Se abbiamo sbagliato economia…


Quando studiavo politica, in quel periodo della vita in cui serve una bussola, ero soprattutto interessata a trovare tra la moltitudine di formule economiche sperimentate dai governi, quella scientifica ovvero quella che replicata e applicata in qualsiasi condizione sociale garantisse la crescita. (Spero di non parlare troppo difficile e non sembrare una giornalista italiana noiosa che ripete notizie politiche noiose di un quotidiano bla, bla, bla..  Per seria che possa sembrare  la riflessione serve per chiarire certe situazioni nebulose odierne).

La teoria economica rigorosa doveva esistere per forza di cose con tutte le menti matematiche e scientifiche da nobel che si erano applicate per trovarla…

Torniamo all’inizio per un momento, e rivisitiamo una delle teorie che hanno incoronato Adam Smith, filosofo e economista scozzese,  fondatore dell’economia moderna con una delle teorie più famose alla base del capitalismo, quella del ‘Free Market’ (mercato libero). Secondo Smith la domanda e l’offerta dei beni di consumo hanno la capacità di autoregolamentarsi spingendo l’economia non solo verso la crescita ma verso la piena occupazione. Nella metà del Settecento imperava il ‘mercantilismo’, descrizione di un protezionismo ossessivo da parte di ogni ceto che operava nel commercio, dallo Stato che custodiva gelosamente le sue riserve di oro e argento nelle casseforti fino alle industrie, ai commercianti, agli artigiani che ricorrevano alla legge per proteggere i loro guadagni dai concorrenti esterni. Adam Smith smonta le diffidenze con un trattato The Wealth of the Nations, auspicando i governi ad avere fiducia nella liberalizzazione degli scambi perché non solo hanno la capacità di creare un ritorno economico, ma sono socialmente stabilizzanti. Infatti, abbattere le tariffe e aprire le frontiere al commercio hanno l’effetto di creare relazioni interdipendenti tra paesi ed evitare i conflitti.

Due guerre mondiali dopo, tirando le somme, si può obiettare che applicare gli effetti auto-regolanti e riparanti ispirati ai meccanismi naturali o addirittura al corpo umano, all’economia, come se le due scienze si potessero equiparate, è stato un calcolo azzardato. Il libero mercato è semplicemente sfociato in un capitalismo senza regole.

Salto in avanti, era moderna con un altro padre dell’economia: John Maynard Keynes, economista inglese testimone della Grande depressione americana e mondiale del 1929. Corregge la teoria prevalente obiettando che non sono i mercati ma i governi, attraverso le loro politiche, ad apportare gli ‘aggiustamenti’ necessari per fare ripartire l’economia. Per ottenere la ripresa, infatti, devono aumentare la crescita attraverso la domanda di beni di consumo, ovvero quella domanda che poi sarebbe diventata nota negativamente come ‘consumismo’.

© Vittoria Amati, California

 

Ecco, ho dovuto fare un passo indietro tedioso per ricordare come siamo finiti in un mare di plastica e di rifiuti: l’ossessione dell’economia di farci consumare perché senza consumo non c’è né occupazione, né industrie, né stabilità dei prezzi; senza occupazione e industrie non c’è liquidità, senza liquidità torniamo in una grande depressione economica dalla quale ne usciamo di nuovo solo ‘consumando’. E non solo dobbiamo consumare plastica e tutto l’inferno di oggetti che produce l’industria moderna ma dobbiamo creare infrastrutture, spendere in armamenti, aumentare il debito pubblico. Perché la domanda non è solo trainata dal consumatore ma anche dalle imprese e dai governi: tutti devono spendere. Keynes, infatti, si riferiva alla ‘domanda’ come ‘domanda aggregata’

L’Italia ha un debito pubblico di € 2.345,3 miliardi che è il secondo più profondo in Europa dopo la Grecia, e il quarto più profondo nel mondo. Già le cifre potrebbero istillare il dubbio che questa economia, per come é stata concepita, abbia poco di scientifico.

Eppure a Keynes e agli economisti delle decadi successive, con una mancanza d’immaginazione questa sì da Nobel, non è mai venuto in mente che il pianeta potesse diventare appesantito, sporcato, soffocato dagli scarti di 1 milione di bottiglie di plastica al minuto, 22 miliardi all’anno di cui solo il 5% riciclabile; da 44.7 milioni di tonnellate di e-scarti (elettronici e elettrici); da 2.01 miliardi di tonnellate di rifiuti cittadini di cui solo il 33% riciclato in modo sicuro; da 1.3 miliardi di tonnellate di cibo buttato di cui il 35% è pesce (questo dato mi deprime immensamente). Se queste cifre non vi stupiscono e non vi fanno bollire il sangue, nessun problema, la maggior parte della gente é spinta, dalla pressione mediatica e politica, in un coma indotto per indebolire ogni volontà di reazione. Queste cifre sono sunti per brevità di spazio, la verità dietro ai numeri dello spreco é più colossale di quanto ho scritto.

L’Eureka gridato da Keynes quando ha semplicisticamente proposto la scorciatoia del maggior consumo risuona sinistro anche solo leggendo i dati dell’industria della moda: secondo inquinatore dopo il petrolio con il 10 % delle emissioni di gas serra nell’atmosfera; più di 70 milioni di alberi abbattuti ogni anno per essere trasformati in materiali come il rayon, la viscosa, il modal e il lyocell; 253 tonnellate di tessile sprecato, ad esempio, nelle discariche di Hong Kong ogni anno.

Bisognerebbe passare gli eminenti economisti alle armi e staccargli le stellette appuntate sul petto, depennarli dalla lista della ‘most important person of the century’ del TIME, ed acquistargli un biglietto su un treno merci aperto verso un gulag siberiano ad imparare per punizione la scienza vera, quella che insegna ciò che l’ambiente può o non può naturalmente riciclare e assimilare prima che le strade cittadine, i parchi, i lati delle autostrade, le spiagge, i laghi, il mare, diventino una discarica a cielo aperto per tutti. Ma avevano un’idea dell’ambiente nel 1930? La terra era sporca,  il consumatore si sarebbe a poco a poco ‘ritirato’ a vivere in un ambiente igienico nuovo, prodotto dall’industria.

La cosa positiva, l’unica, da attribuire all’invasione della plastica e dei rifiuti, è di averci dimostrato che il pianeta non li digerisce, li rigetta, e ne deriva per logica che i criteri stessi dell’economia che l’ha prodotta sono da rigettare, perché incompleti. Nell’equazione sono confluiti solo dati artificiali (Economia + Politica + Sviluppo Sociale) dove lo sviluppo sociale s’intendeva, appunto, ristretto e destinato all’enclave urbana. 

