Ogni goccia conta (Parte II)

Nell’ultimo articolo abbiamo parlato di usi e sprechi domestici e di trasporto dell’acqua potabile, una risorsa preziosa in esaurimento. Il prelievo d’acqua dolce, però, non comprende solo l’acqua che beviamo, bensì anche quella utilizzata (e sprecata) in ambiente urbano o per scopi agricoli e industriali.

Ora, poiché non è possibile soddisfare l’intera richiesta con le sole sorgenti, una buona parte dell’acqua dolce viene prelevata da corpi idrici come laghi e fiumi o falde acquifere, mentre un’altra parte deriva da operazioni di recupero, riciclo e/o trasformazione. In ogni caso non si tratta quasi mai di una risorsa pronta all’uso e, visto che ogni acqua deve rispettare specifiche caratteristiche qualitative, il punto di prelievo e il tipo di trattamento cambieranno sempre in funzione dell’utilizzo finale.

L’acqua naturale destinata alla potabilizzazione, ad esempio, deve subire diversi processi fisici, chimici e fisicochimici per poter rientrare nei rigidi limiti di legge e, solo dopo numerosi controlli, viene immessa nell’acquedotto. Tutti questi passaggi hanno un costo economico ed un impatto ambientale di cui tenere conto, soprattutto visti gli sprechi che perpetuiamo da sempre con il nostro modo di vivere o la passività con cui accettiamo un acquedotto groviera.

L’acqua utilizzata per scopi agricolo e/o industriale, invece, dovendo soddisfare parametri meno rigorosi, può subire trattamenti più semplici e veloci, producendo, a parità di quantitativi, un impatto ambientale inferiore, almeno teorico. Ma, purtroppo, agricoltura e industria sono, rispettivamente, il primo e il secondo settore per consumo d’acqua dolce.

Cominciamo dal settore agricolo europeo, dove ben più di un terzo dell’acqua totale consumata viene impiegato per poter far fronte alle diffuse condizioni di aridità del suolo, ironicamente indotte dalle stesse attività colturali (fertilizzazione, inquinamento del suolo, fitofarmaci). Come potremo soddisfare la maggiore richiesta idrica del domani, se già oggi siamo in difficoltà? La risposta esiste, ed è sempre la stessa: cambiando il sistema.

Dobbiamo improntare il nostro sviluppo sul concetto di sostenibilità, agricoltura compresa; per far questo sono fondamentali i nuovi metodi di irrigazione, sempre più efficienti e radice-mirati, ovvero senza sprechi da percolazione o evaporazione. La Grecia, ad esempio, grazie a queste nuove tecniche, ha stimato un guadagno effettivo di acqua del 95%, utilizzando solo quella realmente necessaria per il fabbisogno colturale. Per chi fosse interessato, in Europa esistono molti tipi di finanziamenti utili a incentivare la modernizzazione degli impianti di irrigazione, per renderli più efficienti e per adattarli al recupero delle acque meteoriche. Un’altra strada possibile ed interessante è il riutilizzo delle acque reflue per ridurre notevolmente la richiesta idrica e, quindi, l’impatto ambientale dell’agricoltura. Molte isole come Cipro e l’arcipelago di Gran Canaria utilizzano acque reflue rigenerate per il proprio fabbisogno irriguo, coltivando migliaia di ettari di piantagioni. Impianti del genere sono presenti e regolamentati anche in Italia, ma possono soddisfare solo una piccolissima quota della richiesta idrica agricola attuale.

Depuratore acque reflue, Modena / © canaleenergia.com

Pensando ancora più in grande, ma sempre rimanendo in tema di acque rigenerate, si potrebbero incrementare le risorse per lo sviluppo degli impianti di dissalazione; al momento meno dell’1% della popolazione mondiale dipende dall’acqua desalinizzata a causa degli alti costi di realizzazione e gestione, ma anche delle tecnologie relativamente arretrate. Impianti moderni e più efficienti renderebbero questa tecnica molto poco impattante e un’ottima soluzione per il futuro globale.

Passiamo ora al settore industriale che, da solo, a livello globale, utilizza circa il 22% dell’acqua dolce disponibile per necessità produttive, di raffreddamento dei macchinari e/o di lavaggio degli impianti. È chiaro che qui il discorso può complicarsi molto in funzione di numerose variabili quali tipologia di industria, modernità degli impianti e loro localizzazione, limiti di legge, dimensione della produzione e dotazioni eco. Queste ultime non sono una presa in giro, bensì un’importante caratteristica che dovrebbero presentare tutti gli impianti, ma che, di fatto, sono poco presenti (o poco utilizzate); si tratta di tutte le tecnologie utili per la depurazione ed il riciclo delle acque di seconda mano, reflue e non. L’Italia è tra i Paesi che, sulla carta, ha i regolamenti più severi, ma la realtà è un’altra: eccessivi quantitativi di acqua dolce prelevata, scarso riutilizzo di acque rigenerate e imbarazzante qualità dell’acqua reimmessa nei corpi idrici. Il caso del fiume Sarno è forse il più eclatante, ma non è certo solo nel faldone degli esempi italiani.

