Come evitare l’estinzione delle specie

Da pochi giorni è giunta la notizia che il Camoscio appenninico non è più considerato una specie a rischio di estinzione, passando dai circa 30 esemplari rimasti nel 1991 agli oltre 3.000 attuali.

Quasi 30 anni di tutela e un progetto di ripopolamento hanno cambiato la sorte di una specie, altrimenti destinata a scomparire a causa delle attività umane. Allo stesso modo, numerosi sforzi di conservazione hanno invertito il declino numerico di altre specie quali il Bisonte americano, l’Antilope tibetana, il Panda e persino la Tigre, il cui numero è finalmente tornato a salire. Si tratta di meravigliose notizie che, però, non devono trarci in inganno, facendoci allentare le norme di tutela e, quindi, tornare a minacciare d’estinzione le specie in questione.

Ognuna di queste piccole vittorie è importantissima, poiché rimette al centro dell’attenzione uno dei pezzi perduti degli scacchi ecosistemici, su un campo da gioco sempre più vuoto. La difficile realtà che stiamo vivendo oggi, anzi, causando oggi, è una costante perdita di biodiversità ad una velocità tale da essere considerata come la sesta estinzione di massa. Secondo uno studio pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), 515 delle 29.400 specie di vertebrati terrestri analizzate sono costituite da meno di 1.000 esemplari ciascuna, mentre alla metà di esse ne restano addirittura meno di 250.

I dati raccolti dalle grandi organizzazioni per la conservazione della fauna, tra cui Birdlife International e la IUCN, presentano anche il conto delle specie di vertebrati terrestri scomparse negli ultimi cento anni, e ammonta a circa 400. Numeri che dovrebbero far impallidire chiunque, ma che, di fatto, interessano solo una minoranza di persone. Come mai? Non si tratta “solo” di animali scomparsi per sempre, ma di tasselli fondamentali a mantenere l’equilibrio della Natura, lo stesso equilibrio che ci garantisce risorse e servizi fondamentali.

Lo step che precede la scomparsa di una specie è la diminuzione di individui e/o di intere popolazioni appartenenti a quella specie. Questo perché la progressiva riduzione numerica di esemplari corrisponde ad una riduzione di variabilità genetica e, quindi, di capacità di adattamento, un fattore fondamentale per la sopravvivenza delle specie.

L’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha creato un sistema di classificazione per le specie a rischio, usando 9 categorie di minaccia accettate a tutti i livelli internazionali. Un database indispensabile che raccoglie informazioni su popolazioni ed ecosistemi, per individuare le specie a rischio di estinzione, conoscerne la distribuzione e avviare progetti di tutela. Tutte le specie che ricadono nelle categorie “gravemente minacciata”, “minacciata” e “vulnerabile” devono essere protette con assoluta priorità.

Molti studi di settore si basano sull’analisi di vitalità delle popolazioni (PVA), ovvero valutazioni sul rischio d’estinzione di una popolazione, ottenute con modelli matematici di crescita; l’accuratezza e la veridicità di questi modelli sarà tanto maggiore quanto sarà elevata la quantità (e la qualità, sempre) dei dati raccolti in campo. Queste analisi sono utili, tra le altre cose, a definire il numero minimo di individui necessari ad assicurare una popolazione vitale nel tempo (Minimum Viable Population), a proiettare lo stato della popolazione in un futuro ecologicamente prevedibile, a guidare priorità di ricerca e suggerire ipotesi di gestione ambientale.

Le strategie di conservazione di specie minacciate possono attuarsi in situ o ex situ; si tratta quasi sempre di approcci complementari e non alternativi, anche se, quando possibile, viene preferito il primo, poiché più efficace nel lungo termine, più naturale e, soprattutto, più economico.

Un importante approccio per il recupero delle specie è la costituzione di nuove popolazioni selvatiche e semi-selvatiche e nell’incremento del numero di popolazioni esistenti. Questo, ovviamente, può avvenire solo dove le cause della minaccia sono state eliminate o, almeno, tenute sotto controllo (costituzione di aree protette, divieti di caccia, controlli antibracconaggio ecc). La IUCN ha istituito uno specifico Gruppo di Specialisti della Reintroduzione che monitora e coordina lo scambio di informazioni tra i vari progetti realizzati nel mondo, aggiornando regolarmente le linee guida utili a pianificare ed attuare altri programmi. Gli approcci principali sono tre, ovvero il ripopolamento, la reintroduzione e l’introduzione.