Il fallimento della teoria, però, non sta solo nella previsione del consumo esponenziale.

Le aziende e le multinazionali pretendono dai governi ( lo leggiamo sui giornali perché questo sì filtra sulla stampa) delle defiscalizzazioni illegali con il ricatto di garantire l’occupazione, ed é evidente che il loro trend, per abbattere i costi è, invece, la trasformazione dei contratti di lavoro in un precariato umiliante e l’investimento nella tecnologia per sostituire l’umano con la meccanizzazione e i robot. Entro il 2030 i robot potrebbero sostituirsi a 20 milioni di operai. Anche il miraggio della piena occupazione era, ed è, una promessa non mantenuta. 

Portando, oltretutto, il clima sul baratro di una crisi di nervi.

Ridurre il consumo è un lavoro. Un lavoro che alla lunga, però, può cambiare la vita per il meglio. Forse. Se si sopravvive alla pressione di sentirsi isolato come un sovversivo di un’economia inesistente, un carbonaro, una persona migliore che va controcorrente. Ma come sono tre anni che non cambi il telefono? Stesse trainers dell’anno scorso, eh.. ma buttalo quel piumino tagliato male, é fuori moda …!  E questi sono esempi tra i meno inquietanti..

Essere seri, coerenti, implica molti più sacrifici ma ognuno farà la sua parte con i propri tempi secondo la propria disponibilità. C’è da liberarsi da una ragnatela appiccicosa di pressioni e abitudini, lunga un secolo. Siamo la prima generazione a voler cambiare ma siamo senza un programma, una direzione, una blueprint. Dobbiamo inventare la soluzione al problema man mano che vogliamo eliminare anche un solo oggetto in plastica.

Con un governo complice delle aziende che si comporta un poco come si comporta il governo cinese con una minoranza musulmana, gli Uighur, di Xinjiang una regione sperduta nel nord, alla quale hanno tolto il diritto alla loro cultura e tradizione, perseguitata per presunzione di terrorismo che ancora non ha commesso e che forse non ha mai avuto intenzione di commettere. Il governo cinese, in via preventiva, ha rinchiuso un paio di milioni di cittadini in campi di ‘riabilitazione’ dove le tradizioni ancestrali vengono smantellate e sostituite con l’indottrinamento e fedeltà al partito comunista Cinese.

Il brano di una lettera filtrata all’esterno, : ‘.. ho pianto lacrime di gioia quando ho saputo che non sarei stato punito con il carcere per il crimine di avere imparato a pregare da mio padre quando avevo 15, nel 1987..’ ‘Riceverò invece una formazione da colti insegnanti e dalla brava polizia che sta con i detenuti giorno e notte, e che impartisce lezioni nella lingua nazionale (il mandarino) e la legge.’

Così siamo noi nell’era del consumo. Abbiamo vergogna di essere chi siamo, di reclamare la nostra personalità diversa dagli altri, di ribellarci, di ritrovare dentro di noi le radici e i legami ancestrali istintivi con la natura; abbiamo abiurato  religione e Dio nonostante a lui spetti la proprietà intellettuale della creazione che ci sfama senza contratto, ideologia o teoria, e arricchito con le sue risorse senza discriminare il nostro ceto, senza promesse non mantenute.

Possiamo asfissiare nei beni materiali ma la felicità, sotto sotto, é sempre un passo più lontana, irraggiungibile. E non avrei scritto tutto quanto sopra se non sapessi che ognuno di noi cerca la strada per la libertà. Ci possono confondere, farci perdere di vista momentaneamente le aspettative più profonde ma alla fine siamo tutti come il tuffatore che non vede l’ora di riemergere dal buio del fondo per vedere la luce del sole e prendere una boccata d’ossigeno che é vita.

“Dobbiamo comprendere le ragioni del disagio e delle insicurezze e offrire risposte adeguate, intervenendo, con urgenza, per invertire il progressivo processo di esclusione di fasce sempre più ampie della popolazione che si attendono dai politici visione e risposte concrete, in una prospettiva decisamente orientata alla crescita e all’inclusione.” (…)  ” Passando alla manovra economica, ho letto con attenzione la lettera del Ministro…, ieri pubblicata…, con la quale mi sollecita l’apertura di un confronto tra Governo e parti sociali sulle norme necessarie a rilanciare il nostro sistema economico e sociale.” (Giuseppe Conte al Corriere 18/7/19

Se rientrate in quel gruppo di cittadini che ancora crede che gli uomini al governo abbiano una pallida idea scientifica di dove vi stiano conducendo allora continuate tranquilli ad aspettare la prossima manovra economica. Quando leggo certi programmi, e giuro qualcuno mi ha messo questo articolo in borsa pensando che lo dovessi assolutamente leggere tanto era importante, io sorrido. Mi sono distanziata dalla nebulosa il giorno che ho posato la penna sul foglio del mio ultimo esame, e non sono più rientrata dentro al muro di bugie, mistificazioni volute e ignoranza una sola volta, neanche per sbaglio.

FB post di Simonetta L. (che non conosco ma che rispecchia un certo sentimento comune)… ‘Si fa x abitudine ma i tempi sono così senza sogni che è difficile vedere brillare qualcosa, sembra tutto falso.’

 

 

Una nuova direzione


Spetses, Grecia © Vittoria Amati

Quando prendete una decisione qual è la vostra scaletta? Ad esempio sapere che le spiagge di isole lontane nel pacifico o nell’indiano sulle quali abbiamo sognato di affondare i piedi nudi nel viaggio di una vita adesso sono diventate argini alla plastica sospinta dalle onde, che reazione vi stimola? Arrabbiata, furente, apatica, risoluta?

Forse la prima volta scrollate le spalle, la notizia è esagerata. La seconda, volete controllare la fonte perché non vi fidate del criterio dello scienziato. La terza, pensate che sia un problema locale, sporcano loro perché non hanno inceneritori. La quarta, è un concentrato delle solite scuse che avete sempre usato per evitare di affrontare i grandi problemi: devo lavorare, non ho tempo, devo portare i bambini al calcio, tanto il mio angolo di spiaggia in Puglia è pulito, non ho vita sociale pensa te se adesso posso perdere tempo dietro il problema della plastica, ma gli enti e i governi che cosa fanno?

Ma quando per l’ennesima volta leggete la stessa notizia che nel frattempo (le scuse vi hanno fatto guadagnare già qualche anno) è diventata di portata catastrofica e i rapporti ONU e di varie Università del Pianeta lo confermano, quale altra scusa potete trovare?

