Racconto di montagna

© Chiara Baù

Franz si alza tutte le mattine poco prima del sorgere del sole e si addormenta al primo tremolio delle stelle. Il vento gli accarezza il volto, il sole gli secca la pelle, le montagne gli riempiono lo sguardo. Le mucche occupano gran parte dei suoi pensieri, sì perché Franz ne custodisce ben novantanove. Franz fa il pastore. Il suo luogo di lavoro è uno dei paesaggi più belli al mondo, l’alpeggio che si estende alla base delle strapiombanti pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo.

Dalla fine di giugno fino alla prima settimana di settembre, quest’uomo dall’aspetto gracile è il riferimento quotidiano di una numerosa mandria di mucche. Un pastore non può permettersi di essere fragile, deve unicamente contare su se stesso. La solitudine imposta da un lavoro faticoso e impegnativo è compensata dalla impareggiabile bellezza di montagne che ogni giorno lo abbracciano. Quella vulnerabilità che alberga in ogni essere umano è sostenuta in Franz dalla forza penetrante che montagne possenti come le Tre Cime di Lavaredo sanno infondere in un animo semplice.

© Chiara Baù

Ho la fortuna di conoscerlo nel corso di un’attività svolta presso il rifugio Locateli, situato proprio nelle vicinanze dell’alpeggio. Una parte dei contadini della Val Pusteria affida a Franz i propri capi di bestiame per tutto il periodo estivo. Anch’io sono in piedi all’alba e il primo sguardo è immancabilmente rivolto alle Tre Cime che durante la mia permanenza si trasformano in sorelle, cui affidare ogni sera i miei pensieri. La loro presenza è quasi ingombrante: si innalzano sull’altipiano con una tale eleganza che è difficile distoglierne lo sguardo. Dichiarate Patrimonio naturale dall’Unesco, modellate dai ghiacciai, sono il risultato di antiche scogliere coralline formatesi nel Mar della Tetide milioni di anni fa.

La posizione regale nello scenario delle Dolomiti sembra conferir loro la funzione di custodi di tutte le vette circostanti, un po’ come Franz custodisce le sue mucche. Il mestiere di pastore discende da una tradizione di famiglia, dove sia lo zio che il padre erano pastori. Per alcuni anni Franz si è adattato a lavorare in strutture alberghiere come tuttofare. Ma il richiamo per la natura e gli animali è stato troppo forte. Mi confessa come tra le cime riesca ad assaporare una sensazione di libertà impossibile da avvertire altrove, qualcosa di irrinunciabile.

© Chiara Baù

Tutt’altro che semplice è il trasferimento di mucche dal fondo valle agli alpeggi. Inizia così il racconto di Franz sulla vita dell’alpe, un po’ stupito dalla mia curiosità verso questa realtà umile e antica. Tutta la mandria parte dalla Val di Landro, poco lontano dal paese di Dobbiaco, per proseguire lungo la Valle della Rienza. Una prima imponente transumanza durante la quale Franz si avvale della collaborazione di altri nove pastori, lungo un percorso arduo e difficoltoso soprattutto alla fine della valle, dove il sentiero a serpentina si inerpica tortuoso, mentre il bestiame provato dalla stanchezza avanza lento e a fatica. Ma riuscire a trasferire tutte le mucche sane e salve al primo pascolo è per Franz motivo di grande soddisfazione.

Vorrei stare ore ad ascoltarlo, ma il tempo della mia pausa pranzo vola. Il giorno seguente mi consegna inaspettatamente un foglio di carta. Una lettera scritta a mano con una calligrafia fitta fitta che raccoglie i pensieri e la sua esperienza di pastore; è un onore per me e apprezzo a fondo la delicatezza di questa scelta affidata ad un semplice foglio piuttosto che ad un sms sul telefonino.

Nelle prime righe descrive come all’inizio i giorni al pascolo siano fra i più belli e rilassanti. Il motivo per trasferire le mucche è dovuto essenzialmente alla qualità migliore dell’erba che in alta montagna è più ricca di minerali e vitamine. Ne consegue un latte più sostanzioso e nutriente ed un formaggio molto più saporito. Anche le mucche sembrano trarre giovamento da un’erba migliore e Franz pare riconoscere perfettamente anche un loro compiacimento. Mi cita in proposito un proverbio locale che ricorda come in bassa valle le mucche possano nutrirsi con un cesto colmo d’erba, mentre nei pascoli d’alta montagna sia sufficiente il quantitativo contenuto in un cappello.

© Chiara Baù

La presenza di due tipi di bestiame costituisce uno dei principali problemi all’alpeggio dove pascolano solo animali giovani e gravide. Mentre le mucche abituate a pascolare tutto l’arco dell’anno sono iperattive, quelle rinchiuse in stalla sono più pigre e al primo percorso in salita si rifiutano di proseguire. Ecco allora che Franz cerca da un lato di stimolare le mucche di stalla poco abituate al movimento a spostarsi su nuovi pascoli e per contro ha di che affannarsi per rincorrere quelle iperattive capaci di percorrere anche in un sol giorno dislivelli non indifferenti, distanziandosi parecchio dalle compagne più stanziali. Altro compito, provvedere a posizionare recinti di filo elettrico per evitare che le mucche si abbeverino al laghetto da cui il rifugio vicino si approvvigiona per le riserve d’acqua.

