Un lockdown naturale – parte I

Shelter Creek Alaska

Un torrente dove potersi lavare. Salmoni in abbondanza, da pescare e poi cucinare alla brace. Qualche mirtillo raccolto nel bosco come dessert. Ceppi di legna recuperati tra le felci per accendere il fuoco. Una tenda e un sacco a pelo. Foreste sconfinate a tal punto da non scorgerne il confine. Cosa volere di più. Gli alberi respirano insieme agli orsi, alle aquile dalla testa bianca, ai lupi e alle alci. Io con loro.

In volo verso Shelter Creek Camp, Alaska / © Chiara Baù

Estate 2019. Sono ormai da giorni in Alaska. Sto vivendo una sorta di lockdown naturale. In un territorio dove gli spazi sono sterminati, ma le vie di accesso ai boschi e alle montagne praticamente inesistenti. Sembra un controsenso, ma le possibilità di movimento sono proprio limitate. La vegetazione è fitta, non esistono sentieri, né tanto meno rifugi. Come se la natura volesse concedere all’uomo solo pochi metri quadrati di territorio, sufficienti comunque ad ammirare l’ambiente intorno. Non serve andare oltre. Complici di tale immobilità forzata sono gli animali selvaggi che abitano queste immense foreste. Per quanto mi senta familiare con l’ambiente, una sorta di timore reverenziale frena in parte la mia curiosità di esplorare. Così preferisco rimanere nei pressi del piccolo campo tendato dove alloggio per poco più di una settimana. La seconda parte del mio viaggio in Alaska prevede un’immersione totale nel territorio degli orsi grizzly. Se nei primi dieci giorni ho pernottato in una baita di legno, pranzando in una piccola cucina al chiuso e sempre in compagnia di una guida, le condizioni in cui ora mi trovo sono ben differenti. Quaranta minuti di idrovolante ed eccomi catapultata su un piccolo fazzoletto di terra al confine della foresta, delimitato in parte dall’oceano e in parte dal corso del fiume. Non c’è altro eppure c’è tutto. Un luogo dove è permesso sostare solo due settimane all’anno per non compromettere il suolo pressato dal peso della tenda. È la regola del Lake Clak National Park. L’anno successivo non si potrà più tornare in questo luogo. Ne verrà assegnato un altro. La condizione in cui vengo a trovarmi è a dir poco esclusiva.

Vita al campo, Shelter Creek, Alaska / © Chiara Baù

Siamo cinque escursionisti: un ragazzo svizzero che insieme alla compagna gestisce la logistica della tenda cucina e di altre due tende. In una dorme una coppia di fotografi spagnoli, l’altra è riservata alla sottoscritta. Intorno a noi l’immensa wilderness dell’Alaska. Quando la sera mi reco un centinaio di metri distante per lavare i piatti nel torrente, ho paura, ma nello stesso tempo vorrei vivere lì per sempre. Sembra un luogo intoccabile tale è la sua bellezza. Continuo a sorridere anche quando un’ape mi punge, provocandomi un ematoma non indifferente. Mi raccontano che in Alaska le api sono proporzionate ai grizzly e i pungiglioni non sono paragonabili a quelli dei bombi ronzanti sui prati delle Dolomiti. Gli occhi si perdono dappertutto concedendosi il diritto di sconfinare oltre ogni montagna, al di là del mare, del torrente, della foresta.

Avevo già sperimentato un senso di timore in occasione di escursioni precedenti, sola per ore dentro un minuscolo kayak mentre navigavo in un fiordo lungo una costa percorsa da grizzly. Il kayak poteva simulare una sorta di piccolo rifugio. Quando al tramonto faccio due passi, sono consapevole che gli orsi potrebbero spuntare da un momento all’altro fra le conifere della foresta. Non che possa succedere chissà cosa, ma devo abituarmi all’idea di essere “Loro e io “, nessun altro, nessuna barriera, nessun muro. La mancanza di ogni protezione ti da comunque la consapevolezza di sentirti in piena connessione con la natura. Non solo. Lo stato di lockdown naturale in cui mi trovo induce a una maggior attenzione verso ogni singolo particolare. Solo ora che i ricordi affiorano con prepotenza, avverto maggiormente una sorta di paura, che al campo era quasi inesistente, perché distratta da una natura incontaminata e severa.