Semplicissimo, niente più scuse? La notizia non esiste.

Perché se la notizia fosse vera, se veramente stessimo distruggendo il meglio che la natura ha da offrirci dopo avere faticato miliardi di anni per crearla, dovremmo aprire gli occhi sulla realtà e decidere cosa fare per cambiare il nostro stile di vita.

Scrivo per dirti che non sei l’unico a volere cambiare il tuo stile di vita e non sapere da dove cominciare. Ero rimasta anch’io al bivio e senza scuse. Di più. Ero rimasta addolorata. Ho un taccuino che si chiama TRAVEL & SEA NOTES sul quale per anni ho ricopiato (perdendo tempo) tutte le migliori destinazioni subacquee nel mondo. Le ho prese dalle interviste di altri fotografi, riviste di subacquea, consigli di amici fotografi e subacquei.

Maldive © Vittoria Amati

Adesso lo guardo e mi fa pena perché rimane chiuso, sigillando tutti i miei sogni di avventura. Ho visto il mare vergine delle Maldive nel 1978, aperto al turismo solo da pochi anni. Sulla spiaggia giocavo con i bambini, raccoglievo conchiglie straordinarie e osservavo i piccoli di squalo che nuotavano vicino alla riva. Sulla sabbia c’erano alghe, pezzi di coralli rotti e conchiglie. Oggi su un’isola dove sono spiaggiate flip-flop, pettini senza denti, bambole calve con le orbite vuote, spazzolini per i denti, cannucce e bottiglie di coca-cola, non ci affondo i piedi, non parto. Quando trovi sulla spiaggia lo scheletro o un pezzo di ‘cosa marina’ fai un salto ma riesci a relazionarlo a qualcosa che è vissuto, istintivamente rimanda a qualcosa di noto che appartiene alla catena alimentare, ma quando incontri un pezzo di plastica, questa ti rimanda a un futuro alieno senza coordinate.

La plastica ci sta destinando a una paralisi dei cinque sensi, costringe a non annusare, non sentire, non toccare, non assaporare, non vedere. Ci spinge con le spalle al muro in una dimensione dove tutti i ricordi dei profumi della natura scompaiono; è pretendere che il profumo del Natale sia un albero di plastica con la neve sintetica invece di un abete che trasuda essenza di resina e foresta, dagli aghi.

Ma perché si parte? Forse per trovare un posto più lindo e silenzioso di casa propria, dove svuotarci dai pensieri mondani e ricevere dal vento che spira dal mare quelle intuizioni che ci spingono nella direzione esistenziale giusta.

Lo hanno chiamato ‘Nature Deficit Disorder’, descrive il malessere che colpisce i giovani che vivono nei centri urbani che risparmia, invece, i loro coetanei in campagna. Ma neanche gli adulti sono adattati meglio a vivere nelle grandi città: manca la brezza eloquente, il cielo è appannato, le strade crescono muffa e batteri all’ombra dei grattacieli. Il fatto che l’acqua dei fiumi e dei laghi in Europa dove arrivano gli scarichi testino positivi alla cocaina, alle anfetamine, all’estasi, alla ketamina tanto da rendere le anguille iperattive e i gamberetti cocainomani, dovrebbe fornire la prova eloquente che questa meravigliosa vita in mezzo alla plastica è così artificiale che serve la droga per mandarla giù. Ma questo non è il problema.

Il problema è come uscire dal cerchio di fuoco delle abitudini e dei condizionamenti. Il sistema è forte e determinato: usa la pigrizia dei consumatori per trasformarli in clienti perpetui. Opera un incantesimo.

Bisogna trovare molta forza interiore per rompere il cerchio e puntare alla libertà e alla felicità a cui abbiamo diritto. Decidere oggi di ridurre l’uso della plastica dal nostro quotidiano, però, va oltre le gratificazioni: è un imperativo morale.

Il consumo della plastica segna il momento in cui siamo diventati dipendenti dagli oggetti prodotti dall’Industria invece che dagli artigiani e dalle nostre mani, è il confine dove si arresta l’espansione dell’Antropocentrismo avendo imboccato la direzione di sviluppo sbagliata che ci ha rivomitato addosso, tutto quello che non è riuscita a digerire.

Non c’è niente di più deprimente, decadente e grottesco di un oggetto di plastica che ha perso il suo padrone e la sua funzionalità.

La mentalità usa e getta è tramontata, fallita, responsabile di un danno alla salute umana e all’ambiente incalcolabile.

Richard Thompson dell’Università di Plymouth è lo scienziato che ha coniato per la prima volta il termine ‘microplastica’ quei frammenti infinitesimali, fino a cinque millimetri, che si staccano dalla plastica in degenerazione o che come microsfere, fino a un millimetro, sono ingredienti inclusi dalle industrie nei prodotti di bellezza e cosmesi. Altro campione di microplastica è quella che si stacca dalle fibre sintetiche dei tessuti che laviamo in lavatrice e, espulsa verso il mare, filtrata e digerita dagli organismi marini entra nella catena alimentare su, su, fino a saturare il pesce che consumiamo.

Ma l’abilità della microplastica di viaggiare è ancora molto più sinistra, come ha registrato la scienziata Stephanie Wright con la sua apparecchiatura sul tetto del King’s College di Londra durante un esperimento dove ha potuto calcolare che il numero di particelle che si depositano sulla superficie al Mq² al giorno sono circa 700, per un totale di 2 miliardi di particelle ogni 2.5 Km² ( 1 square mile) sulla città.

Se le particelle che ingeriamo attraverso la catena alimentare sono preoccupanti per la nostra salute, ancora più preoccupanti sono quelle che si depositano nel nostro piatto cadendo dall’atmosfera che ci circonda. Ma come finisce la microplastica nell’aria? Al microscopio hanno scoperto essere in massima parte filamenti acrilici e di poliestere, e qui i colpevoli sono nuovamente i capi sintetici che indossiamo. Una persona comune ingerisce e inala in media 120,000 particelle di microplastica all’anno, rendendola soggetta a contrarre, prima di tutto, una gamma di malattie che interessano le vie respiratorie e poi probabilmente le stesse disfunzioni che gli scienziati hanno notato nei pesci contaminati.

La produzione di massa di plastica è iniziata negli 40’ e si è diffusa velocemente tra le popolazioni più destituite grazie al loro bassissimo prezzo. Forse è questa la ragione, voi penserete, che oggi molti dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo si ritrovano inquinati da tonnellate di plastica.

