Cronache artiche. Terra di Nessuno: ai confini tra Russia e Finlandia

Lago Inari, Nellim / © Teija Linnanmäki

Prologo a filo d’acqua

Sembra il mare.
– Eppure è un lago. Il terzo più grande della Finlandia. Ci sono luoghi qui, come l’isola in cui è nata mia madre, dove – ovunque ti giri – vedi solo acqua. Come se la terra non esistesse proprio.
– Come il mare quindi.
– Sì. Ma un mare tranquillo.

Così tranquillo che si confonde con il cielo, penso tra me e me.

Sono passati due anni da quel pomeriggio di sole e vento in cui Osmo mi ha portata sulle rive del lago di Inari. Il “suo” lago. “Credo che nessuno lo conosca meglio di me” mi dice ancora oggi. E io mi fido.

Osmo Aikio / © Vesa Toppari / Yle

On the road again

Primi di settembre. Sono nella regione del lago di Inari, all’estremo nord della Lapponia finlandese e per puro caso sto andando a Nellim, un minuscolo villaggio sami che sorge a due passi dal confine con la Russia.

In realtà, a quest’ora non dovrei essere qui. Questa mattina mi sono svegliata con la ferma intenzione di andare a Inari per vedere il principale museo sami della Finlandia ma, ahimè, per l’ennesima volta ho perso l’autobus. È allora che mi è piovuta dal cielo l’opportunità di una toccata e fuga giornaliera in una regione di cui non so praticamente nulla. “Oggi devo andare per lavoro a Nellim, il villaggio in cui sono nato, sul lago di Inari. Perché non vieni con me?” mi ha detto Osmo, il mio host di Airbnb a Ivalo. Ci siamo incrociati solo una volta, il giorno del mio arrivo – per la consegna delle chiavi – e so soltanto che è il direttore di Lapeco, la compagnia che gestisce lo smaltimento dei rifiuti di tutta la Lapponia. La raccolta differenziata è appena sbarcata nella regione e a quanto mi ha detto Osmo, al momento è davvero una scommessa, visto l’esiguo numero di abitanti. “Partiamo subito: io devo giusto fotografare i nuovi contenitori per la raccolta differenziata, perché vengano geolocalizzati su Google Maps. Poi se ti va ti faccio conoscere le mie terre. Che ne dici, hai tempo?” Certo che sì. Accetto subito l’invito e, tempo cinque minuti, sono già in macchina con Osmo, intenta a cucirmi la bocca per ricacciare indietro tutte le domande che vorrei fargli. Una cosa che ho capito dei Sami, è che puoi essere in Svezia, in Norvegia, in Finlandia ma di fatto, ovunque ti trovi all’interno dei confini di Sàpmi (la nazione lappone) c’è una regola d’oro che vale sempre e comunque: le domande hanno un tempo di lievitazione strutturale, proprio come il pane. Se lo rispetti, se eviti di prendere d’assalto i tuoi interlocutori come se fossero delle ostriche da aprire a forza, col coltello, se tieni a freno la lingua e semplicemente aspetti, la conversazione prima o poi spicca il volo da sola. È quello che succede anche oggi.

Inari Lake / © tripadvisor

La strada che va da Ivalo a Nellim è sterrata e scandita per tutto il primo tratto da lavori in corso. Procediamo a singhiozzo, fermandoci ogni due per tre per aspettare che gli operai ci diano il via libera. Osmo guida piano per una quarantina di chilometri. Io sto zitta. Mi godo il silenzio e la benedetta sensazione di tabula rasa che provo sempre a fior di pelle quando sono diretta in un posto che non conosco e dove non prevedevo di andare. L’unica cosa che so, giusto perché l’ho letta al museo sami di Rovaniemi, è che nel Novecento la regione di Nellim è stata una sorta di grande crogiolo multietnico. Un crocevia che ha fatto da punto di incontro tra quattro culture diverse: finlandesi, russi, Sami Skolt e Sami del lago di Inari.

