Vaccini: come curarci a discapito di squali e limuli, o salvargli la vita

È dalle creature marine che verranno estratte le sostanze chiave per la preparazione dei vaccini, e Shark Allies ha lanciato un allarme: se non si ricorre a prodotti di sintesi l’emergenza COVID-19 potrebbe comportare un prelievo extra di 500.000 squali all’anno. I loro calcoli sono corretti, ma sono le case farmaceutiche la più grave minaccia per gli squali? Una specie meno fotogenica potrebbe pagare un prezzo ancora più alto per assicurarci un vaccino.

Procediamo con ordine, partendo dagli squali. In ogni vaccino antinfluenzale prodotto sul pianeta ci sono poco meno di 10 mg di una sostanza chiamata squalene. L’OMS la indica come componente sicuro ed indispensabile per aumentare la risposta immunitaria ai vaccini. Lo squalene fu scoperto nel 1906 dal ricercatore giapponese Mitsumaru Tsujimoto, esperto di olii e grassi presso la Tokyo Industrial Testing Station. Separò la frazione insaponificabile dall’olio di fegato di squalo scoprendo l’esistenza di un idrocarburo altamente insaturo. Mitsumaru Tsujimoto non poteva ancora sapere che quella sostanza veniva prodotta anche da piante, altri animali e, incredibilmente, dagli esseri umani stessi, e la battezzò col nome della specie in cui l’aveva trovata.

Era andata allo stesso modo con la taurina, ora onnipresente negli energy drink, che fu isolata dalla bile del toro dagli scienziati tedeschi Friedrich Tiedemann e Leopold Gmelin, nel 1827. Successivamente si scoprì che veniva prodotta in quantità discrete da molti altri esseri viventi.

Limuli in acqua / © Shutterstock

Ci descrivono meglio lo squalene Antonio Cassone e Giovanni Rezza, del dipartimento delle malattie infettive, parassitarie e immunomediate, dell’Istituto superiore della Sanità:

“…La sostanza in sé è quanto di più biologico e naturale esista: si tratta di un composto addirittura essenziale per la vita in quanto viene usato dal nostro organismo come un “mattone” per costruire ormoni steroidei e altre sostanze lipidiche. In particolare, è l’intermedio essenziale per la sintesi del colesterolo che avviene nel fegato. È stato dimostrato che la cute umana ne secerne una certa quantità nel sebo. Ma non siamo certo i soli ad avere lo squalene nel nostro organismo: animali e vegetali ne fanno uso metabolico e ce n’è abbastanza nell’uovo, nella carne e nell’olio di oliva, in cui è presente allo 0,7%.”

Ed è su questo ultimo punto che insiste Shark Allies: gli squali sono in pericolo, ogni anno ne vengono già uccisi almeno 80 milioni, per la maggior parte illegalmente. Nella crudele, devastante pratica del finning gli animali vengono rigettati in mare ancora vivi, mutilati solo delle pinne. La posizione di Shark Allies è chiara: non si vuole fermare la produzione di vaccini, ma si può chiedere all’industria farmaceutica di ottenere la preziosa sostanza da fonti sostenibili.

Purtroppo, la produzione dello squalene da fonti vegetali, fanno notare gli addetti ai lavori, ha costi e tempi di lavorazione mediamente più alti di almeno il 30%. In prima linea per l’abbattimento dei costi e per la velocizzazione, c’è la Amyris, azienda californiana di biotecnologie. La Amyris è in grado di estrarre lo squalene dalla canna da zucchero e si prefigge di farlo su vasta scala e a prezzi competitivi, offrendolo non solo alle farmaceutiche, ma anche ad altri utilizzatori, ben più affamati di squalene. Cifre alla mano, non dovrebbero essere i vaccini a farci sentire in colpa: il 64% della produzione mondiale di squalene viene acquistato dall’industria cosmetica per produrre balsami, rossetti, rimmel e creme per la pelle in concentrazioni altissime (fino al 50%) contro un 7% richiesto (dati del 2015) dalle farmaceutiche. Il 15% dello squalene mondiale finisce in integratori e alimenti. L’utilizzo della restante percentuale non è noto.

Limulo / © Weblogiq – shutterstock.com

Sarà molto probabilmente un’altra creatura marina, un essere dal design vecchio di 450 milioni di anni, a pagare il prezzo più alto per l’emergenza sanitaria: il limulo.

Si tratta di un artropode, imparentato con ragni e scorpioni più che con i granchi. Il suo aspetto alieno indurrebbe a credere che sia lui a nutrirsi di sangue umano. Invece accade il contrario: la nostra dipendenza dal suo sangue bluastro ha spedito il limulo (Limulus polyphemus) dritto nella lista rossa della IUCN, quella delle specie minacciate. La forma dei limuli ci ricorda i trilobiti, icone del Paleozoico, ma l’eredità più antica è nel loro sistema immunitario, così primitivo che l’industria farmaceutica estrae dai limuli uno dei liquidi più costosi sul mercato. La loro ‘immunità innata’ si deve a particolari cellule contenute nel sangue: gli amebociti granulari. Quando queste cellule entrano in contatto con una tossina presente nei batteri e nei funghi gram-negativi, innescano un processo di coagulazione che neutralizza o evidenzia i patogeni.