Il 10 maggio scorso a Ginevra alla fine di una convenzione sponsorizzata dalle Nazioni Unite, è stato siglato da 186 nazioni con l’esclusione degli Stati Uniti un accordo per il controllo del traffico dei rifiuti tossici, di plastica, e dei prodotti chimici pericolosi.

Prima di tale accordo qualsiasi paese poteva esportare e scaricare presso società private di smaltimento un misto di rifiuti non-riciclabili senza l’approvazione del governo di quel paese. Da quando la Cina ha chiuso le sue frontiere al riciclo di rifiuti dagli Stati Uniti, gli osservatori internazionali tra i quali GAIA (Global Alliance for Incinerator Alternatives) uno degli sponsor della Convenzione ha notato un aumento di accumulo di rifiuti, nell’ultimo anno, ai confini di villaggi dell’Indonesia, Tailandia e Malesia.

La maggior parte dei rifiuti proviene dalle economie del Primo Mondo perché possono smaltire con la tecnologia attuale, nei migliori dei casi, solo una percentuale di materiale ‘pulito’, non contaminato. A maggio scorso la Malesia ha deciso di rispedire ai mittenti i 60 contenitori con 3000 tonnellate di rifiuti proveniente dagli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Arabia Saudita e Canada. Quello che, ad esempio, i cittadini inglesi hanno creduto fosse riciclato in patria è in verità trafficato illecitamente molto distante da loro attraverso canali non governativi che fino all’approvazione della Convenzione si prestavano a farlo per loro.

Smaltire è una parola fuorviante: hanno piuttosto depositato la nostra spazzatura indistruttibile accanto alla porta di una generazione di famiglie asiatiche che non consumano ai nostri livelli occupando i loro spazi. Ed è sufficiente un monsone stagionale di quelli forti come li confeziona adesso il cambiamento climatico per fare scivolare tutto verso il mare.

Thailandia, dentro una discarica © Vittoria Amati

Si è parlato molto della bontà degli inceneritori, soprattutto del modello svedese, come una soluzione al problema. Approfondendo il tema si scopre che gli svedesi hanno cominciato a collegare la città all’inceneritore in quello che viene chiamato ‘district heating’ già dagli anni 50’. L’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti offre riscaldamento ed energia elettrica alle case collegate mentre il metano prodotto dai rifiuti organici muove i bus cittadini, la flotta di camion della spazzatura e i taxi.

Quattro tonnellate di rifiuti sprigionano l’energia equivalente a 1 tonnellata di petrolio, a 1.6 tonnellate di carbone e 5 tonnellate di legna. Soluzione trovata?

Qui si apre uno scenario matematico complesso quando si calcolano le emissioni prodotte. Cosa conviene di più? Se gli svedesi dovessero importare il carbone o il petrolio per scaldare il paese d’inverno dovrebbero calcolare anche le emissioni prodotte durante il trasporto delle materie. In un certo senso bruciare localmente conviene ma solo se l’energia viene spesa e non riemessa nell’atmosfera. Questo discorso dell’inceneritore, quindi, è applicabile solo in quei paesi a climi freddi o molto organizzati (il Giappone è un altro di questi) dove viene tenuto sotto controllo anche quel 4% di gas di scarico composto da metalli pesanti e tossine che gli svedesi smaltiscono sotterrandolo nelle miniere di calce in Norvegia.

Ma a prescindere dalla tecnologia di smaltimento quello che serve implementare è la tecnologia per riciclare la più alta percentuale di rifiuti puntando sulla mutua collaborazione tra governo e cittadini. E in questo caso la Svezia è di nuovo virtuosa con 1.6 tonnellate di rifiuti riciclati nel 2015.

E veniamo a Roma. Sarete ormai familiari con le immagini postate sui social dai romani dei marciapiedi dei loro quartieri sommersi dai rifiuti indecenti e maleodoranti? E’ un disagio senza soluzione che sta andando avanti da qualche anno.

Meno di un mese fa sono entrata nella farmacia accanto al mio ufficio a Roma. Mentre pago per la scatola di medicine dico alla farmacista ‘grazie ma niente plastica’. Era pronta a ripetere quel gesto meccanicamente coma fa da anni, da quando ha aperto la farmacia. Allora sento di dover perdere almeno cinque minuti di tempo per spiegarle che sono sorpresa dal fatto che ancora in farmacia si diano via i piccoli sacchetti di plastica dove entra solo una confezione di medicine. Mono uso in flagrante. Le dico che in Inghilterra le persone la metterebbero semplicemente in borsa. Lei mi guarda stupita, scrolla la testa e mi dice – ‘ah qui è una cosa impensabile da chiedere e da fare” – e con questa risposta ho capito la farmacista più di quanto avrei potuto se l’avessi conosciuta da anni.

Non le ho chiesto di leggere un report delle Nazioni Unite sull’inquinamento del mare, le basterebbe connettere il cervello quando gira l’angolo e lo trova ostruito dalla montagna d’immondizia che fuoriesce dai cassonetti.

Nello stesso momento in cui Roma langue nell’inerzia, l’aeroporto di San Francisco, Stati Uniti vieta, a partire dal prossimo 20 agosto, la vendita delle bottiglie d’acqua in plastica mono uso. E la ragione per la decisione è che oggi é possibile considerato che ci sono alternative che in passato non esistevano.

Quel che definisce oggi una persona a prescindere dal suo orientamento politico, religioso, di casta o economico è un semplice fattore: usa ancora la plastica o ha ridotto il suo consumo. Tutto il suo carattere, la sua intelligenza, la sua determinazione è in questa scelta.

Possiamo dire ad esempio che una persona che usa ancora la plastica è una persona che non ama il mare, non ha mai visto un deserto o un argine di fiume sporcato da brandelli di buste di plastica, è superficiale e non approfondisce le notizie, è ottuso e vive ristretto nel suo piccolo spazio, non crede nel potere del cambiamento, non ama il suo prossimo, non ragiona con la sua testa. E’ una persona, in breve, tarda e cieca come la farmacista di Via Baccarini a Roma.

Il cambiamento é sensoriale (3)


Conferenza di Solvay, 1927

Nel passato due fisici di grande spessore si trovarono contrapposti davanti all’interpretazione della natura della realtà.

La premessa sembra alquanto complessa ma le speculazioni fantascientifiche, in fin dei conti, ‘sono il mezzo per trovare nuove strade di sopravvivenza usate da quei ragazzi che sognano ad occhi aperti’ nota acutamente Ray Bradbury.

Nei due post precedenti ho buttato lì, suggerito, che i nostri sensi potrebbero racchiudere un potenziale ancora sottovalutato rispetto alla ragione.

