Dalla luna al monopattino

© Vittoria Amati

Per salvare il mio lavoro, un lavoro che mi permette anche di tenere a galla l’esistenza di questo sito, sono stata obbligata a trasferirmi a Roma i primi di giugno.

Dopo la chiusura forzata in casa, durata mesi, i romani sono partiti dalla città in massa lasciando dietro di loro strade deserte, aliena-mente deserte. Negli ultimi anni, quando arriva, l’Estate scende come una cappa satura di calore umido alimentata da una temperatura che tocca i 34 gradi, la pelle brucia con il riverbero infernale che rimbalza dall’asfalto, e ti toglie le forze.

Nella grande arena immobile, spopolata persino dai turisti, si notava per contrasto una moltitudine di monopattini voluti dal sindaco per alleggerire il ‘traffico’. Erano ad ogni angolo, parcheggiati o meglio abbandonati disordinatamente a ogni metro dei marciapiedi a gruppetti di tre, quattro o singoli.

Mentre le rovine e i parchi, anch’essi abitualmente abbandonati fanno parte del panorama della città, la ferraglia dei monopattini stagliava come un’assurdità, un pugno negli occhi. Una fabbrica esplosa.

Ma questo tempo è così, un’assurdità, difficile trovare parole sensate per cucire un discorso che spieghi la realtà quadrata a un pazzo.

Questo è il tempo in cui i voli costano €1 online ma non hai il permesso di uscire o attraversare una frontiera; hai finalmente i soldi per andare in Patagonia ma sai che l’avventura non è attraversarla ma trovare il modo di arrivarci.

Questo è il tempo in cui i carabinieri godono del privilegio di muoversi liberi mentre tu devi stare nel recinto di casa pena essere multato, e lo usano per spacciare e arricchirsi senza dare nell’occhio ma dopo l’arresto la notizia si perde nel vuoto, come una serie TV con l’ultimo episodio ‘la punizione’ che non va in onda, censurato.

Questo é il tempo di vivere quei piani discussi tra due che si amano e sempre rimandati ma poi arriva la sclerosi, una malattia o un decreto e il sogno si disintegra.

Questo è il tempo in cui la pubblicità di Bulgari è un reperto d’archivio di una dimensione passata come il bacio e l’abbraccio di due attori in un film.

È il tempo di sudare sulla cyclette in cucina per restare in forma aspettando il giorno di entrare in sala per uno spettacolo con il voucher che abbiamo pagato due anni prima.

Questo è il tempo che ha rivelato ai cittadini che ognuno segue il proprio ‘trip’ e che non esistono due letture uguali per lo stesso evento: la scienza medica a dispetto dei premi Nobel che la riconoscono oggettiva, è soggettiva. Eppure i cittadini si ostinano a intrappolarsi in una manciata di ideologie.

È il tempo in cui la propria prigione ha la porta aperta perché lì fuori sono tutti in prigione.

È il momento di seguire la propria vocazione quella che non rende niente perché tutto si è capovolto. La pressione per il successo si è spenta, non c’è più un palcoscenico per chi ha un ego. Quelli che ‘seguivano’ come pecore sono arrivati agli ultimi metri del vicolo cieco, no champagne, no macchine, no foto cartolina.

Questo è il tempo in cui anche la persona più mite, il pacioccone, si sente insultato dalle anomalie decisionali.

È il tempo in cui smettiamo di batterci il petto per una vita incompiuta, per opere incompiute, per relazioni andate storte. C’è in questo sonno, nella pausa forzata, qualcosa che ci scagiona dagli errori. Come se la corsa degli altri verso il successo fosse una sciocchezza rispetto alla maturità che covi in tutti quegli sbagli. La pausa si addice meglio a chi si era già chiuso in un certo silenzio sarcastico. Il silenzio di chi non condivide, in linea di principio, la propria razza.

È il tempo di ricordare il giorno in cui siamo diventati adulti e quello in cui abbiamo perso il rispetto per noi stessi perché forse questo è il momento, slegato dall’avanzata che stritolava l’inconscio, di pensare prima di tutto al nostro comfort psicologico.

In maniche di camicia arrotolate, senza cravatta, schivi, anonimi, gli scienziati americani hanno calcolato il viaggio di andata e ritorno dell’uomo per la Luna nel 69, evitavano di farsi pubblicità ma sapevano farti venire le lacrime agli occhi.

Niente Luna ancora oggi, nessun Pianeta sul quale ammarare per risolvere il nostro ingombro nel traffico romano. Il sindaco lo ha risolto dandoci i monopattini, quanti calcoli e scienziati avrà messo in campo? Ci deve aver preso per gente pignola ma sempliciotta che indugia al supermercato sulla scelta della pasticca più efficace per sgrassare i piatti in lavastoviglie, che si placa con un revival giovanile.

Sfugge il fatto che vogliamo ancora piangere e commuoverci davanti a una grande opera di uomo o donna a dimostrazione che siamo migliori, che dentro abbiamo once d’ambizione e creta per fare qualcosa di costruttivo per tutta l’umanità, grande al punto di spostare i confini.

Quello che non reclami (i confini) finiscono per sequestrartelo. Tra tutte le considerazioni che possono venire in mente in tempi di cambiamento epocale come questo c’è l’evidenza deprimente che non siamo niente, che qualcosa di infinitesimale ci ha steso, ha steso le fondamenta della nostra convivenza, graffitato il futuro, messo molotov di paura dentro lo stomaco.

Delle volte sogno di vedere un uomo, un vero uomo, come non ne ho ancora intravisto uno. Un uomo davanti al quale sbalordirsi ed esclamare .. ah quello è veramente un uomo! Forse invece sarà una donna. Forse faranno qualcosa di grande insieme. La gente si commuoverà e penserà che poi non è così male vivere in questo periodo, perché non è il periodo che conta ma ritrovare il rispetto per sé stessi perduto.

 

 

 

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