Melting pot in salsa russa

Quando arriviamo a Nellim, mi rendo conto che in realtà il villaggio è molto, ma davvero molto più piccolo di quanto pensassi. Fondamentalmente ci sono qualche casa, il Nellim Wilderness Hotel – ma ora siamo in bassa stagione e non c’è praticamente nessuno – e nient’altro. “Pensa che questa, ai tempi, era la mia scuola.” mi dice Osmo di punto in bianco. Guardo le pareti di legno dell’hotel e mi dico che in fondo è una fortuna che siano scampate alla furia distruttiva della ritirata tedesca che ha messo a ferro e fuoco tutto il nord della Finlandia. “Negli edifici in cui ora soggiornano i turisti, invece, c’erano i dormitori degli studenti che venivano dall’altra parte del lago di Inari.” continua Osmo. “Ma come, non tornavano a casa?” gli chiedo sinceramente stranita. Lui mi sorride: il concetto di distanza, ai tempi, era molto diverso e probabilmente non ho ancora davvero messo a fuoco quanto sia grande il lago di Inari. “In questa scuola venivano anche ragazzi che abitavano dall’altra parte del lago e rimanevano qui mesi prima di tornare a casa. Per noi, questo lago è davvero come il mare: connette e divide anche se ora tutto è molto più semplice e scavalcabile. D’estate usiamo le barche a motore e d’inverno le motoslitte. Ai tempi, le barche erano a remi e le slitte, le trainavano le renne.” Mentre camminiamo tra i pini e gli abeti della taiga, Osmo mi racconta di sua madre e di suo padre, un vero Inari Sami, pastore di renne. “Da queste parti si dice che avere cento renne è come avere cento cervelli. È un detto tipicamente lappone.”

Cimitero ortodosso, Nellim / © Martina Fragale

Cammina cammina, siamo arrivati al piccolo cimitero ortodosso di Nellim, proprio accanto al fiume Paatsijoki. Si tratta davvero di un minuscolo fazzoletto di terra in cui le croci – tipicamente ortodosse – convivono pacificamente con gli alberi, in un perfetto continuum tra vita e morte. I nomi di alcuni defunti, tutti russi, sono incisi su corna di renna. Osmo mi indica due croci. “Queste sono le tombe di Olga e Sergej: me li ricordo bene, erano due persone davvero buone. Quando ero ragazzo venivo a pescare proprio qui, sul fiume. Ogni volta davo le spalle alle croci ed evitavo di girarmi, per paura di vedere qualche fantasma. È strano pensarci oggi. Ora questo luogo mi mette una gran pace. Devi vederlo in inverno, nei giorni di buio, quando tutto è ricoperto di neve. È bellissimo. La mattina di Natale, tutti vengono ad accendere una candelina accanto alle tombe e il cimitero brilla come se fosse pieno giorno.

Nellim / © Martina Fragale

Ci affacciamo allo steccato che dà sul fiume. Tutto è talmente tranquillo che sembra impossibile pensare alle guerre e ai trattati di pace che hanno reso questa zona un crocevia di gente che andava e veniva. D’altra parte, in effetti, a pochi chilometri da qui c’era una vera e propria manna: le ricchissime miniere di nichel di Petsamo, fulcro del continuo va e vieni dei minatori e delle loro famiglie. Russa fino ai primi del Novecento, Petsamo è stata finlandese per poco meno di trent’anni, a cavallo fra il Trattato di Tartu e il Trattato di Parigi, che nel 1947 ne ha sancito il passaggio definitivo all’URSS. Ed è allora che, proprio a causa del suo fiume, Nellim si è vista sbalzare sullo scacchiere delle grandi potenze. Per alimentare la miniera di Petsamo, all’URSS il fiume Paatsjoki serviva. Così come era indispensabile ottenere il controllo sulla centrale idroelettrica di Jäniskoski. È così che venne concordata la vendita all’URSS di un triangolo di terra – senza abitanti permanenti – che permetteva il controllo del fiume e aveva uno dei vertici proprio nelle immediate vicinanze di Nellim. Molte famiglie russe finirono quindi per scavalcare il confine e rimanere qui.