Un set naturale, Shelter Creek – Lake Clark National Park, Alaska / © Chiara Baù

Un legame indissolubile

Prima di atterrare in questo paradiso, ho trascorso alcuni giorni in un campo di osservazione dove passo per passo la guida mi ha impartito le regole indispensabili per condividere il territorio con l’orso. Lo scenario principale è sempre il fiume. L’amministrazione del Parco provvede a rilasciare appositi permessi per la pesca, per cui lungo le rive dei torrenti l’orso si imbatte in una sorta di competitore, l’uomo, che chiaramente si attiva per portare a casa il bottino di salmoni. Secondo la concessione del Parco è consentito pescarne una minima quantità, rigorosamente maschi, proibite le femmine perché depongono le uova.

Poiché i pesci pescati attraggono gli orsi, è obbligatorio per ogni pescatore pulire da subito il bottino e riporlo in container frigo forniti direttamente dai ranger.

Conosco Abby, una guardiaparco che abita in una piccola baita di legno nascosta tra i pini. Strano veder comparire dal bosco, habitat di soli orsi, una signora corpulenta pronta a far rispettare le regole a due pescatori sopraggiunti da poco. Faccio subito amicizia. Probabilmente ha voglia di parlare con qualcuno, date le scarse occasioni di interagire con altri individui in un territorio così vasto. Ha un sorriso accattivante e la divisa da ufficiale del parco rende ancor più elegante il suo portamento. Mi racconta che nel tempo libero si diletta a dipingere con gli acquerelli, seduta sulla riva del torrente. Non voglio distrarla dal suo lavoro e la lascio andare a controllare i documenti dei due pescatori all’imbocco dell’estuario. L’acqua sembra friggere dalla quantità di salmoni che sfrecciano controcorrente mostrando a pelo d’acqua la pinna dorsale. Sto per assistere ad una situazione apparentemente irreale, che in Alaska rientra nelle normali condizioni locali. Un cartello inchiodato ad un albero elenca le regole da osservare in un territorio ad alta densità di orsi.

Il primo avvertimento: “BEARS LIVE HERE, GLI ORSI VIVONO QUI”. Segue una premessa dal tono intransigente: ”per evitare di creare stress agli orsi siate sempre visibili, non fate troppo rumore e restate in gruppo”, regole generali già note in zone abitate dai plantigradi. A seguire, la descrizione dei comportamenti obbligatori da osservare, che suonano come veri e propri comandamenti per chi si dedica alla pesca. Certo è l’orso il sovrano indiscusso del regno dei salmoni, ma in Alaska la pesca al salmone appartiene alla cultura degli abitanti.

Ancora nessun avvistamento di orsi, così termino di leggere con attenzione le avvertenze sul cartello indicatore. Ed ecco che inizia il divertente spettacolo orso vs salmone.

Attorno al termine splashing ruotano le norme comportamentali cui si deve attenere il pescatore. Una volta abboccato l’amo, il pesce viene recuperato con la lenza, mentre il corpo si dimena nell’acqua provocando una nebulosa serie di schizzi e rendendo l’acqua leggermente schiumosa. Tutto questo movimentato dimenarsi è racchiuso nel termine splashing.

Se l’orso si sta avvicinando e avverte l’attività frenetica del salmone nel tentativo di liberarsi dall’appiglio della lenza, il pescatore deve immediatamente abbandonare la presa, liberando il salmone o addirittura gettare la canna da pesca in acqua. Tutto questo per evitare di innervosirlo.

Se malauguratamente il salmone appeso alla lenza è già fuori dall’acqua, il pescatore è costretto a recidere il filo e cedere il salmone all’orso. Praticamente una partita già vinta in partenza dal plantigrado. Sorrido nel leggere queste regole comportamentali, ma un conto è leggere, un conto è osservare dal vivo ciò che avviene. La guida che mi accompagna mi distoglie dalla lettura. L’arrivo dei salmoni non fa perdere tempo agli orsi. Un grosso esemplare sta spuntando dal bosco. Lentamente vagabonda lungo la riva senza preoccuparsi minimamente della presenza dei due pescatori.

Una sorta di accordo silenzioso. L’orso sa che l’uomo in quel momento è un semplice spettatore delle sue prodezze. Dal canto suo, l’uomo sa che deve fermarsi e aspettare il corso naturale degli eventi. Il cartello parla chiaro. Si tratta di una zona molto critica per gli orsi. La loro sopravvivenza dipende soprattutto dalla quantità di salmoni che riusciranno a catturare. Niente e nessuno deve interferire. L’orso non deve essere stressato. Rimango come sempre basita dall’incredibile rispetto riservato a questo animale, a differenza di quanto accade in Italia dove tre orsi sono tuttora rinchiusi per futili motivi nel recinto del Casteller, in Trentino.

