Quelli che hanno salvato il capodoglio Spike

Il capodoglio Spike liberato dalla Guardia Costiera © Lipari Diving

“La sensazione forte, condivisa da tutti noi che eravamo in acqua, è che quel capodoglio dopo un po’ abbia capito cosa eravamo venuti a fare. In qualche modo si era reso conto che eravamo lì per aiutarlo.”

Isole Eolie. Sono le 12 del 26 giugno, un venerdì. I ragazzi del Lipari Diving Center sono indaffarati alla manutenzione di un campo boe, un lavoro di routine. Si occupano più spesso di corsi sub e di immersioni guidate, ma sono anche qualificati come O.T.S., operatori tecnici subacquei. Arriva una chiamata della Capitaneria di Porto: c’è da andare a liberare un capodoglio impigliato in una rete. Una spadara, esattamente. Un tipo di rete vietato in tutta l’Unione Europea. Il Capodoglio nei guai è tra Filicudi e Stromboli. L’ha trovato Monica Blasi, biologa marina, durante uno dei suoi soliti spostamenti di monitoraggio tra un’isola e l’altra dell’arcipelago. Lei e il Filicudi Wildlife Conservation  si occupano di cetacei e tartarughe marine.

Mirko Mola, Antonino Caruso e Marco Malpieri, un tecnico della camera iperbarica, saltano sul gommone della Capitaneria. Con loro hanno le attrezzature subacquee e dei ‘coltellacci’. Così li descrive Mirko, e mentre me lo racconta la memoria scivola sul mio vecchio coltello da sub mezzo arrugginito. Con un attrezzo del genere e tanta pazienza riesci a tagliare anche le gomene.

Il mare è un olio e arrivano in mezz’ora. Spike è lì, l’hanno chiamato così il capodoglio, un cucciolo di appena dodici metri. Ci sono Monica Blasi e una vedetta della Guardia Costiera. Spike, è stato legato per la pinna caudale per impedirgli di fuggire o inabissarsi con tutta la spadara, duecento chili di rete che gli hanno procurato ferite purulente ovunque.

Giuseppe Notarbartolo di Sciara ha definito le spadare, concepite per la pesca al pesce spada e poi vietate in tutta la UE, una ‘metastasi mediterranea’. (Vi invito a leggere il suo articolo qui)

“I controlli ci sono” mi dice Mirko “soprattutto a inizio giugno, quando iniziano le spadare. Ma il mare è quello che è: a terra fai presto a mettere dei posti di blocco, e questa gente che pesca con le spadare si muove soprattutto di notte.”

Entrano in acqua, cauti, e quello si agita. Inizia a muovere l’enorme pinna caudale sue giù, forse si sente in pericolo. Non è difficile capire il suo punto di vista. La relazione tra umani e capodogli è una lunga storia fitta di massacri e di vendette, come nei romanzi di Melville e Sepulveda. Perché un capodoglio dovrebbe fidarsi di quei tre umani che lo circondano mentre è ferito e immobilizzato?

“Anche se un cucciolo era pur sempre un mammifero di dodici metri. Ci mette niente a farti volare via, una bestiola del genere!” mi dice Mirko. E la spadara sembra averlo avvinghiato soprattutto intorno alla coda, come sempre. Ha molte ferite, non tutte profonde, per fortuna, ma la carne viva s’è già imbiancata.

Invece si fida.

Dopo cinque minuti, si placa e li lascia fare. Sembra aver capito le intenzioni dei subacquei intorno a lui e diventa cooperativo. Nino, Marco e Mirko iniziano a tagliare la rete. Il mare è blu intenso, sotto ci sono 3500 metri di fondale. Una profondità oceanica, più che da mare chiuso. Intorno e a debita distanza gli altri tre capodogli del gruppo sembrano attendere, curiosi e pazienti. Conservano la giusta diffidenza verso una specie che non è propria del mondo blu. Oppure sanno cosa sta succedendo.

“Ne abbiamo visti tanti dalla barca, tra ottobre e novembre e mai uno in acqua, così vicino. Quest’anno il primo l’hanno avvistato a Stromboli a fine aprile. Un piccolo da solo. Forse lo stesso, difficile dirlo. Affiorava intorno alla barca. Pochi giorni fa, dopo il salvataggio, ne hanno avvistati di nuovo quattro, a Salina, tra i quali proprio un piccolo.”