Ho anche premesso che avrei introdotto uno scrittore per aiutarmi nell’impresa considerato che ricongiungere filosofia/religione con la fisica è un lavoro che Frijof Capra ha svolto eccezionalmente bene nel suo Tao della Fisica.

Mentre la fisica mette a disagio con le sue astrazioni e vivisezioni del nucleo, la religione in qualche modo ci ricorda le stesse astrazioni che abbiamo assimilato da ragazzi, che sono entrate a far parte del nostro quotidiano perché l’accettazione per fede, imposta dagli insegnanti, ci ha fatto arrendere davanti all’assenza di logica. Questo è il pregio del libro di Capra. Spiega la fisica facendo leva sui misteri che ci sono familiari.

Einstein e Bohr, nella prima metà del novecento hanno indagato così a fondo la realtà dell’energia e della materia da riemergere con delle risposte mai smentite, tuttora valide.

Ma quale era il pomo della discordia?

Per Einstein le forze che tengono unito l’Universo sono frutto della fantasia di un Dio ordinato, razionale, deterministico che detesta lasciare le cose al caso: se di una particella o pianeta, ad esempio, si conosce posizione e velocità in un certo frammento di tempo, in teoria, si può dedurre posizione e velocità in qualsiasi altro momento. E’ un Universo prevedibile che lavora come un orologio svizzero.

Bohr ribatte che il Dio deterministico ha infuso di prevedibilità la realtà solo in superficie. Nell’Universo del quantum (a livello sub atomico) invece, c’è un caos apparente, una realtà degli elettroni fluida nel tempo e nello spazio che esiste solo nel momento in cui un osservatore entra in campo e la osserva. Se si trova la posizione di una particella é impossibile dedurre la velocità, o l’inverso, se si conosce la velocità é impossibile dedurre la posizione. La transizione della realtà da potenziale a reale avviene solo nel momento in cui un soggetto osserva quella realtà. Una realtà subatomica indipendente da quella osservata non esiste. Se ne potrebbe dedurre che un mondo unico, razionale, soggetto alle stesse regole per tutti, non esiste: esiste quello che l’osservatore ‘crea’. E cioè che ognuno di noi, in teoria, é artefice della propria esistenza, del proprio mondo, a seconda di quello che decide di osservare.

Bohr disse ‘Anyone who is not schocked by Quantum Theory has not understood it’ ( chiunque non sia rimasto spaventato dalla Teoria del Quantum non l’ha capita).

Einstein dal 1925 fino alla sua morte, cercò di provare che la dimensione quantistica è solo un fenomeno e non la spiegazione finale della natura della realtà, ma la grande teoria rimase incompiuta.

Cosa c’è di così sconcertante nella fisica quantistica? Il fatto che sfugge alla nostra comprensione. Il cervello non riesce a trovare paragoni logici per spiegare il comportamento dell’energia all’interno dell’atomo.

Ed ecco che Capra, per niente scoraggiato dal muro che il quantum ha alzato tra noi e la realtà, tenta di spiegare questa realtà sfuggente attraverso ciò che le religioni antiche raccontano.

Quella buddista, ad esempio, esorta ad ‘andare aldilà del mondo degli opposti e delle distinzioni intellettuali per raggiungere l’impensabile, dove la realtà si manifesta come essenza assoluta indivisa e indifferenziata’. ‘Noi dividiamo il mondo che percepiamo in cose separate e distinte e cerchiamo quindi di racchiudere le forme fluide della realtà in categorie fisse create dalla mente’.(dal Tao della Fisica)

In questa dimensione, al di là degli opposti, ci aspetta una realtà non verbale della realtà. Da migliaia di anni lo hanno professato le dottrine orientali più antiche, molto prima cioè che Planck nel 1900 scoprisse i ‘quanti di luce’ o fotoni, poi approfonditi da Bohr, Einstein e Heisenberg.

Borderless Team Lab, Tokyo

Frijof Capra ha detto che la ‘scienza non ha bisogno del misticismo e il misticismo non ha bisogno della scienza. Ma l’uomo ha bisogno di entrambe’.

Nel mondo degli opposti la nostra mente si frammenta. Una parte del cervello insegue la verità a destra, un’altra parte la insegue a sinistra finché dopo confronti e antagonismi supera l’opposto e si riconcilia, per poi scindersi di nuovo al primo nuovo ostacolo. Una ruota senza fine. Comandata dal cervello. E se tentiamo di uscirne dobbiamo ricorrere alle droghe e l’alcol per soffocare la dialettica rumorosa del cervello.

Nella realtà misteriosa, non verbale che ci connette con il tutto abbiamo bisogno di un organo diverso, più sofisticato che ci faccia da ponte.

Il cuore non è solo una pompa attivata da un muscolo involontario, dicono oggi gli scienziati. E’ in grado di attivare un campo elettromagnetico superiore fino a 50 volte in ampiezza e 5000 volte in intensità a quello prodotto dal cervello. Inoltre è capace di inviare messaggi al cervello che questo non solo riconosce, ma asseconda.

La frontiera scientifica dello studio del cuore come super organo è all’alba, eppure non credo che gli scienziati potranno insegnarci molto di più sul comportamento testardo, coraggioso, intuitivo del nostro organo. Siamo alle prese con la parte più difficile ma anche più straordinaria di noi, grazie al cuore, tutti i giorni. Quando il gioco si fa duro qualcuno ha mai buttato oltre l’ostacolo il cervello?

 

Borderless Team Lab, Tokyo

A Tokyo hanno aperto un ambiente dedicato al sensoriale. E’ un’esperienza che avvicina alla scoperta di una dimensione dove vedere e sentire soppianta la comunicazione verbale.

https://borderless.teamlab.art/?fbclid=IwAR1aebZ575gk1tTa6-0wM1ps2rEJXnVIP6cdh89oi1OKyDGrE64x63Lg73I 

Il cambiamento é sensoriale (2)


© Vittoria Amati

 

Mi riallaccio al post precedente concluso parlando del polpo.

Perché parlarne? L’idea di approfondire la biologia e la personalità del polpo è venuta a Peter Godfrey-Smith, un professore di storia e filosofia della scienza all’Università di Sidney, lo ha fatto scrivendo un libro OTHER MINDS (pubblicato in GB nel 2018). Titolo che incuriosisce, no? Soprattutto quando il sottotitolo è il polpo e l’evoluzione della vita intelligente. Secondo l’autore, l’animale, è ciò che somiglia di più a un incontro con un alieno intelligente.