Ma quanto è lontano il confine con la Russia?” chiedo a Osmo. “A occhio e croce, nove chilometri.” mi risponde lui “Se vuoi ci andiamo.” “Ma si può?” “Non proprio. Ma possiamo arrivare al confine con la Terra di Nessuno.”

Lago di Inari, Nellim / © Teija Linnanmäki

Sul ponte Paatsjoki

Reale o metaforico che sia, ho sempre amato il concetto di finis terrae. Così come ho sempre aborrito la definizione di non luogo. I non luoghi non esistono (tutto è luogo), ma esistono – questo sì – delle zone di confine in cui le identità si sfaldano e, da granitiche (come spesso sono nella percezione comune) diventano liquide, indefinite. Ho amato guardare i Pirenei dai merli di un castello cataro, dicendomi “Quella laggiù è la Spagna”. Amo gli accenti ibridi, al confine fra regioni diverse. Amo il mixage linguistico che affiora quando un migrante, di stanza in un nuovo paese, inizia a metabolizzare il passaggio dalla propria lingua madre all’idioma del paese ospitante. Tutto questo, per me, è finis terrae. Così come è finis terrae il ponte Patsjoki, da cui Osmo mi indica un punto indefinito – in mezzo alla foresta – dicendomi: “Ecco, la Russia dovrebbe iniziare pressappoco là in fondo. Tra noi e quel punto c’è la Terra di Nessuno: una fetta di taiga che non appartiene né alla Russia né alla Finlandia.”E si può attraversare?” chiedo incuriosita. Osmo sorride laconico: “Fossi in te, non ci proverei. Nemmeno i cacciatori si arrischiano a sparare in direzione della Terra di Nessuno, perché anche se colpisci una preda sai che poi non potrai andare a prendertela. Dai, lascia perdere la Terra di Nessuno e vieni in macchina che ti porto in un posto speciale. È a due passi da qui.”

Attraversiamo il ponte lasciandoci la taiga alle spalle e ci inoltriamo nella tundra. L’auto procede a passo d’uomo lungo una stradina sterrata, mentre le renne, totalmente incuranti della nostra presenza, ci sfrecciano davanti. Quando scendiamo dall’auto, siamo sulle rive del lago di Inari. Osmo mi fa cenno di raggiungerlo su un piccolo molo, si china a pelo d’acqua e beve. Lo guardo interdetta poi mi sdraio sul molo a pancia in giù e bevo anch’io. L’aria è immobile, tersissima. Il lago sembra di vetro: non c’è nulla che incrini le trasparenze della sua superficie. Il silenzio è assoluto: riempie le orecchie come ovatta. Accanto a noi, sulle rive, ci sono alcune casette di legno disabitate. “Come si chiama questo villaggio?” Osmo scuote la testa. “Non ha un nome.” “E questa zona?” “Nemmeno. Siamo poco oltre il ponte Paatsjoki. Quella è l’unica coordinata che hai per arrivare qui. Per il resto ora siamo solo un puntino su Google Maps. E qui, la rete non prende.”

Lago di Inari

Respiro a pieni polmoni. Che bello. Che pace, svicolare al di là dei confini onnipresenti e onniscienti della geolocalizzazione. Forse è questo, oggi, il sapore della libertà: la felicità di sentirsi così, con i piedi saldamente piantati a terra e al tempo stesso sospesi in un puro nulla.

Rimango seduta sul molo a lungo. Saranno più o meno le sei di sera e la luce è quella tipica dell’estremo Nord: un lunghissimo pomeriggio di settembre color miele. La tundra intorno a me è una distesa sconfinata di cuscini d’erba bruniti, dalle sfumature di rame. Qua e là, spicca solo il fusto sottile di qualche betulla. Osmo centellina i cespugli, uno ad uno alla ricerca di camemoro: una sorta di lampone arancione (chiamato anche rovo artico) che sarei curiosa di assaggiare. Niente da fare, però: pare che la stagione del camemoro finisca a luglio e rimango a bocca asciutta.

