Quei 630.000 morti di cui si parla poco

I danni causati dall’Uragano Katrina

La conta dei morti per Coronavirus genera in noi il giusto allarme, ma ci distrae da un’altra epidemia che solo in Europa, quasi in silenzio, si prende 630.000 vite ogni anno; tante sono le morti riconducibili alla crisi ambientale.

Il preoccupante numero è stato individuato dall’OMS su un database del 2012, e l’AEA Agenzia Europea dell’Ambiente (è un’agenzia e non una associazione come riportato da testate autorevoli) ha deciso di investigare oltre. I numeri c’erano già, scritti nella pietra. Mancava un collegamento con l’esecutivo. Mancava un rapporto che facesse da base per un piano strategico, mettendo al centro la relazione tra ambiente, salute e benessere. Un rapporto che anche i politici avrebbero compreso.

Ghiacciaio in Patagonia

L’AEA è andata oltre: il rapporto è così chiaro da essere comprensibile da uno studente delle medie che abbia voglia di googlare. Inizia così:

“La natura è alla base della salute e del benessere della popolazione europea. Aria, acqua e cibo puliti sono essenziali per sostenere la vita; gli ambienti naturali offrono spazio per la ricreazione, il relax e l’interazione sociale, e le materie prime che alimentano la produzione di beni per il comfort della vita contemporanea. Allo stesso tempo, l’inquinamento ambientale è inevitabile. Siamo esposti all’inquinamento nelle nostre case, nei nostri luoghi di lavoro, nell’ambiente esterno e quando mangiamo, giochiamo, dormiamo, guidiamo, camminiamo, nuotiamo o corriamo. Il 13% di tutti i decessi avvenuti nel 2012 nell’UE sono attribuibili all’ambiente (OMS, 2016). Queste morti sono prevenibili e possono essere ridotte in modo significativo migliorando la qualità ambientale.”

La pandemia COVID-19, prosegue l’AEA, ci fornisce un chiaro esempio dei legami inestricabili tra la nostra salute e la salute dell’ecosistema. Il salto di specie, o zoonosi, avvenuto presumibilmente in un mercato del pesce a Wuhan, non è una novità nella nostra storia. Tutte le epidemie passate e presenti, dalla peste al vaiolo, dall’AIDS all’ebola, e poi la suina e le varie SARS si sono sviluppate per l’interazione di umani, o di animali di allevamento, con specie selvatiche. Infatti la Storia, se non l’antropologia stessa, ci raccontano quanto i patogeni abbiano influito sui nostri comportamenti, sulla nostra psicologia, modellando nuove società e distruggendone altre.

Ad oggi il 75% delle nuove infezioni è di origine animale, questo il contraccolpo della nostra inesorabile invasione dell’ambiente. L’ambiente, come conseguenza alla nostra pessima gestione, ci ha inflitto e continua ad infliggerci delle lezioni molto dure. Ma che fatichiamo a comprendere. Le lezioni non arrivano soltanto con i virus, arrivano soprattutto dall’aria che respiriamo.

Il peggior killer è l’inquinamento atmosferico.

Il rapporto è chiarissimo, su questo punto: in Europa nel solo 2012 l’aria inquinata ha ucciso 400.000 persone. È come se una città poco più grande di Firenze sparisse ogni anno solo per l’aria che respira. L’esposizione al particolato (polveri sottili) è causa di cancro al polmone e facilita le forme gravi di infezioni respiratorie, incluso, ovviamente, il COVID-19. Le immagini satellitari delle aree con la peggiore qualità dell’aria hanno indotto fior di ricercatori a indagare i nessi. Per quanto sia intuibile che un’epidemia si propaghi più facilmente in aree densamente popolate e ben collegate tra loro, c’è dell’altro. Uno studio dell’Università di Siena sostiene che polveri sottili, ozono e anidride solforosa indeboliscano le difese immunitarie delle vie aeree superiori. L’indebolimento delle prime barriere agevola l’ingresso del SARS-CoV-2 in profondità e, di conseguenza, lo sviluppo della forma più grave della malattia: la polmonite bilaterale. Un altro studio del Politecnico delle Marche conferma che l’esposizione cronica all’inquinamento atmosferico offra un contesto favorevole per la diffusione del virus. Ricercatori statunitensi hanno riscontrato che l’esposizione a particolato fine è associabile ad un aumento dell’8% della mortalità per COVID-19 negli USA. Un’analoga indagine olandese collega il particolato fine ad un aumento del tasso di mortalità stimandolo tra il 13% e un preoccupante 21,4%.

Non è una novità neanche questa: precedenti studi condotti in Cina sulla SARS 2003 hanno dimostrato che i pazienti di aree con scarsa qualità dell’aria avevano il doppio delle probabilità di morire rispetto a quelli provenienti da regioni con bassi livelli di inquinamento atmosferico. Ma è bene ricordare che alla scarsa qualità dell’aria dobbiamo altre patologie, tra le quali alcune insospettabili come una nuova forma di diabete tipo 2, l’obesità, le infiammazioni sistemiche, l’invecchiamento precoce e il morbo di Alzheimer. Lo studio ci mette in guardia anche sulla sicurezza delle nostre abitazioni. Restare in casa, se il riscaldamento non è a norma, non ci mette al riparo: i combustibili solidi in ambienti chiusi hanno causato 26.000 morti premature in tutta Europa. Le cause della strage le conosciamo già: combustibili fossili.