Precedenza all’orso, Silver Salmon Creek, Alaska / © Chiara Baù

I due pescatori si fermano all’istante. Recuperata la canna da pesca, indietreggiano leggermente per non ostacolare il percorso all’orso. Poi rimangono immobili. Non si fanno prendere dal panico, anzi, con noncuranza mostrano interesse per il cellulare, come se il passaggio dell’orso a un metro di distanza non li riguardasse. È sbalorditivo osservare un orso che vaga a pochi passi dal pescatore come se nulla fosse. Una condivisione esemplare. Ognuno conosce il proprio posto e il proprio ruolo.

Una convivenza possibile, Silver Salmoni Creek, Alaska / © Chiara Baù

Più avanti lungo l’ansa del torrente altri pescatori con un cane. In lontananza il garrito di un gabbiano intento a piombare avidamente sui resti di qualche salmone. Il cane abbaiando potrebbe farsi sentire, ma i padroni rispettano la sovranità dell’orso, per cui lo tengono tranquillo al guinzaglio e tutto si svolge secondo un previsto codice naturale. L’orso continua a scrutare il fiume percorrendo lentamente la riva. Sembra eseguire una sorta di ricognizione per studiare il punto migliore dove appostarsi a catturare i salmoni con maggior facilità, così spiega la guida. C’è un legame indissolubile tra orso e salmone. Un comportamento che vale comunque solo per le popolazioni di orsi che vivono nelle zone dove i salmoni risalgono i fiumi.

D’altro canto anche i salmoni sono degli abitudinari: tornano per il ciclo riproduttivo nel medesimo fiume dove sono nati, riconoscendo le stesse caratteristiche biochimiche dell’acqua. Il comportamento di una specie influisce fortemente quello dell’altra specie. Se i salmoni scegliessero a caso il fiume dove andare a riprodursi come farebbero gli orsi a capire su quale corso d’acqua radunarsi?

Nel nuovo campo tendato non c’è ombra di pescatori, anche perché l’accesso a questa zona remota è concesso solo a pochi escursionisti. Ora non resta che applicare le regole apprese, soprattutto quando toccherà a noi pescare per procurarci il cibo.

A poco metri dall’obiettivo, Shelter Creek, Alaska / © Chiara Baù

Vite estreme: il salmone e la piovra

 In questo paradiso non esistono armi. John, il ragazzo svizzero che si occupa del campo, ha in dotazione solo una bomboletta di spray al pepe. Il fiume davanti alle nostre tende è l’ennesima autostrada dei salmoni. La stessa energia che si percepisce nel loro percorso di risalita nel torrente, si avverte anche quando, una volta depositate le uova, i pesci rimangono inermi, morti lungo le rive, rilasciando un odore nauseante.

La loro morte naturale altro non è che il culmine di una potenza vitale inarrestabile che riduce allo sfinimento, tanta è l’energia impiegata per raggiungere la destinazione finale. Non lasciando il mare avrebbero continuato a sopravvivere. La natura sembra manifestare una vitalità eccessiva visto che spinge alla morte, eppure è un ciclo naturale, proporzionato e regolato da leggi a volte incomprensibili, ma che fanno parte della vita del mondo animale. È un processo che ricorda la stessa vitalità della piovra che dopo aver deposto da 50 a 400.000 uova e averle protette e difese con tutte le forze da possibili predatori fino al momento della schiusa, finisce col morire per sfinimento in mare.

In questo periodo, che varia di solito da 1 a 2 mesi, non si cura di nutrirsi, perdendo di conseguenza gran parte del suo peso e arrivando a morire dopo la schiusa. Rinuncia ad alimentarsi, pur di far la guardia al suo prezioso carico. Dopo la schiusa, le cellule del corpo della piovra vanno incontro a un suicidio programmato, che inizia dalle ghiandole ottiche fino a coinvolgere, man mano, i tessuti e gli organi interni. Anche in questo caso un impiego smisurato di energie per proteggere la progenie sfocia nella morte, che altro non è che una manifestazione di vita spinta al massimo. Importante la prosecuzione della specie, non dell’individuo.

Un lockdown in natura, questo, che porta a riflettere molto di più che sedentari sui libri in biblioteca.

Trascorro ore ad osservare, fotografare e divertirmi in compagnia di numerosi orsi. Ma sto perdendo di vista un altro abitante davvero interessante del mondo animale. Proseguendo sulle rive del torrente, mi spingo lentamente verso monte, lontano dal cimitero dei salmoni lungo le rive. Da giorni ho abbandonato gli stivali e mi diverto a immergere i piedi nel fango, ricalcando le orme dei grizzly. Mi allontano di poco, quanto basta per ritrovarmi completamente sola, senza orsi, ma all’improvviso in compagnia di un merlo acquaiolo.