Saliamo in macchina e iniziamo a fare dietro front verso il ponte Paatsjoki ma tutto a un tratto Osmo inchioda. “Non è possibile: hai davvero una fortuna sfacciata!” mi dice. Estrae un coltello, apre la portiera e si precipita verso una betulla sotto il mio sguardo allibito. Lo osservo perplessa mentre crivella di colpi una piccola macchia scura sul tronco, dopodiché torna in macchina e mi consegna con cura una strana escrescenza nerissima, che sembra a tutti gli effetti un pezzo di corteccia. Lo fisso senza capire. “Pakurikääpä” mi dice lui per tutta risposta. “No, non è corteccia: è un fungo e vale una fortuna.

Inonotus obliquus © Martina Fragale

Il prezioso tè dei contadini russi e di Alexander Solzhenitsyn

Inonotus obliquus: il nome scientifico è quello, ma il fungo è conosciuto soprattutto come Chaga. Osmo mi dice che i contadini russi e siberiani lo usano da sempre per fare un tè che è considerato una sorta di panacea di tutti i mali. In effetti, pare che questo stranissimo fungo (che non sembra affatto un fungo) sia un potente concentrato di steroli, antiossidanti e polisaccaridi e che sia stato utilizzato a lungo, dalla medicina popolare, anche per curare diversi tipi di tumore. A parlarne – e a farlo conoscere in Occidente – è stato Alexander Solzhenitsyn in “Padiglione Cancro”. Dalle informazioni che trovo nei giorni successivi, emerge una sostanziale assenza di scientificità per quanto riguarda le effettive proprietà antitumorali del fungo. Sta di fatto, però, che l’uso del Chaga in medicina, non solo in Russia e in Siberia ma anche in estremo Oriente, pare abbia radici antiche. Quindi chissà che effettivamente, nella storia del fungo miracoloso, qualcosa di vero ci sia.

Quella notte, tornata a casa, trituro finemente un pezzettino del mio prezioso dono e lo lascio per un quarto d’ora in infusione nell’acqua bollente che – mi ha detto Osmo – “deve diventare nera come il caffè”. L’odore è strano e il sapore pure. Per la verità, a livello di gusto, non mi piace più di tanto ma nei mesi successivi continuerò a berlo a intervalli più o meno regolari. In fondo è qualcosa di molto simile a una pozione e, da che mondo è mondo, le pozioni non devono essere per forza buone. “Di cosa sa?” mi ha chiesto qualcuno. Già, di cosa sa il Chaga? Difficile rispondere: di terra nera. Di cose morte. Di paradossi. In fondo è un potente concentrato di vita che uccide inesorabilmente l’albero che lo ospita. Un ossimoro vivente. La sintesi perfetta della trasformazione alchemica.

Epilogo: un villaggio non è fatto di case

Sono passati due anni da quel pomeriggio ai confini con la Terra di Nessuno. In cucina ho ancora un pezzo di Chaga piuttosto grosso che conservo gelosamente in un vaso di vetro etichettato col nome finlandese: “Pakurikääpä”. Dopo quel primo viaggio estivo, sono tornata ancora a Ivalo e ho rivisto Osmo. Ogni tanto ci scriviamo e l’ho sentito anche ieri sera quando, selezionando le foto per questo articolo, mi sono resa conto di non avere immagini di Nellim. “Puoi mandarmi qualche foto?” Intendevo del villaggio. Per tutta risposta, Osmo mi ha inviato delle belle foto del lago di Inari, all’altezza di Nellim. Acqua e cielo. Cielo e acqua. “Hai foto del villaggio?” gli ho rimbalzato. Mi sono arrivate altre foto con il lago e il cielo al centro come protagonisti assoluti. Nessuna casa, tracce antropiche praticamente assenti. E allora (forse) ho iniziato a capire. Nellim è fatta di terra e acqua, non di case. Non è un villaggio: è ciò che c’era prima e ciò che ci sarà dopo quel villaggio. Le case “passano”, il lago e il cielo rimangono. Ma questo lo può capire solo chi ha sangue nomade nelle vene.

Lago Inari / © Martti Rikkonen

 

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