Quando l’ho letto stavo, appunto, riflettendo sulla realtà delle sensazioni che salgono dal nostro corpo. Sono vere? Vere come le immagini di piacere che creiamo e filtriamo attraverso il cervello, o sono ancora più vere? A volte esiste una strana sincronicità con l’arrivo di un libro nella nostra vita.

La premessa centrale è questa: William James (filosofo americano), alla fine del diciannovesimo secolo, voleva capire come la coscienza (intesa come percezione) avesse cominciato a permeare l’Universo, voleva capire la relazione tra mente e materia. La coscienza non irrompe nell’Universo pienamente formata, osserva JamesGodfrey-Smith fa sua la stessa domanda e tesse la risposta prendendo poi, come esempio centrale, l’evoluzione del polpo, cefalopode d’intelligenza molto sviluppata.

A quale punto dell’evoluzione della vita sul Pianeta appare nell’animale la coscienza di sé e del mondo esterno? Il polpo sente, reagisce agli stimoli esterni, ha un sistema nervoso sviluppato, o è solo una macchina bio-chimica? La scienza dice che i sensi, il sistema nervoso e il comportamento degli animali inizia a evolversi in risposta ai sensi, al sistema nervoso e al comportamento degli altri animali. 

Durante la sua evoluzione, a differenza di altri cefalopodi, sceglie di perdere ogni parte dura del corpo, scheletro e conchiglia, e adotta un corpo molle, elastico, tentacolare, multiuso tanto da permettergli di fuggire all’occorrenza attraverso un buco poco più grande del suo occhio, la parte del corpo più voluminosa.

I neuroni nel polpo non sono ammassati nel solo cervello ma distribuiti anche lungo i tentacoli, centinaia solo nelle sue ventose, lasciando gli scienziati perplessi su dove cominci e finisca il suo sistema nervoso. La sensibilità tattile del polpo, quindi, non ha il centralino nel cervello ma è separata, autonoma, è un network distinto.

‘Un polpo è, prima di tutto, un organismo con un grande sistema nervoso e un corpo dinamico molto complesso. Possiede capacità sensorie e comportamentali molto sviluppate’  conclude Godfrey-Smith.

Mi sono detta EVVIVA, queste informazioni per niente banali, risolvono il mio dilemma di escludere o meno il nostro cervello dal ruolo decisionale quando si tratta di elaborare emozioni. D’altronde le caratteristiche degli animali fanno parte della nostra eredità genetica considerato che niente va perso del patrimonio accumulato durante la nostra ascesa evolutiva.

Conoscere gli animali rinfresca la memoria. Ci aiuta a decifrare la nostra complessità e ricordare anche da dove veniamo.. “la chimica della vita è una chimica marina. Possiamo sopravvivere sulla terra solo se portiamo con noi una grande quantità di acqua salata.” Godfrey-Smith. Ricordate quando ho scritto, nel post precedente, che con il caldo sudiamo acqua e sali minerali diminuendo così le energie per sostenerci? I sali, gli stessi contenuti nell’acqua marina, sono alla base di tutti gli scambi chimici del nostro corpo.

Ma se il cervello potrebbe non essere il Grande Capo delle nostre sensazioni, chi ha preso il suo posto? Probabilmente é il cuore il comandante delle emozioni e dei sensi. 

La religione ha punito i sensi perché devianti. Sentire a fondo, è un peccato. E’ peccato se ti apparti con un bambino ma se li riscopri per sentirti vivo quella si chiama grazia.

La religione mi è tornata utile per provare il punto. Se googlate Gesù Cristo, tra le mille rappresentazioni ce n’è una che lo ritrae con due fasci di luce che partono dal cuore. Mi sono sentita come Indiana Jones che decifra un testo per trovare il Sacro Graal per i primi 5 minuti poi, una stupida. Colpa della religione che non ha saputo rendere contemporanea la verità celata nei simboli. Quante volte abbiamo visto quell’immagine? Tante da non notarla più. Mi é tornata in mente grazie al polpo che (by the way) ha tre cuori.

Il centro della nostra energia potrebbe partire dal cuore. Non mi chiedete come, dove e quando, non sono colta fino a quel punto. Le mie sono semplici speculazioni, intuizioni. Ognuno deve verificarle con la propria esperienza. 

Non sto parlando di un cuore Magrittiano dipinto sulle nuvole, ovviamente, quello che emotivamente associamo con l’amore romantico andato estinto un po’ di tempo fa. Ma una forza, una energia capace di distrarci dal consumismo, che ci faccia desistere dalla compulsione di consumare. In fin dei conti consumiamo perché siamo incuriositi, ci trastulliamo con gli oggetti come fossimo scimmie. Ma con questo maledetto gioco fuori controllo abbiamo distrutto un pianeta. Non il giardino dietro casa. UN INTERO PIANETA!!! Foreste, savane, delta di fiumi, ghiacciai, oceani, spiagge, terre coltivabili, laghi, acquitrini, sorgenti, falde acquifere, aria, clima …. un vasta ricchezza compromessa.

Nei giorni scorsi ho riletto vecchi numeri di National Geographic datati fine anni novanta. Quello che documentano soprattutto é la mole di distruzione commessa dall’uomo. Toglie il fiato. Non ha avuto rispetto per una sola specie animale. Neanche per i suoi consimili. Tutte le più grandi conquiste, le unificazioni di grandi imperi sono state fatte col sangue e col terrore. Non lasciamo un’impronta di cui essere fieri. La nostra storia é, per molti versi, ripugnante. Soprattutto agli occhi di noi donne.

Se la coscienza ha un’evoluzione l’uomo distruttivo é a un crocevia: o si evolve o soccombe.

E di nuovo, in quale direzione si deve evolvere?

Ho rivalutato il ruolo del cuore rispetto al cervello perché la fisica quantistica ci offre un percorso affascinante per interpretare la dimensione in cui viviamo e la quarta dimensione, la successiva. Tutti MA PROPRIO TUTTI (scrittori, filosofi, mistici) parlano di questa energia come AMORE. Se l’avessero chiamata PETROLIO, MARMELLATA DI ARANCE, PIZZA&BIRRA, avrebbe avuto molti più seguaci. Purtroppo ha un nome che non dice più niente. Siamo stati alienati dall’AMORE.

Meglio allora affidarci all’interpretazione razionale che dà la Fisica di questa forza.