Sono in molti a sperare che si tratti della stessa famiglia riunitasi, con Spike in buone condizioni. Secondo gli annali, i capodogli incrociano le acque delle Eolie tra giugno e novembre. Uno dei primi documenti scientifici su un capodoglio impigliato nella rete risale al 1950. Anche in questo caso si trattava un cucciolo. Un piccolo di meno di sette metri intrappolato nel mese di giugno in una spadara. Non riuscì a sopravvivere. Il rapporto parla del contenuto del suo stomaco.

Mentre loro tagliano la spadara. il capodoglio sembra rendersi perfettamente conto di quello che i subacquei stanno facendo. Personalmente non mi è ancora capitato di avvicinare un grande cetaceo sott’acqua, ma chiunque abbia avuto questa fortuna racconta la stessa cosa: di una presenza intelligente, una coscienza che ci scruta, che ci esamina. Anche i ragazzi del Lipari Diving Center parlano di una emozione forte, mai provata con altri animali. Sì, deve essere un incontro diverso. Gli squali balena, che arrivano a dei rispettabilissimi quattordici metri di lunghezza, non lasciato segni così profondi tra i subacquei, come invece succede incrociando i grandi cetacei. Non sembrano essere le dimensioni dell’animale in sé, a scatenare le emozioni, quanto un senso di vicinanza mentale.

Il capodoglio Spike intrappolato in una spadara, Isole Eolie / © Carmelo Isgrò

“Ci abbiamo messo almeno un’ora e mezza in tre, a liberarlo. E meno male che eravamo in tre. Sembrava esausto, e la rete l’aveva ferito e sfiancato. Pareva avesse accettato la nostra presenza, usava la pinna caudale solo ogni tanto, solo per spingere la testa fuori dall’acqua, per respirare.”

La rete sembra nuova, non è concrezionata come le reti lasciate andare alla deriva. Forse è stata abbandonata quando i pescatori di frodo si sono trovati un capodoglio tra le maglie. Maglie da quaranta centimetri.

“Quelle reti prendono tutto” mi dice Antonino “le tartarughe… e anche te, se ti ci trovi in mezzo.”

Una volta liberato il capodoglio sembra immobile, distrutto. O forse incredulo. La sua specie, Physeter macrocephalus, è stata spesso dichiarata in pericolo per la caccia spietata. La causa è nella sua enorme testa: lo spermaceti. Si tratta di una sostanza cerosa composta da alcoli grassi. Si suppone venga usata dal capodoglio come vescica natatoria in quanto può cambiare stato e volume a seconda della temperatura, correggendo così l’assetto anche a profondità abissali. Altri studi suggeriscono abbia una certa utilità nella localizzazione sonar. Non c’è un grande accordo scientifico sullo scopo dello spermaceti che riempie l’enorme testa dei capodogli. Fatto sta che questa sostanza, con la quale in passato alimentavano candele e lanterne, fu la causa della quasi estinzione della specie, poi fortunatamente ripresasi, ma ancora considerata dalla IUCN vulnerabile in tutti i mari del mondo, e in pericolo nel Mediterraneo.

Nel 2017 un altro giovane maschio di dieci metri, impigliatosi in una rete abbandonata, arrivò esanime a Capo Milazzo. Il biologo marino Francesco Isgrò esaminò il contenuto del suo stomaco, estraendo una grande quantità di sacchetti di plastica e addirittura un vaso da giardino. Francesco, detto Siso, un amico di Isgrò che l’aveva aiutato nell’operazione, venne ucciso da un pirata della strada pochi giorni dopo. Isgrò decise di battezzare il capodoglio con quel nome e di esporlo in un museo. Lo scheletro del capodoglio è ora appeso con dei cavi d’acciaio in una sala del Museo Marittimo, nel castello di Milazzo, insieme alla plastica e alla rete che l’hanno ucciso. Siso, nel 2019 divenne il nome di una imponente campagna di Seashepherd  condotta intorno alle Isole Eolie per combattere plastica e reti illegali che danneggiano l’ambiente ma anche la pesca artigianale e chi pesca nel rispetto delle regole.