E rispetto a Franz che ha 99 mucche da gestire, sorrido al pensiero delle mie lamentele durante l’attività saltuaria di tour leader per viaggi incentive o congressi quando mi trovo in difficoltà a gestire gruppi numerosi, cercando di soddisfare le più svariate richieste di clienti esigenti: dare ascolto a chi vuol sostare in un punto di interesse, a chi rimane indietro, a chi cammina troppo veloce.

Franz dorme la notte in una malga nel primo alpeggio sotto le Tre Cime. Dopo tre settimane dovrà trasferire il bestiame in un pascolo più in quota per consentire agli animali di alimentarsi con erba di miglior qualità e abbondanza.

© Chiara Baù

Ogni mattino all’alba, appostandosi su una piccola altura per avere una visuale completa, la sua prima occupazione è un’attenta osservazione col binocolo della mandria. Per una perfetta visualizzazione potrebbe ricorrere alla più moderna tecnologia utilizzando un drone, ma Franz preferisce attenersi a usanze antiche: più sicuro affidarsi allo sguardo esperto che all’occhio di un robot. Del resto è insita nell’indole del pastore l’attitudine alla fatica, l’agilità a spostarsi in alto, in basso, piuttosto che avvalersi di una sorta di playstation in grado, è vero, di automatiche prestazioni di sorveglianza, ma pur sempre accompagnate da un fastidioso ronzio che arreca disturbi alla natura e all’ambiente.

Dopo un’attenta panoramica dall’alto Franz si avvicina alle mucche per osservare con scrupolosità ogni esemplare. Molteplici i problemi da affrontare: ora è una mucca troppo dimagrita per disturbi intestinali o sofferente per aver ingerito un fiore o un’erba velenosa, ora è un animale azzoppatosi per una malattia alle zampe, una disarticolazione o una ferita. Non può quindi mancare nel bagaglio di Franz un’adeguata scorta di siringhe e medicinali per intervenire o provvedere tempestivamente a un’improvvisa terapia. Competenza, professionalità, disponibilità, passione, tutto questo è un pastore. Recente è la ripresa in video di una mucca avvicinata da un orso bruno forse incuriosito, forse affamato che ha dovuto retrocedere davanti all’atteggiamento deciso della mucca che in totale indifferenza è avanzata verso di lui spaventandolo e costringendolo alla fuga. Nessun intervento del pastore. Forse una mucca di carattere!

© Chiara Baù

In effetti ogni mucca ha il suo temperamento, e se può sembrare l’emblema della tranquillità e della pazienza, è facile che in un gruppo numeroso, spiega Franz, si formino piccole fazioni con una loro socialità e posizioni leader, anche se il capogruppo resta sempre il pastore. Ogni esemplare deve riconoscere in lui il leader e solo una forte tempra viene ricompensata dal rispetto dell’animale. All’occorrenza Franz alza un po’ la voce, ma come un padre con i figli è necessario essere severi. Franz ammette di avere delle preferenze per due o tre esemplari, cui è particolarmente affezionato. Spesso cerca di rendersi invisibile nascondendosi dietro ai sassi. Di base ogni mucca deve cavarsela da sola. Avviene non di rado che qualcuna si spinga in luoghi pericolosi, finendo su un pendio troppo ripido, su un balcone di roccia insidioso, da cui non riesce a retrocedere. Una situazione non infrequente negli animali, soprattutto nei piccoli, come quando un cucciolo d’orso azzarda un’arrampicata sul tronco di un albero per poi accorgersi di non essere più capace di ridiscendere.

Capita così che Franz a volte aspetti delle ore prima che la mucca riesca con le proprie forze a far marcia indietro. A volte invece è costretto ad intervenire, facendo ricorso a notevoli dosi di sangue freddo.

Vita all’alpeggio: per un pastore non esiste tempo bello o brutto. Quando la temperatura scende o piove occorre trovare un riparo, spesso raro, purtroppo, soprattutto in alta quota. Gli animali non temono i cambiamenti del tempo e anche in caso di intemperie rimangono all’aperto.

© Chiara Baù

La caduta della neve tuttavia costituisce il pericolo maggiore e non è raro il caso di nevicate in pieno agosto. Possono cadere pochi centimetri che il sole provvede a sciogliere nel giro di poco tempo, ma può caderne anche un metro, soprattutto alle quote elevate. Cosa che costringe Franz a trasferire a gran velocità tutta la mandria a valle. In tal caso la mucca più forte, individuata dal pastore, dovrà fare da capofila e tracciare la pista nella coltre nevosa. Il resto della mandria dovrà procedere seguendo in fila indiana le tracce della capofila per impedire pericolose scivolate.