 

 

Nel prossimo post vorrei introdurre uno scrittore che ha messo in relazione il simbolismo delle religioni più antiche con le scoperte della fisica moderna usando un linguaggio comprensibile a tutti. Non perché manchi l’intelligenza ma perché molte verità confezionate col linguaggio fuori corso, scaduto, nascosto in parabole infantili non fanno più presa sulla nostra immaginazione, come ad esempio AMORE CRISTIANO o AMATEVI L’UNO CON L’ALTRO. No way… non siamo disposti ad amare indiscriminatamente. A volte culliamo un conto in sospeso con i nostri consimili e, sinceramente, c’è qualcosa di epico e onorevole anche nella vendetta.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cambiamento é sensoriale


Vivremo un giorno pieno come se fosse l’ultimo, nell’incertezza del futuro, come  raccomandano i malati terminali agli amici quando si rendono conto che molti dei loro sogni sono ormai irrealizzabili …

Non siamo malati terminali ma quando il Pianeta lo diventa la nostra salute lo segue di pari passo.

Se credi nella Scienza e non nella Politica questa situazione l’hai prevista e poiché hai creduto nelle analisi degli scienziati tu, tra i tanti o tra i pochi, hai cambiato stile di vita.

Ieri alla televisione inglese (il tema del cambiamento climatico è molto discusso) proprio di questo si parlava. Un portavoce del governo, intervistato, prevedeva la creazione di un comitato ad hoc con l’onere di stanziare fondi per attrezzare trasporti, uffici, ospedali di condizionatori perché il prossimo anno stimano che l’innalzamento delle temperature ucciderà tra le 4 e le 14 mila persone.

Sapete cosa succede al corpo umano quando arriva il caldo? La nostra temperatura corporea è normalmente di 37° quando il caldo gli fa superare quella soglia interna i pori, come una valvola termoregolatrice, cominciano a liberare calore attraverso la sudorazione. Per facilitarla il flusso del sangue viene richiamato dagli organi interni verso i capillari della pelle che stanno cedendo acqua e sali minerali nel tentativo di raffreddare il corpo. Come conseguenza il sangue si fa più denso e il cuore comincia a faticare per farlo circolare. Quando poi superati i 30° con umidità oltre il 60% il vapore acqueo contenuto nell’aria fa da barriera all’evaporazione del sudore, aumentano i rischi di un collasso o di un colpo di calore. Quello che proviamo è uno stato che racchiude vari sintomi: debolezza, ansia, stanchezza, pressione arteriosa che si abbassa, ritmo e frequenza cardiaca che aumentano. In sintesi, mancano le energie per fare funzionare il nostro corpo.

Una scienziata, intervistata nello stesso documentario, concludeva il suo intervento dicendo che l’unica soluzione é un cambio ‘drastico’ del nostro modello di vita.

Già è proprio questo il nodo. Dobbiamo cambiare ma non sappiamo in quale direzione cambiarlo.

La gente rimane inerte schiacciata tra la pressione politica di dover crescere economicamente e la disubbidienza, mai sperimentata prima, di usare la testa e seguire il proprio istinto.

Molti anni fa, quando il campanello d’allarme del cambiamento climatico ha cominciato a suonare per me, ho voluto mettere in pratica quello che poteva essere un modello diverso.

Indietro non potevo tornare (all’era pre industriale, senza nessuna tecnologia) dovevo guardare avanti cercando di semplificare e eliminare quelle dipendenze che generano emissioni, fino a un punto comodo, accettabile. Ero attratta dall’idea di mettermi in linea con quello che il Pianeta domandava. Era evidente che se le emissioni non erano tollerate eravamo sulla strada sbagliata.

Cambiare, però, non poteva avvenire da un giorno all’altro, non esistono prescrizioni d’emergenza come quando si abbandona una nave in caso di avaria. Cambiare vuole dire sperimentare, sbagliare e poi riprovare. Significa fare qualcosa che nessun ha fatto prima perché non esiste una blueprint per un fatto eccezionale come questo.

La prima cosa che ho notato quando ho cominciato a passare qualche giorno nell’isolamento della natura è stato sentire le tensioni dal corpo sciogliersi. Si sciolgono quelle in profondità. E’ come togliersi di dosso una corazza cucita con filo d’acciaio a nervi, tendini e muscoli. Tolta questa, un secondo corpo inutile, mi sono sentita improvvisamente nuova, rinvigorita, pronta per una seconda vita.

La successiva era l’abitudine di riempire la casa di oggetti. All’inizio ho fatto una fatica immensa a portare tutto quello che immaginavo mi servisse, dopo qualche anno, poi, ho fatto un’altra fatica immensa a togliere tutto quello che non mi serviva. Sono rimaste le candele, i fiammiferi, il kit di pronto soccorso, il kit contro le zanzare, un cambio minimo per l’inverno e per l’estate. In cucina ho ridotto tutte le scorte che avevo ammassato pensando a chissà quale carestia. Non accumulo più, mangio solo quello che mi porto dietro. Penso alla giornata.

Poi successe un fatto strano: quando provi per la prima volta a liberarti dalle cose inutili, dalle preoccupazioni e assaggi quella certa leggerezza del corpo che poi investe anche la mente perché impari a disconnettere anche il cervello (un’altra gabbia) .. arrivi a un punto di non ritorno. Non sei più disposto a tornare a vivere in un mondo con la mente affollata da cose da fare.

© Vittoria Amati

Spiegare, però, come il modello di vita alternativo al nostro corrente, sia sensoriale, è molto difficile perché non é tangibile. Anzi si allontana dalla materia. Le sensazioni che ti fanno stare bene sono inversamente proporzionali alla pesantezza materia. E’ quindi difficile spiegare che il nuovo modello non si basa su dove vivi, come vivi, quanto guadagnerai, quanta energia devi risparmiare ma è piuttosto quanto riesci a rinunciare della tua vita attuale per alleggerirti al punto da ‘sentire’ il corpo e la mente come non li hai mai sentiti prima. Percorrere questa strada è una maxi rivoluzione, una liberazione.

All’inizio della guerra contro gli OGM (organismo geneticamente modificato) erano poche voci a levarsi. Oggi tutti optano per il biologico perché hanno capito la differenza che passa tra ammalarsi di tumore mangiando male o rimanere in vita mangiando sano. Domani sarà lo stesso con le scelte che metteremo in atto per evitare di morire dal caldo o per mano di qualsiasi altra arma che il meteo-killer ci riserva nella sua imprevedibile creatività letale.

Nel prossimo post mi riprometto di approfondire cosa significa ‘sensoriale’.. Lo sapevate che la centralina dalla quale partono gli stimoli nervosi nel polpo non è racchiusa esclusivamente nel cervello? Il polpo ‘sente’ e reagisce attraverso un network di neuroni disseminati in tutto il corpo.

© Vittoria Amati

Più o meno quello che sento io quando sono spettatore in circostanze particolarmente magiche e rarefatte nella natura, sento una fibrillazione sparsa lungo tutto il corpo mentre reagisce a quello che vedo .. 

