catture illegali. Lo riscontra Yvonne Sadovy, in uno studio condotto per la School of Biological Sciences dell’Università di Hong Kong:

“L’esclusività del prodotto, unita alla sua limitata disponibilità in natura, ne aumenta il prezzo e lo rende interessante per molte reti commerciali, in particolare per quelle poco trasparenti o dalle pratiche illegali”.

Secondo il suo studio il mercato illegale è di gran lunga il più prospero. Sei volte più prospero. Ogni anno 25.000 tonnellate di pinne di squalo provengono da attività di pesca insostenibili e illegali, contro 4.300 tonnellate prodotte nel rispetto delle regole. Regole che sembra quasi impossibile far rispettare in mare aperto.

Con il saggio ‘Oceani fuorilegge’ Ian Urbina ci fornisce un quadro distopico su ciò che accade nelle sterminate distese marine. Ci descrive un mondo parallelo e remoto, dove la pratica dello schiavismo affianca quella della distruzione delle risorse. Un mondo dove incrociatori e motovedette non vanno a curiosare, per problemi di giurisdizione, ma anche di scarsità di mezzi e di benzina.

Pesce sega / © Doug Perrine

Un mondo dove l’unico contrasto viene dalle poche navi dei volontari ambientalisti, che rischiano processi a loro volta. Fu proprio inseguendo una nave che praticava lo shark finning che Paul Watson, fondatore di Seashepherd si beccò un mandato di cattura internazionale, spiccato dal governo della Costa Rica, eseguito in Germania, cui non seguì (per fortuna sua e degli oceani) l’estradizione.

Praticavano il finning le navi della flotta cinese denunciata a maggio 2020 per schiavitù e pesca illegale da avvocati e attivisti indonesiani e sudcoreani. Secondo la denuncia tra dicembre 2019 e aprile 2020 quattro membri dell’equipaggio, tutti indonesiani, morirono a seguito delle pericolose condizioni di lavoro a bordo. I corpi di tre di loro furono gettati in mare, ufficialmente per prevenire infezioni, ma scatenando le proteste diplomatiche di Jakarta. Le navi erano attrezzate per la pesca del tonno, ma alcuni membri dell’equipaggio hanno prodotto video di squali cui venivano tagliate le pinne prima di essere gettati in mare. Secondo i testimoni anche 20 squali al giorno. Per 13 mesi di seguito. Si trattava di catture accessorie, che sono alte nella pesca con i palamiti, un tipo di pesca non selettiva e pericolosa per gli equipaggi. Il finning è invece una pratica vietata in tutte le giurisdizioni in cui operava la flotta.

Il commercio delle pinne di squalo si basa su un traffico in grado di beffare le dogane dei paesi più avanzati. Secondo il National Geographic tra il 2010 e il 2017 nei porti americani sono transitate ufficialmente 859 tonnellate di pinne di squalo. L’equivalente di oltre un milione di squali uccisi. Sui sequestri di merce illegale, poche decine di tonnellate all’anno, anche i funzionari della NOAA parlano di punta dell’iceberg. Le pinne vengono dichiarate come ‘pesce essiccato’ o ‘congelato’, quando non vengono usate etichette completamente fuorvianti.

Scovarle mentre sono in transito, ammettono i funzionari, è una questione di fortuna. Controllare le merci dirette a Hong Kong, provenienti da paesi dell’America latina è l’ago nel pagliaio. Ma anche ispezionando un carico legale è quasi impossibile risalire al metodo di pesca, mentre per identificare la specie e capire se sia protetta o meno c’è bisogno di un’analisi del DNA, che non può essere condotta sull’intero carico. Il commercio di pinne di squalo, e di conseguenza la famosa zuppa, è illegale in soli 12 stati USA.  Ma di tanto in tanto, spudoratamente, compare anche sui menù negli stati che la vietano. Difficile rendere le sanzioni effettive se lo stato vicino lo consente. Ancora più difficile diventa il tracciamento, una volta sbarcata la merce e venduta.

Pinna caudale appesa ad essiccare / © Oceana

Molti ristoranti nel mondo hanno tolto la shark fins soup solo dal menù ufficiale, ma continuano a servirla a richiesta, come ha fatto Maxim’s a Hong Kong, dopo il coro di proteste dei gruppi ambientalisti. E non è più il consumo di Cina e di Hong Kong che preoccupa. Con la messa al bando della famigerata zuppa dalle cene ufficiali, la classe politica cinese ha dato un segnale forte, un segnale che è stato recepito soprattutto dai più giovani. La volontà di voltare pagina con un passato di sconsiderato sfruttamento delle specie in pericolo è sempre più evidente. I consumi di certi beni iniziano a calare. Aumentano i divieti, i sequestri si fanno sempre più frequenti. Sono scesi in campo i personaggi autorevoli della medicina tradizionale, per denunciare come puro business l’insistente offerta commerciale di specie in pericolo. Preoccupa invece l’aumento del consumo in altri paesi del mondo, come il Vietnam, paesi dove si sta affermando una classe media asiatica, una classe sempre più agiata e numerosa che non vuole rinunciare agli status symbol propri delle generazioni precedenti.

È appunto la scarsità, unita all’esclusività, che fa delle pinne di squalo un prodotto che può arricchire facilmente pescatori senza scrupoli e trafficanti. È lecito pensare che anche il tonno rosso, battuto alle aste di Tokyo per un milione di dollari a esemplare, cadrà presto nello stesso perverso meccanismo. Ma mentre per il tonno rosso esistono strumenti di controllo e fondi per renderli efficaci, per gli squali c’è solo la tenacia dei gruppi ambientalisti. E non si può non dar loro ragione quando dicono che l’unica soluzione è vietare totalmente ogni prodotto derivato dagli squali. Di qualsiasi tipo di squalo. Ma la chiave di tutto sta nel bloccare completamente il commercio che rende gli squali così appetibili, così vicini al collasso: il commercio delle loro pinne. Su questo in Europa si può fare qualcosa: firmare un appello come cittadini europei. Con un milione di firme si può chiedere alla Commissione Europea di proporre una legge in uno dei suoi settori di competenza.

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