I programmi di ripopolamento servono ad ampliare le dimensioni numeriche e genetiche (pool genico) delle popolazioni già esistenti, attraverso il rilascio di nuovi individui provenienti da altre popolazioni selvatiche o da allevamenti. Questo approccio, se non viene gestito da veri biologi della conservazione, diventa molto pericoloso poiché rischia di inquinare totalmente il patrimonio genetico delle specie locali, come è avvenuto in Italia tra specie di interesse venatorio (lepri, cinghiali, fagiani). Un metodo interessante di questi programmi è il cosiddetto Head-starting, ovvero l’allevamento in cattività di giovani vulnerabili per poi effettuare il rilascio in natura. Questo approccio si è rivelato utilissimo per la conservazione di molte tartarughe marine e di fiume in Sud America, ma anche per molte sottospecie di testuggini delle isole Galapagos.

I programmi di reintroduzione hanno invece un alto numero di esempi positivi nel nostro Paese, facendo tornare nel loro areale storico le specie scomparse a causa delle attività umane. È questo il caso del Camoscio d’Abruzzo (Rupicapra pyrenaica ornata), reintrodotto nel massiccio della Majella e sui Monti Simbruini, a partire da esemplari presenti nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Un altro esempio interessante può essere il progetto internazionale che ha contribuito al ritorno del Gipeto (Gypaetuus barbatus) sulle Alpi. Molti successi sono stati ottenuti anche all’estero, come la reintroduzione del Lupo nel Parco Nazionale di Yellowstone che ha ristabilito l’equilibrio nella rete trofica e, quindi, nell’intero ecosistema locale. Recentemente sono state reintrodotte diverse specie anche in Gran Bretagna, quali i Castori, le Cicogne bianche e le Aquile dalla coda bianca, mentre a breve sarà reimmesso il Bisonte europeo.

I programmi di introduzione, a differenza dei primi due, prevedono l’inserimento di una specie idonea all’ambiente d’interesse, ma storicamente estranea ad esso. Un approccio potenzialmente ancora più pericoloso del primo, poiché immette un nuovo elemento nell’ecosistema locale, rischiando squilibri difficili da prevedere sia nella componente biotica che in quella abiotica. Il mondo venatorio vanta numerosi danni anche in questo campo, avendo volontariamente introdotto in Italia specie nordamericane come la Minilepre (Silvilagus floridanus) o il Colino della Virginia (Colinus virginianus). Anche se può non sembrare, questi programmi non sono sempre da bandire; esistono situazioni in cui l’inserimento, di fatto, di una specie aliena a quell’areale (alloctona) può rappresentare l’unica possibilità di sopravvivenza della stessa. Con la continua e veloce distruzione degli habitat naturali, è sempre più frequente che una o più specie restino senza una casa, rendendo sempre più indispensabile lo studio accurato di una colonizzazione assistita.

In tutti questi scenari, quindi, può essere necessario l’affiancamento delle strategie di conservazione ex situ che coinvolgono zoo, acquari e, nel caso delle piante, giardini botanici e banche dei semi. Molti di voi trasaliranno al pensiero di uno zoo come elemento indispensabile alla sopravvivenza di alcune specie, eppure, in buona parte, è proprio così. Le implicazioni etiche sono sicuramente tante e di difficile analisi, ma ora proviamo solo a pensare all’utilità conservazionistica che molte di queste strutture forniscono a specie minacciate di estinzione, vulnerabili o, addirittura, ecologicamente estinte. Quest’ultimo caso è il più eclatante e rappresenta l’ultima spiaggia per una specie che non riesce più a sopravvivere in natura; la permanenza in un giardino zoologico può essere, si spera, una fase transitoria utile alla crescita, numerica e genetica, di una popolazione vitale che verrà poi reintrodotta in natura.

La ricerca scientifica su popolazioni in cattività può fornire informazioni utili a pianificare nuovi programmi di conservazione in situ, così come l’allevamento controllato delle nuove generazioni può aiutare a superare le fasi vulnerabili di specie minacciate; inoltre, anche se sembra paradossale, il poter osservare da vicino gli animali educa l’opinione pubblica a favore della conservazione. Oggi gli zoo mantengono più di 500.000 esemplari appartenenti a oltre 8.000 specie di vertebrati terrestri, molte delle quali a rischio di estinzione, ma riescono anche a sovvenzionare molti altri progetti di conservazione in situ, proprio con i proventi delle loro attività con il pubblico pagante. Infine, l’elevato controllo delle condizioni vitali degli animali permette un alto tasso riproduttivo, fondamentale allo scopo, sia per vie naturali che assistite (inseminazione e incubazione artificiale, trasferimento di embrioni) e con la creazione di una banca dei genomi come ultimo step di difficoltà ed utilità.

Ora, visto che di tecniche e programmi ne abbiamo molti, perché non aumentare esponenzialmente i piani di tutela delle specie che rischiano di sparire per sempre? Considerando che l’estinzione genera estinzione, dovremmo proprio sbrigarci, altrimenti il nostro turno arriverà molto prima del previsto.

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