A questo punto sembra chiaro che le soluzioni per ridurre l’impatto idrico dell’agricoltura e dell’industria già esistono, e che devono solo essere migliorate dal punto di vista qualitativo e quantitativo. Ciò vuol dire una migliore efficienza obbligatoria per le aziende e maggiori controlli statali per far rispettare i limiti di legge. Un cambiamento decisivo, inoltre e prima di tutto, potrebbe arrivare con una minore pressione produttiva, ovvero una richiesta di mercato che soddisfi solo i fabbisogni reali e non quelli inutili su cui si fonda il consumismo, scheletro dell’economia globale attuale.

Prima di passare al nostro contributo diretto nella riduzione dello spreco idrico, parliamo del nostro possibile contributo indiretto. Questo passa innanzitutto per la consapevolezza di un concetto fondamentale: l’impronta idrica, ovvero l’indicatore del volume totale di risorse idriche utilizzate per la produzione di un bene o di un servizio.

Come l’impronta ecologica, o quella del carbonio, anche l’impronta idrica considera tutte le fasi della catena, dalla produzione allo smaltimento, passando per stoccaggio, trasporto e vendita. È possibile calcolare questo valore anche a livello nazionale, ovvero l’impatto idrico di cui è responsabile un intero Paese, dato dalla somma dei consumi interni con quelli esterni, derivanti dall’importazione di merci e servizi. L’Italia, ad esempio, ha una delle impronte idriche più alte d’Europa, superiore del 66% alla media mondiale; il 49% dell’acqua utilizzata proviene dal nostro territorio, mentre il restante 51% arriva dall’estero, incorporata nelle merci importate.

Esistono alcuni beni che richiedono maggiori quantità d’acqua, tra cui prodotti alimentari e bevande, per cui, volendo, sarebbe davvero semplice ridurre le singole impronte idriche di ogni italiano. Come? Innanzitutto acquistando prodotti locali e di stagione, riducendo all’essenziale i prodotti confezionati e, soprattutto, azzerando gli sprechi alimentari. Secondo i dati della FAO, lo spreco di acqua lungo l’intera catena alimentare italiana ammonta a 1226 milioni di metri cubi all’anno, di cui 706 per cibo INUTILIZZATO (43% carne, 34% cereali e derivati, 19% frutta e verdura, 4% prodotti lattiero-caseari). Per quanto riguarda la scelta degli alimenti con una minore impronta idrica, invece, vi ripropongo la piramide alimentare rovesciata che rappresenta graficamente un’alimentazione sana, ma anche sostenibile per l’ambiente, sia dal punto di vista idrico che ecologico.

Vediamo qualche esempio: una bistecca da 300g necessita di 4650 litri d’acqua, mentre la medesima quantità di legumi ne consuma 1216,5; 250g di dolciumi richiedono 785 litri d’acqua, contro i 242,5 della frutta, mentre mezzo chilo di verdura ha bisogno di soli 162,5 litri d’acqua per arrivare sulla nostra tavola. Quando beviamo un calice di vino stiamo bevendo anche 120 litri d’acqua, così come indossare una t-shirt in cotone corrisponde ad indossare altri 2700 l di pura H2O.

Il paradosso dell’acqua in bottiglia, poi, l’abbiamo già trattato più volte, ma voglio comunque ricordarvi che ad ogni litro imbottigliato ne corrispondono altri 2 per la produzione.

L’economia circolare a questo punto grida al mondo di essere l’unica soluzione possibile, ma qualcuno la sta ascoltando? Senza riuso, riciclo, reimpiego, ma soprattutto senza la riduzione, continueremo ad usare tutte le risorse disponibili oggi, non lasciandone nessuna per un domani sempre più vicino.

Se, come spero, vi preme contribuire anche in modo diretto alla riduzione dei consumi idrici, potete farlo da subito a partire dalla sfera domestica. Il cambio delle nostre abitudini porterebbe un contributo reale, tangibile e quantificabile da tutti. Una lavastoviglie a pieno carico, ad esempio, consuma solo 12 litri d’acqua, contro i 120 medi di un lavaggio manuale; una bacinella o una zuppiera per sciacquare le verdure può farci ridurre del 90% lo spreco idrico; ridurre la portata di scarico del nostro sciacquone può dimezzare gli sprechi, così come installare un riduttore di flusso sui nostri rubinetti (con una spesa dai 3 ai massimo 30 euro) ci farà risparmiale il 40% dell’acqua domestica.

Provate DAVVERO a ridurre lo spreco con un poco di attenzione; un trucco utile, finché non diventa naturale, può essere quello adottato in alcuni alberghi virtuosi, ovvero scrivere i litri d’acqua sprecata al secondo vicino ogni rubinetto. Non è una nuova forma di ansia autoindotta o di tortura, bensì un semplice modo per ricondizionare le nostre cattive abitudini. Di modi per agire in prima persona e fare la differenza ce ne sono tanti, anzi tantissimi, e sono sicura che elencarli sarebbe inutile perché tutti sanno, ma quanti FANNO?

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