Quando i delfini si spiaggiano

Delfini e focene sono i cetacei che pagano il prezzo più alto negli spiaggiamenti.

Il loro numero sovrasta quello di balene, grampi e capodogli. Il triste fenomeno è noto fin dall’antichità e uno dei primi database nel mondo è stato creato nel Regno Unito più di un secolo fa. Ma malgrado il declino subito dalle varie specie in questo arco di tempo il numero di animali spiaggiati continua ad aumentare. Negli ultimi sette anni, secondo la Whale and Dolphin Conservation, lungo le coste britanniche gli spiaggiamenti sono aumentati del 15% rispetto al periodo precedente. Stabilirne le cause non è affatto un lavoro semplice, è un lavoro alla CSI. In alcuni casi si tratta di cause naturali, ma in molti altri le cause sono legate alle attività umane. Conoscerle e mitigarle è un obiettivo fondamentale per chi si occupa della conservazione di questi animali intelligenti, tra i più amati dagli umani.

I sonar dei militari

Nel 2013 fece molto scalpore la pubblicazione di uno studio, forse il più autorevole, su uno spiaggiamento di massa occorso nel 2009. Dopo aver analizzato i tessuti degli animali, i loro apparati auditivi, i contenuti dei loro stomaci e l’eventuale presenza di ferite o infezioni, i ricercatori conclusero che l’evento era riconducibile ad una esercitazione militare della Royal Navy, più precisamente all’uso massiccio di sonar ad alto potenziale.

Un’attività simile per il tipo di inquinamento prodotto, ma ancora più letale per i cetacei, è la ricerca petrografica condotta con onde sismiche. Consiste nell’inviare potentissime onde d’urto dalla superficie per identificare i giacimenti petroliferi, o di gas, sotto i fondali marini. Queste attività sono regolamentate da leggi internazionali che impongono la loro sospensione in presenza di mammiferi marini. Segnalarli è il compito di appositi osservatori a bordo, personale qualificato fornito da agenzie indipendenti. Tuttavia sui sonar ad alto potenziale e sulle onde sismiche una narrativa sensazionalistica ha fatto sì che la percezione dell’opinione pubblica sia che la maggior parte degli spiaggiamenti avvengano per queste attività. In realtà la causa principale di morte fra le creature marine la conosciamo da sempre, la conosciamo benissimo ed è sempre la stessa. Ma per fare notizia e suscitare reazioni ha bisogno di un aspetto politico. Possibilmente sentito.

La pesca industriale ‘straniera’.

Proprio nella fase finale della Brexit lungo le coste del Sussex, al sud dell’Inghilterra, vengono contati sempre più delfini e focene spiaggiati. L’improvvisa moria avviene in concomitanza con un altro fatto: una massiccia presenza di super trawler, super pescherecci da traino. Si tratta di vere e proprie fabbriche galleggianti lunghe centocinquanta metri che gettano a mare chilometri di reti, reti a strascico che catturano di tutto, indiscriminatamente. Da qualche tempo gli ambientalisti avevano notato che gli spiaggiamenti di delfini e focene si intensificavano con la presenza delle gigantesche navi da pesca al largo.

Molti di questi cetacei, per lo più morti, mostravano ferite intorno ai rostri, un segno tipico di chi ha combattuto disperatamente contro le maglie di una rete. I delfini e le focene trovati sulle spiagge in queste ultime settimane sono stati probabilmente rigettati in mare insieme al by-chatch, la cosiddetta pesca accidentale o accessoria, ai danni di specie non commerciabili. Le percentuali del by-catch sono impressionanti. Secondo Oceana la pesca accidentale rappresenta il 40% delle catture totali e ammonta a circa 28 miliardi di tonnellate ogni anno. Ma l’immagine più chiara sull’entità di questo tipo di distruzione l’ha fornita ad un quotidiano britannico Thea Taylor, biologa marina del Brighton Dolphin Project che si sta occupando degli spiaggiamenti sulle coste meridionali inglesi:

“Ho ascoltato una registrazione della guardia costiera che chiamava una di queste navi per comunicare che i satelliti avevano rilevato un ‘potenziale incidente di inquinamento’ per sentirsi rispondere che la grande ombra rilevata dallo spazio era in realtà le catture accidentali gettate in mare.”

Delfini e focene seguono i banchi di pesce e finiscono spesso nelle reti. Nella maggior parte dei casi restano impigliati o soffocati al loro interno, letteralmente sepolti o immobilizzati da centinaia di tonnellate di pesce. Una volta svuotate le reti a bordo vengono rigettati in mare, morti o moribondi. Secondo gli attivisti del Brighton Dolphin Project quelli che vengono sospinti sulle spiagge sono una piccola percentuale, il dieci per cento delle morti effettive. Le catture accessorie non includono solo delfini e focene, ma anche foche. In alcuni casi i corpi vengono macinati per produrre mangimi animali direttamente a bordo delle navi e di loro non resta più traccia.

Si tratta di navi per lo più olandesi e danesi che possono ancora pescare legalmente a dodici miglia dalla costa. In un’area dove la maggior parte dei pescatori locali ha votato per la Brexit nell’ottica di una maggior tutela dello stock ittico, la massiccia presenza di super pescherecci stranieri è stato letto come un ultimo affronto ed ha avuto una visibilità sui media senza precedenti. Come senza precedenti è stata l’attività di pesca. La più grande di queste navi, la Maartje Theodora di bandiera tedesca ma salpata da un porto olandese, può catturare fino a 2.500 tonnellate di pesce in un solo viaggio. Secondo un’indagine di Greenpeace in tutto il 2019 ben 25 super pescherecci da traino hanno pescato per 2.963 ore e in 39 aree marine protette lungo le costa del Regno Unito. La loro presenza si deve anche al sistema di quote che ha concesso ad una flotta privata olandese il 25% dei diritti di pesca. Will McCallum, capo della sezione oceani di Greenpeace, è dell’idea che le flotte industriali stiano dando prova dei loro diritti di pesca nelle acque del Regno Unito prima della Brexit.

Ma l’attenzione dei britannici per gli spiaggiamenti dei cetacei è qualcosa che prescinde dalle congiunture politiche internazionali di questi giorni, è qualcosa che ha radici storiche. Il Regno Unito, patria di Darwin e Wallace, è stato probabilmente il primo paese al mondo a munirsi di un registro degli spiaggiamenti dei cetacei. Lo redige da più di cento anni, dal 1913, il Museo di Storia Naturale di South Kensington, Londra, grazie alle segnalazioni di guardia costiera, pescatori e comuni cittadini. Il completo database dal 2013 al 1989 è stato reso pubblico a marzo del 2019. Un documento poderoso, quindi, che aggiungerà le sue statistiche alle altre, raccolte per il pianeta. Comunque le si voglia guardare, le statistiche mondiali, il dato più evidente è che il Regno Unito non differisce dal resto del mondo; la pesca industriale è la maggior responsabile degli spiaggiamenti di delfini, balene pilota, grampi e focene, più dell’inquinamento, più delle epidemie di morbillo, più delle eliche dei natanti e delle onde sonore ad alto potenziale. Il dato ancora più triste è che la pesca industriale è decisamente meno trasparente dei militari, molto meno della Royal Navy, che nel 2009 fornì i dati sulle sue attività e che dal 2005 divulga i dati sul rallentamento della Corrente del Golfo.

 

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