L’impatto dell’uomo sulle Aree marine protette

Isole Egadi, Sicilia

Dati non ancora ufficiali sull’estate 2020 parlano di un importante calo nelle entrate del settore turistico, chiaramente dovuto all’emergenza sanitaria in corso e alla crisi economica che ne è conseguita. C’è però da dire che, se da un lato il numero di vacanzieri stranieri è molto diminuito, soprattutto nelle città d’arte, dall’altro il numero di italiani che ha scelto di rimanere nel Belpaese è molto aumentato. In questa estate così particolare, chi ha avuto la possibilità di andare in vacanza ha scelto mete dove fosse possibile rilassarsi in outdoor, (ri)scoprendo il proprio territorio.

Isole Tremiti, Puglia

Il mare, e quindi le coste, sono stati i protagonisti dell’estate, con una concentrazione umana a macchia di leopardo. Molte località, quindi, con loro sommo piacere, hanno dovuto gestire un vero e proprio assalto di turisti in cerca di svago, ma non tutte con gli stessi risultati. Le località con una capacità ricettiva limitata, infatti, si sono dovute reinventare per poter offrire i servizi turistici richiesti, non sempre, però, nel pieno rispetto delle regole. Mi riferisco alle piccole zone costiere in prossimità, o all’interno, di aree marine protette, il cui regolamento è stato calpestato con più vigore del normale.

Capri, Campania

Non parlo solo del solito inquinamento macroscopico operato da incivili spudorati, bensì di una pressione generalizzata su ogni risorsa dell’ambiente marino e costiero. Intere flotte di barche noleggiate al primo sprovveduto di turno; spiagge protette prese d’assalto da terra e dal mare; ancoraggi selvaggi su fondali preziosi per la riproduzione e la vita di moltissime specie o per la presenza di reperti archeologici; serbatoi e motori lavati in mare o rilascio di acque di scarico, con tanto di sapone; discoteche e ristoranti galleggianti incuranti del loro disturbo alla fauna circostante; pesca di ogni tipo, anche in zone protette, di animali così piccoli che non avrebbero saziato nemmeno un bambino; dune di sabbia calpestate ed invase da nuove file di ombrelloni. Queste, e tante altre, le infrazioni commesse dalla massa di turisti che, consapevoli o meno delle regole, hanno impattato sull’ambiente marino per almeno un mese.

Capri, Campania

Perché tutto ciò è stato consentito? Perché gli organi di competenza non hanno vigilato a suon di multe salate? Non parlo di rovinare l’estate ai bagnanti, né di privare i locali della loro finestra di guadagno stagionale, bensì di usufruire dei beni comuni, quelli naturali, senza deturpare il territorio con la loro distruzione pressocché permanente. In alcune zone, chi brillava per assenza era proprio la guardia costiera che avrebbe potuto facilmente rimpinguare le casse degli Enti parco con i proventi delle sanzioni elargite; tutti soldi fondamentali per la gestione delle aree protette, normalmente squattrinate.

Torre del Cerrano, Abruzzo / © Alessandra Giansante

Sicuramente la Capitaneria di porto non ha il dono dell’ubiquità, avendo anche lei risorse limitate, ma le zone “calde” di ancoraggi non a norma sono sempre state ben conosciute da tutti. Gli assidui e rispettosi frequentatori delle aree marine protette hanno più volte ipotizzato che il mancato intervento della vigilanza fosse il risultato di un tacito accordo. Come si fa a dargli torto?

Isola D’Elba, Arcipelago Toscano

Ma perché le aree protette sono così importanti? E qual è la situazione italiana?

Le aree protette, marine e terrestri, rappresentano gli strumenti più efficaci per la protezione della biodiversità e degli ecosistemi, in quanto al loro interno tutte le attività umane sono proibite e/o regolamentate secondo una precisa zonizzazione. Eliminando la minaccia numero uno, infatti, la Natura riesce a seguire il suo corso e mantenere (o ristabilire) l’equilibrio che caratterizza gli ecosistemi. Proteggere una specie in particolare, senza però proteggere l’ambiente in cui vive, è assolutamente inutile; per di più la tutela degli habitat permette di proteggere un maggior numero di specie in contemporanea. Se questa può essere una soluzione utile ad arrestare la sesta estinzione di massa attualmente in corso, perché non cominciare a istituire zone protette negli areali di interesse?

Il problema principale è dato dalla visione distorta che molti governi hanno di Parchi e Riserve, ovvero zone in cui non è possibile sfruttare le risorse presenti per far soldi… la verità, ovviamente, è molto diversa. Le aree protette, infatti, rappresentano un grande investimento, anche economico, per la molteplicità di servizi ecosistemici, sani, che vengono forniti all’uomo. Ma, senza divagare troppo, proviamo a fare un piccolo quadro della situazione attuale.