Limuli dissanguati / © thedifferentgroup.com

Questa proprietà è alla base del ‘lisato di amebociti di limulus (LAL), un liquido che ha un valore commerciale di diverse migliaia di dollari al litro. I test LAL sono utilizzati per garantire la sterilizzazione di farmaci iniettabili, come insulina e vaccini, o di dispositivi da impiantare, quali valvole cardiache e protesi ortopediche. Il LAL è anche usato per testare la qualità dell’aria e dell’acqua, ed in vitro si è dimostrato efficace nel bloccare la proliferazione dell’HIV. Per ottenere la preziosa sostanza negli USA vengono catturati ogni anno dai 400.000 ai 580.000 limuli, che vengono dissanguati e poi rilasciati, con un tasso di mortalità che va dal 10% al 30%.

Il sangue prelevato è circa il 30% del volume totale, ma secondo le ricerche non è il prelievo l’unica causa di morte; intervengono altri fattori come la cattura, il trasporto e la lunga permanenza all’asciutto. Le branchie dei limuli, fuori dall’acqua, non sono in grado di rimuovere efficacemente la CO₂, e le femmine dimostrano difficoltà nel deporre le uova una volta reintrodotte nell’habitat dopo il trattamento.

Anche qui, negli USA, la più grossa minaccia a queste strane e preziose creature marine non è la nostra salute, ma la pesca. Dagli anni ‘90 i limuli, in particolare le femmine portatrici di uova, sono utilizzati come esca per la pesca all’anguilla. Secondo l’Atlantic Fisheries Marine Commission nel 2018 ne sono stati prelevati a questo scopo ben 600.000. Con una mortalità del 100%.

In Cina viene prodotto il TAL (lisato di amebociti di tachypleus) che deriva dal sangue di altri limuli: il Tachypleus tridentatus e il Tachypleus giga. Dopo il prelievo vengono venduti per il consumo umano o per la produzione di chitina, utilizzata per suture chirurgiche, bendaggi, e per la fabbricazione di pelle artificiale. Anche in questo caso la mortalità è del 100%. La preoccupazione è che con una diminuzione dei limuli asiatici (stimata già intorno all’83%) e la previsione di una massiccia produzione di vaccini, presto la domanda si rivolgerà al mercato statunitense, mettendo ancor più sotto pressione le popolazioni dell’Atlantico.

Piovanello maggiore / © sapelonerr.org

Non sono solo gli esseri umani a dipendere dai limuli: da loro, e più precisamente dalle loro uova, dipende la sopravvivenza di un uccello costiero, il piovanello maggiore, lungo la sua migrazione verso l’Artico canadese. È molto improbabile, affermano i ricercatori, che questo uccello riesca a trovare lungo la sua rotta altre fonti di cibo così largamente disponibili e nutrizionalmente valide come le uova di limulo. Altrettanto improbabile è che sia in grado di cambiare il programma migratorio. Si suppone che nel Delaware il piovanello maggiore si sia ridotto del 75% per via della scarsità di limuli.

L’alternativa sintetica al LAL, il cui studio è partito nel 1997 dall’Università di Singapore, è in commercio dal 2003. Si chiama rFC (recombinant Factor C) ed è stata costantemente migliorata. Purtroppo, questa alternativa non è ancora ampiamente accettata dall’industria farmaceutica e dagli organi governativi competenti. Per quanto lo rFC si sia dimostrato più efficace, attendibile e con una minore disomogeneità tra i lotti rispetto al LAL, le differenze normative tra i vari paesi e la criticità del suo utilizzo, hanno creato una situazione di stallo. Ancora oggi, mentre il pianeta è in corsa per una produzione di vaccini senza precedenti, l’alternativa sintetica, o rFC, incontra resistenze burocratiche e di mercato.

Starà all’industria e agli organi competenti decidere se rivolgersi di nuovo alle creature marine per risolvere i nostri problemi o cercare soluzioni alternative. Va da sé che la pesca indiscriminata degli squali e la cattura dei limuli per farne un’esca, come anche il massiccio utilizzo dello squalene nei prodotti di bellezza, stanno già minando queste popolazioni marine. Lo fanno senza alcuna scusa di carattere umanitario. L’emergenza sanitaria ci mette davanti a delle scelte cruciali per i nostri sistemi sociali ed economici, quanto per l’ecosistema marino, come un paradigma perfetto per capire quanto siamo adatti, e quanto meritevoli, per continuare a vivere su questo pianeta.

 

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