Bangkok, Thailandia

La seconda causa di malattia è il rumore.

In termini di vite umane il rumore è responsabile di 12 000 morti premature all’anno, contribuendo a circa 48 000 casi di ischemia cardiaca, e all’insorgenza di malattie psichiche e neurologiche. In totale, 22 milioni di persone in Europa soffrono di disturbi cronici a causa del rumore, e 6,5 milioni soffrono di disturbi del sonno cronici. Neanche a dirlo, le fonti principali dell’inquinamento acustico sono le strade. Secondo il rapporto il 20% della popolazione dell’UE è esposta a livelli di rumore dannosi per la salute a causa del traffico. Segue il rumore degli aerei, che sembra avere un impatto negativo su 12 500 bambini in età scolare, inducendo problemi di apprendimento. I bambini sarebbero i più esposti in quanto il loro controllo sul rumore è meno sviluppato rispetto agli adulti.

Il cambiamento climatico ha conseguenze ancora più complesse e articolate. I suoi effetti vanno dalle ondate di calore alla proliferazione di patogeni e di alghe tossiche, dalle tempeste di intensità eccezionale alle alluvioni. I numeri non lasciano tregua: sono più di 8000 le persone che hanno perso la vita a causa delle alluvioni tra il 1980 e il 2016. Si stima che l’ondata di caldo del 2003 abbia causato in Europa 70.000 morti premature concentrate per lo più nelle città, che si trasformano facilmente in isole di calore, ovvero in microclimi estremamente più caldi nelle aree urbane che nelle zone limitrofe quando si verificano le onde di calore.

La qualità delle acque e del cibo desta, in alcune aree europee, una certa preoccupazione. Ma nessun fattore è paragonabile, per danni causati, all’inquinamento atmosferico che da solo contribuisce a quasi due terzi delle morti premature. Fra tutti i problemi è questo, il più sistemico.

“A meno che non vengano apportati alcuni cambiamenti fondamentali ai sistemi chiave che accompagnano le pressioni ambientali e climatiche, le prospettive per la nostra società non sono positive. Questi sistemi chiave includono il nostro sistema alimentare, energetico, la mobilità, la produzione, nonché i nostri modelli di consumo e stili di vita.”

Bosco verticale, Milano

Eppure il potenziale per un cambiamento, continua lo studio dell’AEA, c’è ed è significativo. È ancora possibile aumentare il livello di consapevolezza tra le popolazioni esposte, è ancora possibile mitigare l’impatto ambientale, sostenere comportamenti più salutari, indirizzare la scelta verso carburanti più puliti, e garantire l’accesso ad un ambiente di qualità, in particolare alle comunità più disagiate. L’impatto dell’inquinamento e della qualità dell’ambiente sembra seguire il divario sociale. Con l’eccezione dei residenti in centro città, nelle periferie e nelle zone suburbane e industriali i cittadini meno abbienti sono i più esposti a inquinamento atmosferico, rumore e hanno un accesso limitato alle aree verdi.

In una infografica dell’agenzia sono riportate le distanze in tempo che i cittadini devono percorrere a piedi per accedere ad un’area verde o blu (mare, laghi, fiumi). Pochissime le città che garantiscono un’area naturale a meno di 15 minuti. Curiosamente, le città più grandi offrono mediamente una situazione più vivibile. In questo l’Italia, escludendo l’area industriale lombarda, non sembra messa così male.

 “Gli Italiani non amano gli alberi” commentava Stendhal davanti alle nostre nude piazze rinascimentali, tutte linee pulite e marmi, espressione dell’egotismo di antichi architetti. Oggi, con il bosco verticale, esempio citato nel rapporto, un architetto italiano ha lanciato la controtendenza. Ricordare l’importanza di piazze e viali alberati in un contesto urbano può sembrare superfluo, ma vale la pena approfondire alcuni aspetti. La maggior parte di decessi per le ondate di calore si verificano nelle grandi città. E nell’aria delle grandi città si accumulano polveri sottili, CO2 e altre sostanze nocive. Gli alberi, non solo sono in grado di filtrare i contenuti dannosi, ma ombreggiano strade ed edifici, con una efficacia che nessuna tettoia, nessun ombrellone potrà mai avere: le piante traspirano e trasformano l’energia solare in energia chimica. Scambiano calore attraverso migliaia di foglie, tutte vive e sempre in movimento.

L’appuntamento è con il Green New Deal, con la promessa di emissioni zero entro il 2050, scadenza che molti reputano insufficiente, ma almeno c’è: gli USA di Trump non si sognano nemmeno di considerare il problema.

Da questo lato dell’Oceano l’Agenzia Europea per l’Ambiente ha messo giù i numeri, freddi, allarmanti. Ma anche delle soluzioni al problema. Un problema che non può essere affrontato solo con la buona volontà e la consapevolezza dei cittadini, ma con una sinergia tra politica, comparti economici e popolazione. Credo faccia bene ad ognuno di noi leggere questo rapporto, magari guardando solo le infografiche, se non si capisce l’Inglese. Sembra scritto per i politici, ma ho il sospetto che sia stato scritto per noi, affinché i politici possano comprenderlo.

 

Potete leggerlo e scaricarlo qui:

in Italiano c’è questo breve articolo:

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