Spiaggia rosa di Budelli, Sardegna

Ad oggi sono state istituite circa 108.000 aree protette in oltre 180 Paesi diversi, per un’estensione di circa 30milioni di kmq sulla terraferma ed altri 2 nel mare; numeri bassissimi e assolutamente insufficienti alla tutela della biodiversità mondiale, non solo per quantità, ma anche per qualità. Le aree protette esistenti, infatti, non comprendono molte tipologie di ecosistemi che, quindi, sono destinati a scomparire ad opera dell’uomo.

Cala di Mitigliano, Punta Campanella, Campania / © grandenapoli.it

 

Un altro problema oggettivo è la mancanza di un unico sistema istituzionale e gestionale a livello mondiale. Seppur difficile da immaginare, è davvero necessario poiché, al contrario dei governi presenti sul territorio, la Natura non conosce confini geopolitici. Essendo la tutela ambientale una competenza dei singoli Paesi, oggi ci ritroviamo con un mosaico di tipologie di protezione che cambiano al variare di numerosi fattori, tra i quali il più importante non sembra essere quello del valore ecologico, bensì quello dell’interesse politico.

Cattedrali di Palmarola, Lazio / © Hans van Gelderen

In Italia il numero, la dimensione e il contenuto delle aree protette sono molto variabili, creando, di fatto, un sistema poco efficiente e scarsamente rappresentativo della diversità ecologica del Paese. Infatti, anche se arriviamo a tutelare circa il 20% del territorio nazionale, vi è una notevole ripetizione nella tipologia di alcuni habitat poco produttivi e un’imbarazzante carenza di copertura delle aree costiere, il cui valore ecologico è tanto alto quanto l’impatto antropico che le caratterizza. La scarsa protezione delle aree marine costiere, però, è un problema a livello globale, così come la tutela dell’ambiente marino. Solo il 6% delle coste e l’1% degli oceani del mondo è infatti incluso nelle attuali zone protette, mentre si stima necessario un minimo del 20% di queste ultime per poter arginare la scomparsa delle sole specie ittiche di interesse commerciale.

Quindi, un intervento urgente che possa aiutare a preservare davvero la biodiversità marina, è quello di aumentare l’estensione delle aree protette in tutti i mari, ed in particolare nelle acque che ospitano i luoghi riproduttivi delle specie. Conservare una buona qualità ambientale, inoltre, porta al mantenimento della qualità dell’acqua, delle caratteristiche chimico-fisiche e biologiche degli ecosistemi, con tutti i vantaggi che ne conseguono.

Cave Greco, Parco Nazionale, Cipro

Considerando che il Mediterraneo è uno dei maggiori hotspot di biodiversità del Mondo, le circa 80 Aree Marine Protette (AMP) che vi sono state istituite risultano ancora largamente insufficienti, sia per estensione che per varietà. Tra queste, 30 appartengono all’Italia che, nonostante detenga il primato numerico dell’intero bacino, avrebbe bisogno di aumentarne il numero, le connessioni e, soprattutto, dovrebbe migliorarne la gestione.

Per far questo, molti principi chiave sono già stati individuati: massimizzare la rappresentatività degli habitat da sottoporre a protezione; identificare unicità bio-ecologiche da tutelare; identificare e rimuovere le pressioni antropiche che insistono sulle aree d’interesse; stabilire obiettivi di gestione e monitoraggio che permettano di valutare l’efficacia degli interventi; mappare accuratamente la distribuzione degli habitat e delle specie più rappresentative; rivedere la zonizazzione in funzione dei dati aggiornati, per ottimizzare i costi di gestione e gli sforzi di conservazione; istituire un efficace servizio di vigilanza; instaurare un rapporto di fiducia con le comunità locali che devono vedere l’AMP come una risorsa e non una limitazione; incrementare i programmi di educazione ambientale, per formare i cittadini sull’importanza e il rispetto della qualità ambientale.

Cala Luna, Sardegna

Sembra un’impresa titanica, e in effetti lo è, ma non per la difficoltà pratica delle singole attività, bensì per la necessita di cambiare forma mentis. Cominciare a gestire le risorse naturali con maggiore raziocinio, ovvero in un’ottica di conservazione per le future generazioni, è fuori dai ragionamenti consumistici che regolano la nostra vita. Siamo abituati agli obiettivi a breve termine, ma l’ecosistema, la Natura, invece, funzionano perfettamente con tempi più lunghi, durante i quali si ritorna sempre a uno stato di equilibrio.

La pesca eccessiva può arricchire nell’immediato, ma l’anno dopo le reti saranno vuote, perché i giovani pesci non si sono potuti riprodurre; nuove file di ombrelloni sulle dune sabbiose riempiranno le tasche del gestore per un anno, ma quello successivo non ci sarà più spiaggia, perché mangiata dal mare e non rimpinguata dalle dune; consentire l’ancoraggio libero su fondali ricchi di biodiversità equivale a distruggere l’elemento attrattivo del turismo per gli anni a venire. Come può mancare questa consapevolezza?

Cala Burroni, Sardegna

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