Ognuno al suo posto

 Abituata ad ammirare dalla finestra a Milano i merli neri che con ingordigia si tuffano sui cachi maturi, rimango sorpresa nell’osservare esemplari della stessa famiglia intenti a volare sott’acqua invece che tra i rami degli alberi da frutto. È impensabile che un uccello come il merlo abbia sviluppato con la complicità del torrente un modo di caccia originale, adattato perfettamente all’ambiente acquatico.

Alla ricerca del merlo acquaiolo, Alaska / © Chiara Baù

Il fondale del torrente non è solo il luogo di passaggio dei famosi salmoni. C’è posto anche per il merlo acquaiolo (cinclus mexaicanus, famiglia dei cinclidi), un gomitolo di piume non più pesante di pochi grammi. Lo vedo affiorare dall’acqua. Com’è possibile che un piccolo pugno di piume possa sopravvivere in acque tanto fredde oltre che turbolente? Ha un aspetto rotondo e compatto, il piumaggio marrone con un’appariscente macchia bianca sul petto e una stretta fascia rossastra intercalante i due colori. Apparentemente non presenta caratteristiche particolari che giustifichino una predisposizione all’ambiente acquatico. Non possiede né zampe palmate adatte al nuoto né ali corte e robuste per immergersi sott’acqua come i pinguini. Tuttavia sono numerosi gli accorgimenti che lo rendono adatto a sopravvivere in queste zone. Questa specie, come la maggior parte degli uccelli, possiede una ghiandola cosiddetta dell’uropigio che emette sotto la coda un secreto oleoso che gli uccelli si spalmano sul piumaggio con effetto impermeabilizzante. Nel merlo acquaiolo questa ghiandola è di notevoli dimensioni. Per combattere il freddo il merlo si cosparge continuamente di uno strato oleoso protettivo che impedisce all’acqua di oltrepassare il piumaggio, particolarmente ricco e fornito di un secondo strato di piume sotto il piumaggio principale, altrettanto fitto e compatto.

Merlo acquaiolo / © Vittorio Longoni

Le zampe esposte in continuazione all’acqua non sono particolarmente irrorate, il che consente al calore di non sfuggire facilmente dal corpo. Ma ciò che più sorprende sono i voli che il merlo acquaiolo compie sott’acqua. Intanto le ossa sono ripiene di midollo, dal peso specifico abbastanza elevato, mentre nella gran parte degli uccelli sono cave, il che gli consente di volare senza troppi sforzi. Il volo è basso e rapido con le ali che battono a tale velocità da risultare invisibili alla vista. Quando si tuffa nell’acqua, le narici, grazie ad una particolare membrana, si chiudono impedendo all’acqua di penetrare.

Anche l’occhio è evoluto e adatto all’ambiente acquatico perché il cristallino, la lente che mette a fuoco le immagini, può essere modificato da potenti muscoli, adattandosi al diverso potere di rifrazione dell’acqua. Inoltre le palpebre trasparenti proteggono il delicato organo dell’occhio dalla corrente e dai corpi estranei. Le zampe sono inoltre dotate di forti unghie che gli consentono di restare aggrappato al fondo del fiume, alla ricerca di prede. La fatica impiegata per rimanere sott’acqua risulterebbe eccessiva per un uccello di così piccole dimensioni. Ed ecco il più straordinario dei segreti del merlo acquaiolo. Durante l’immersione mantiene le ali leggermente aperte, e non chiuse come ci si aspetterebbe. Le ali allargate, compresse dalla forte corrente dell’acqua, funzionano come gli alettoni di una macchina di F1 colpiti dal vento e spingono il corpo dell’uccellino verso il basso: una sorta di volo stazionario sott’acqua.

Con le ali semiaperte il merlo acquaiolo passeggia letteralmente sul fondo del torrente alla ricerca di cibo, senza sprecare troppa fatica e perfettamente a suo agio. Al momento di risalire dal fondo, non fa altro che variare l’inclinazione delle ali, emergendo come un tappo di sughero.

La sua dieta include larve e pupe di insetti, vermetti e anche vegetali. Un tuffatore infaticabile, ma non solo, un animale tanto sensibile all’inquinamento da spingere alcuni ricercatori a proporne l’impiego quale indicatore di qualità dell’acqua dei torrenti. In effetti l’intorbidimento dei fiumi porta a una diminuzione delle prede e quindi di cibo per il merlo acquaiolo. Fortuna vuole che nei torrenti alaskiani l’unico intorbidimento sia causato dagli orsi che nella foga di pescare i salmoni scuotono con tale irruenza il fondo del torrente da offuscare il terreno di caccia del povero merlo.

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