Ci sono istanti, ore e giorni stupendi nella vita di un pastore, ma anche aspetti più duri, momenti di disperazione, solitudine, abbandono senza che nessuno sappia dove trovarti: ed è anche questa una riflessione che leggo su quel pezzo di carta che tengo in tasca.

Sempre più curiosa raggiungo Franz al tramonto per chiacchierare con lui, cercando di apprendere tutte le sfaccettature della sua esperienza e anche i segreti di questo meraviglioso mestiere. Nei suoi occhi leggo l’orgoglio di svolgere un lavoro con grande passione, l’orgoglio di fare il pastore.

Ho molte domande da porgli e mi chiedo come riesca a controllare così tante mucche in un territorio impervio come quello sotto le Tre Cime. Con naturalezza mi risponde che basta avere fiducia. “Può capitare spesso che non vedi un capo per due o tre giorni, ma non ti devi mai preoccupare, devi aver fiducia nelle mucche, fiducia nella natura”.

© Chiara Baù

Più ascolto Franz, più mi rendo conto di quanto autentica sia la vita del pastore. Racconta come una volta il territorio montano fosse più antropizzato e utilizzato come alpeggio, ma col passare del tempo le dure leggi della natura soprattutto ad altitudini elevate, hanno costretto le famiglie di contadini a stabilizzarsi poco alla volta nelle valli dove più agevoli sono le condizioni di vita.

Mi chiedo allora se i vari contadini, proprietari delle mucche a lui affidate si tengano in contatto, anche solo per informarsi sullo stato di salute dei propri animali. Franz con grande serenità mi risponde quanto i contadini abbiano fiducia in lui. Ancora una volta ritorna questo concetto di fiducia che avvalora un rapporto umano di reciproca stima e che sembra senza confini.

Franz mi spiega come al giorno d’oggi sia difficile trovare un bravo pastore. Occorrono tempra e indole per questo mestiere. Esiste un dialogo tra le mucche e la natura a noi non avvertibile, ma che Franz ha la capacità di percepire. E’ importante che il pastore abbia in sé una certa filosofia che lo aiuti nei momenti di particolare difficoltà. Ogni pastore ha un suo modo di essere, un qualcosa di molto personale e indefinibile, ma è comunque presente la sensazione di essere protetti, sempre e insieme, lui e le sue mucche. Ancora una volta una questione di fiducia.

Le ombre si allungano, la giornata sta per volgere al termine. Un ultimo sguardo e Franz si allontana dalle mucche per rientrare in malga a concedersi il giusto riposo.

© Chiara Baù

Per controllare il bestiame non sempre cammina su sentieri comodi e accessibili come quelli che percorrono i turisti, ma che sono stati anticamente tracciati dai pastori. E per l’emergenza molto spesso non c’è campo col cellulare. Franz mi insegna a cogliere le varie sfumature dei muggiti. Distratta dal vivace suono dei campanacci non avevo mai colto quante tonalità diverse potessero esistere. Come la voce dei torrenti, più sommessa nelle radure, impetuosa sui pendii ripidi e impervi. D’inverno Franz lascia le montagne e si trasferisce in un’altra località con la famiglia. Ma mi confessa quanto acuta sia la nostalgia in quei mesi e come gli manchino le mucche, la malga, l’alpeggio, le cime. In breve tempo Franz è diventato un amico e anche oggi a distanza mi ha aggiornato col cellulare sulle condizioni delle mucche all’alpeggio, ma è come se leggessi ancora le sue parole su quel foglio di carta sgualcito. A settembre le mucche, addobbate a dovere con ghirlande variopinte di fiori, lasceranno l’alpeggio per la transumanza di ritorno a valle. Come ammirate modelle sfileranno nel centro dei paesi della Val Pusteria.

Le Tre Cime di Lavaredo, finalmente sole, si riprenderanno il loro silenzio. Sono ormai lontani gli schiamazzi dei turisti e i campanacci delle mucche. Rimarranno a custodire il vasto alpeggio, pronte ad accogliere nuovamente il pastore, la prossima estate. Il racconto di montagna non termina mai. I pensieri di Franz rimangono sull’altipiano anche d’inverno, quando la neve ricopre ogni stelo d’erba.

Anche il mio lavoro al rifugio è terminato. Saluto Franz che non vedo più come pastore, ma come un artista, proprio come un direttore d’orchestra. In lui l’arte di custodire con passione le proprie mucche in una condivisione del tempo con animali e natura senza orizzonti e confini. Un ultimo saluto anche alle Tre Cime, ringraziandole per aver custodito e abbracciato anche me.

© Chiara Baù

Latest Comments
  1. Maria Baù
    Rispondi -
  2. Matteo
    Rispondi -
  3. Claudio
    Rispondi -

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *