Flotta da pesca ombra scoperta da una ONG, grazie ai satelliti e all’intelligenza artificiale

Flotta di navi cinesi in Corea del Sud, 6 dicembre 2016 / © Ulleung-gun County Office

Esistono flotte ombra, flotte da pesca che non condividono i dati sulla loro posizione, sulle loro attività. Una di queste ha infranto una risoluzione delle Nazioni Unite in una delle zone zone più ‘calde’ del pianeta.

Che il mare fosse una specie di far west avremmo dovuto sospettarlo già da quando i pirati sequestravano le navi cargo ed i loro equipaggi. Ma le notizie sulla pesca illegale, sugli abusi e le morti in mare, che continuano silenziose, sono sempre scarse. E quando ci sono interessano poche persone, non generano click. Eppure, la tecnologia per scoprire le violazioni ci sarebbe. L’ha utilizzata con successo Global Fishing Watch, nata da una collaborazione tra Oceana, attiva a livello globale per la conservazione degli oceani, SkyTruth, tecnologia satellitare a difesa dell’ambiente e Google, che fornisce la sua immensa capacità di calcolo. Global Fishing Watch ha avuto il sostegno di Leonardo Di Caprio e di John Kerry, ex segretario di stato, uno che nel 2014 aveva avvertito il mondo che l’emergenza oceani era ormai un problema di sicurezza globale. Cinque anni dopo il caso più eclatante.

Origine delle navi che pescano nelle acque nordcoreane / © Global Fishing Watch

La storia sembra un thriller scientifico, per le tecnologie impiegate e per la scala di grandezza della violazione. Lo scenario è il Mar del Giappone, più precisamente la Zona Economica Esclusiva della Corea del Nord, dove un dittatore che sembra il cosplay (costume-play) di un personaggio cestinato dalla Marvel si è attirato la condanna internazionale per i suoi esperimenti con armi atomiche e missili balistici. Nel 2017 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adotta una serie di risoluzioni per sanzionare il paese. Alcune risoluzioni vietano l’approvvigionamento di pesce dalla Corea del Nord, vietano la joint venture tra la Corea del Nord e altri paesi senza l’approvazione delle Nazioni Unite e soprattutto vietano alla Corea del Nord la vendita o il trasferimento dei diritti di pesca. Eventuali infrazioni costituiscono una violazione del diritto internazionale e del diritto interno del paese che le commette. Nonostante l’embargo, la guardia costiera sudcoreana osserva centinaia di navi da pesca che incrociano le acque della Corea del Nord. Sono troppo grandi per essere navi nordcoreane. Da alcuni controlli e osservazioni, e confrontando le foto di archivio, la guardia costiera raccoglie alcune prove sul maggior indiziato: la Cina.

Calamari volanti, Oceano Pacifico / © Harold Moses

La massiccia presenza coincide con i periodi di pesca di una delle più importanti risorse ittiche della zona: il Todarodes pacificus o calamaro volante del Pacifico. La specie, nel linguaggio dei soldi, è la principale risorsa ittica della Corea del Sud e rientra nella Top 5 dei frutti di mare più consumati in Giappone. Prima delle sanzioni, era la terza voce della Corea del Nord sul totale delle esportazioni. L’operato di flotte invisibili ha contribuito al declino lento e inesorabile di questa risorsa. Dal 2003 ad oggi le catture segnalate sono precipitate dell’80% in acque sudcoreane e dell’82% in acque giapponesi. Ad alimentare la zona d’ombra c’è il disaccordo sui confini nelle acque tra le due Coree, il Giappone e la Russia, una situazione politica che ha impedito la gestione congiunta della pesca e ostacolato gli sforzi per una valutazione completa degli stock. Ma da un paio d’anni gli stati che s’affacciano sul Mar del Giappone non lamentano solo un calo della risorsa, lamentano anche lugubri presenze.

Barca arenata sulla spiaggia di Miyazawa, Nord-ovest del Giappone/ © ko Sasaki – New York Times

Si tratta di vascelli fantasma. Non sono navi che spengono il transponder. Dall’inizio dell’embargo si registrano centinaia di relitti alla deriva. Sono le barche dei pescatori nordcoreani, bagnarole che non arrivano a venti metri, in carenza cronica di manutenzioni e di pezzi di ricambio, ma che si spingono a pescare fino in Russia. Il sospetto è che siano state costrette ad allontanarsi dalle loro acque per lasciare spazio alla flotta ombra. I giapponesi ne contano 225 nel 2018, e 158 l’anno successivo. Sono per lo più barche di legno, a volte senza equipaggio. Altre volte dei veri sepolcri semi affioranti, come quella incagliata nell’isola giapponese di Sado, nel 2019, dove furono scoperti i resti di cinque membri dell’equipaggio.

Qualunque cosa stia succedendo, è su vasta scala. Ma la guardia costiera sudcoreana non può spingersi a nord. Può vedere talvolta i bagliori prodotti dale navi da pesca oltre l’orizzonte nel cielo notturno. Alcune di quelle navi, per attirare i calamari in superficie, montano tralicci con lampade a incandescenza, fino a 700 lampade. Una volta accese, l’intensità supera i 1000 lux, l’equivalente di uno stadio durante una finale della UEFA. La messe è spropositata: il metodo non può essere applicato alla pesca intensiva in parecchi paesi, ma evidentemente è accettato dalla Corea de Nord.