Il capodoglio Spike, è ora libero, dunque, ma resta immobile. Restano tutti col fiato sospeso. Si domandano se siano giunti troppo tardi all’appuntamento con la sua libertà, con la sua finestra di sopravvivenza. Poi piano piano, ricomincia a nuotare. Nuota lentamente. Sembra esausto, ma nuota.

© Lipari Diving

“L’abbiamo seguito per un’ora circa, poi è stato affidato a Monica (Monica Blasi, del Filicudi Wildliefe Conservation) e alla Guardia Costiera. Loro l’hanno seguito fino al tramonto, ora in cui si torna alla base.”

Marco Malpieri è un tecnico della camera iperbarica di Lipari è subacqueo e apneista. È stato reclutato in porto per dare una mano a liberare il cetaceo.

“È stata per me l’occasione di diventare parte attiva, un’opportunità per ringraziare il mare per le emozioni, ricambiare i suoi doni. Sono anche un pescatore in apnea e per me il mare è uno spettacolo, ma anche un equilibrio che va rispettato. Non dimenticheremo mai quell’esperienza. Dopo cinque minuti, divenne docile. Liberarlo dalla rete è stata un’emozione indimenticabile.”

Antonino Caruso (Nino) è divemaster e subacqueo OTS:

“No, non abbiamo avuto dubbi nel riuscire a liberarlo. Era cooperativo. Quando usciamo per un lavoro, come sostituire un’elica o recuperare qualcosa sul fondo… sappiamo dove mettere le mani. Viviamo il mare, lo viviamo a 360°. Come scuola e centro subacqueo facciamo parecchi battesimi del mare. I battesimi servono a far innamorare del mare le persone.”

Eh, sì, più persone metteranno la testa sott’acqua più ci sarà consapevolezza e amore per il mare. È un tema a me particolarmente caro e che ho affrontato più volte: contagiare gli altri con la passione e con l’amore per il mare conservarlo. Può capirlo bene chi vive il mare, ma soprattutto chi lo vede da sotto, da dentro.

“Noi viviamo del mare” continua Nino “Partecipiamo alle campagne e alla pulizia dei fondali. Per noi il mare è tutto, è la nostra casa. Uno la sua casa la tiene pulita.”

Mirko Mola è istruttore e subacqueo OTS, e deve tornare al Diving Center. Hanno appena ormeggiato e scaricato le bombole.

“Adesso siamo ancora in piena stagione, e in piena attività nonostante il calo turistico dovuto al COVID-19. L’emozione è ancora forte, certo, ma forse la metabolizzerò meglio più avanti. Quando a Lipari calerà l’inverno. E allora i ricordi e le emozioni avranno tutto il tempo di esprimersi pienamente.”

Il capodoglio Furia

 

N.d.a:

Neanche tre settimane dopo, giusto il tempo per l’editing di questo articolo, un altro capodoglio resta impigliato in una rete al largo di Salina. Si tratta stavolta di una femmina delle stesse dimensioni, battezzata Furia. Giungono in suo soccorso sempre la Guardia Costiera e i biologi marini Isgrò e Blasi, ma Furia sembra non voler collaborare. Viene liberata solo la testa del cetaceo, avvicinarsi alla coda è pericoloso. Due giorni dopo Furia s’inabissa e fa perdere le sue tracce. Al momento sono stati invitati tutti i naviganti a segnalare immediatamente la sua presenza alla Guardia Costiera al numero 1530.

Questo secondo incidente mette pesantemente sotto i riflettori un annoso problema: quello delle reti illegali. Una nota pubblicata il 19.07 sul profilo Facebook della Guardia Costiera recita testualmente:

“Dal mese di gennaio 2020 ad oggi, oltre ai mezzi presenti presso i Comandi del bacino Tirrenico meridionale, un impiego continuativo di assetti aereo-navali d’altura è stato garantito dalla Guardia Costiera, che per ben 80 giorni complessivi ha mantenuto in quel tratto di mare i propri mezzi eseguendo in totale 30 missioni dedicate, che hanno portato al sequestro di oltre 100 km di reti irregolari, analoghe a quella in cui è rimasto impigliato il capodoglio che in queste ore si sta monitorando, assistendo e tentando di liberare.”

 

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