Navi cinesi illuminanti in Corea del Sud, 6 dicembre 2016 / © Ulleung-gun County Office

Global Fishing Watch si mette all’opera ed inizia ad ottenere immagini satellitari per investigare quella che sembra una enorme infrazione delle leggi internazionali. I satelliti scrutano per 22 giorni consecutivi gli specchi di mare cercando le prove.

© Global Fishing Watch

Trovarle non è una cosa semplice. Per osservare le attività i ricercatori devono integrare testimonianze dirette con quattro diverse tecnologie satellitari. I sistemi di identificazione automatica (AIS) forniscono informazioni dettagliate sui movimenti e l’identità delle imbarcazioni, a patto però che le navi in questione li utilizzino. Si scopre che ne fa uso soltanto una esigua parte della flotta. I sensori ottici possono fornire immagini molto dettagliate, ma sono efficaci solo di giorno e in assenza di nuvole. Per scrutare oltre le nubi e in qualsiasi situazione di luce si ricorre al radar ad apertura sintetica (SAR) un sistema di telerilevamento satellitare che può distinguere le imbarcazioni metalliche da quelle di legno, e fornire immagini in 3D.

Sarebbe un ottimo strumento, ma la sua disponibilità e copertura sono limitate e il suo impiego estremamente laborioso. Il tallone d’Achille della flotta sembrano essere le potenti luci prodotte per attirare in superficie i calamari. Il sensore VIIRS (infrarosso), anche se ostacolato dalle nuvole, può rilevare fonti di luce così intensa. Tutte queste tecnologie erano già state già utilizzate singolarmente per ottenere informazioni sulla pesca e per identificare le navi, ma mai nessuno aveva pensato di integrare i dati, tantomeno su questa scala.

Imbarcazione nordcoreana in Russia / © Seung-Ho Lee

Per riuscirci i ricercatori addestrano un’intelligenza artificiale a distinguere i pescherecci da traino, che lavorano in coppia, dalle altre imbarcazioni, per poi orientare i satelliti SkySat, capaci di immagini ottiche ad alta risoluzione, su di loro.

©  Global Fishing Watch

Il risultato è sconcertante: i risultati rivelano la presenza di almeno 796 pescherecci da traino nelle acque nordcoreane nel 2017, e almeno 588 nel 2018. A loro si aggiungono 103 imbarcazioni dotate di luci da stadio nel 2017, e 123 l’anno successivo. Solo una frazione infinitesimale del naviglio ha trasmesso la sua posizione. L’analisi dei pochi segnali AIS dimostra che provenivano da porti cinesi e che precedentemente avevano pescato regolarmente in acque cinesi. I dati e le immagini ottiche sono stati confrontati con gli archivi della guardia costiere sudcoreana, confermando l’origine dei natanti.

Subito dopo arriva un’ulteriore conferma, triste sul piano umano: sono circa 3000 le barche da pesca nordcoreane che si sono spinte nel 2018 in Zona Economica Esclusiva russa. Presumibilmente in modo illegale. Un’intera flotta artigianale, male equipaggiata e inadatta a lunghe trasferte, è stata letteralmente cacciata dalle sue acque per lasciar spazio a navi tecnologicamente più avanzate e redditizie. È al sacrificio di questi pescatori che si deve il triste nomignolo degli insediamenti sulla costa orientale nordcoreana: the widows’s villages, i villaggi delle vedove.

Barca fantasma sudcoreana in Giappone / © jefwod

La violazione dell’embargo sembra che abbia fruttato 160.000 tonnellate di calamari del Pacifico, per un valore di circa 440 milioni di dollari. Echissà quanti morti in mare. Tutti i paesi che s’affacciano sul Mar del Giappone accusano un ulteriore calo nelle catture: il contraccolpo della pesca indiscriminata in un’area importante per la riproduzione della specie bersaglio.

Una situazione imbarazzante per la Cina che recentemente, a seguito del COVID, aveva intrapreso un percorso più sano nella regolamentazione delle specie selvatiche, dei mercati del pesce e dato una stretta ai prodotti per la medicina tradizionale.

Nel mondo, ci ricorda Global Fishing Watch dal suo sito, 3 miliardi di persone dipendono direttamente dai prodotti del mare, il 34% delle maggiori specie marine sono sovrasfruttate e ogni anno i mari vengono regolarmente depredati in modo illegale, un furto che rende dai 10 ai 23 miliardi di dollari. La Cina, in quanto attore più importante nella pesca globale è sicuramente il paese dal maggior impatto, ma continue violazioni vengono segnalate anche ad opera di flotte spagnole, russe e giapponesi. Nella maggior parte dei casi è impossibile stabilire la nazionalità delle navi per l’uso massiccio di bandiere di comodo.

Comunque vada a finire sul piano internazionale, questa storia offre una riflessione sugli effetti collaterali delle sanzioni e sulle ripercussioni, a livello umano e ambientale, delle pratiche illegali di pesca. Ma allo stesso tempo ci lascia intravvedere qualcosa in più di un semplice barlume di speranza: ora sappiamo che esistono tecnologie in grado di controllare grandi flotte da pesca e organizzazioni che sanno usare queste tecnologie per mettere al sicuro la nostra risorsa più importante. Non dovremmo mai smettere di ricordare che quasi la metà del cibo e dell’ossigeno sul pianeta vengono proprio dal mare.

 

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