 

Lettere d’Amore


L’attimo in cui gli economisti hanno intuito che potevano farci tutti prigionieri è ancora incerto. Potrebbe essere accaduto quando le prime industrie, sorte come funghi alla metà dell’800, hanno avuto bisogno di mano d’opera per renderle produttive. I novelli imprenditori hanno attratto con mille promesse la gente dalla campagna e, questi, convinti che la vita in città sarebbe stata più sana, pulita e remunerativa hanno risposto a migliaia lasciandosi campi, animali e una fatica mostruosa alle spalle. Così divennero dipendenti dallo stipendio.

Oggi i discendenti dei contadini di allora, più riposati fisicamente, sono giovani indebitati che le banche tengono prigionieri con un guinzaglio cortissimo. Ma la verità è che non  scarseggia soltanto il denaro nelle loro tasche, è il tempo, la vera ricchezza che gli economisti gli hanno rubato.

Lo devono aver fatto consapevolmente perché avendo tempo a disposizione si finisce col riflettere, col parlare, incontrarsi e scambiare idee. Quello che nessun economista vuole è lasciarci il tempo di riflettere, usare il cervello, consorziarci e inventare alternative che ci rendano indipendenti da quel famoso stipendio.

Quando studiavo politica, una delle realtà odierne che mi fece riflettere di più è l’ingerenza sistematica dei grandi istituti finanziari internazionali (World Bank, IMF) negli affari locali dei paesi in via di sviluppo, quei paesi che vivono di economie locali, lente, con poche merci da esportare. Con il presupposto di portare la ‘democrazia’ e aiuti finanziari entrano in queste economie imponendo un modello di sviluppo basato sul superfluo, con un format sempre uguale per ogni paese sia che fosse in Asia o in Sud America: una manciata di industrie e banche guadagnano sotto il controllo del governo, il resto della popolazione diventa un consumatore ‘indebitato’.

Viaggiando sono stata a contatto con molte di queste economie reputate povere. Al contrario di quello che accade nella nostra cultura occidentale, le società con un’economia lenta hanno una solida tradizione famigliare. E’ come se con il denaro, l’acquisto del superfluo, e il tempo che porta via accudire il superfluo, si perdesse di vista la relazione tra persone. Non c’é più tempo a sufficienza per cementare sentimenti e riti in famiglia.

Il prodotto di questa spinta ‘imposta’ alla democratizzazione è abbastanza evidente.. : le ultime generazioni sono incatenate dai debiti e non amano. Vorrebbero tutti disperatamente amare ma non ci riescono. Perché una bella ragazza di 40 anni Laura Mesi deve arrivare al punto di sposare se stessa?

Amare, indiscutibilmente, porta via tempo dalle ambizioni quotidiane perché serve tempo per costruirlo, per sognarlo, per entrare in una dimensione opposta all’affanno.

Non è forse diabolico avere escluso l’amore romantico dalle nostre vite e averlo sostituito con un elenco di gadget che ci rende impenetrabili, antipatici e superficiali?

Ho l’impressione che finché l’uomo (o la donna) avrà una, una sola scusa per non amare, si aggrapperà a quella scusa… si aggrapperà all’arrivismo, al carrierismo.

A forza di gadget e ambizioni ai quali appigliarci per non pensare, per non amare, per sentirci in controllo abbiamo reso questo pianeta una gigantesca pattumiera. E se qualcuno fosse curioso di sapere perché m’interesso tanto all’amore romantico è perché non vedo altra soluzione per guarirci da questa malattia del consumo.

Che l’intensità dell’amore sia inversamente proporzionale alle stupidaggini che invadono la nostra vita lo dimostra l’incontestabile fatto che le più belle lettere d’amore sono quelle scritte dai soldati al fronte alle mogli o fidanzate lasciate a casa o arruolate in un commando diverso dal loro.

Ho fatto due più due rileggendo ‘NIENTE E COSI SIA’ di Oriana Fallaci, il suo libro-diario sulla guerra in Vietnam.

Racconta di aver passato una notte sveglia a leggere il libricino trovato addosso al cadavere di un vietcong e lo commenta in questo modo .. “L’ho letto come si beve un bicchier d’acqua quando si ha sete. Ha dissolto il mio sonno e l’alba m’è caduta addosso.”

“Il mio problema è grosso”, scrive il Vietcong ignoto, “la vita di un soldato è certamente gloriosa ma separarsi dalla donna che si ama è così duro. Il tempo mi scivola tra le dita: ancora un poco e non la vedrò più. Conto ogni minuto, ormai. E mi pongo tante domande: perché si viene al mondo e perché si deve soffrire.” (…) “E’ seguita una immensa esplosione e frammenti di bomba sono caduti ovunque. Uno m’è passato a neanche quattro centimetri dalla testa. Ho udito il fischio. Ma quali leggi misteriose regolano l’esistenza e la sopravvivenza di un uomo?” (…)  “Ci siamo svegliati molto presto e abbiamo fatto colazione prima dell’alba. Tutto è pronto. Ho scritto una lettera a Can e l’ho affidata a un amico che è appena tornato dalla Thailandia. Spero che riesca a spedirgliela. Ho cercato di dirle in questa lettera le cose che mi sembrava di non averle ancora detto. Can, mia Can. Forse mi aspetta la fine, ma la fine del nostro amore non verrà mai. Non verrà nemmeno se io muoio e tu muori. Can, mia Can. Ora dobbiamo andare. Il comandante ci chiama e ci ordina.”

Immaginate solo per un attimo un uomo che si stacca da FB prende carta e penna e scrive con la stessa intensità alla moglie. Lo trovereste un uomo di un altro secolo, un ingenuo o un debole perché la sua mente per un attimo è concentrata ad amare e non a produrre. Quindi, solo se le parole vengono lette sullo sfondo di una guerra spietata che gli fa da contrasto allora riprendono la loro dignità e ci commuovono, perché sappiamo che sono le sue ultime parole scritte. Morirà qualche giorno dopo.

L’amore ritorna ad avere senso solo se nell’equazione entra la morte, ovvero la morte di tutto quello che noi conosciamo come materiale.

Quando stavo scrivendo il libro su mio padre e su come era riuscito a riportare a casa mia sorella rapita nel 1978, mentre lo Stato non era riuscito a liberare l’Onorevole Moro rapito nello stesso periodo, mi sono dovuta documentare, tra l’altro, leggendo le sue lettere scritte dalla prigione.

Per avere un’idea di cosa vuole dire amare dovreste leggere le lettere che Moro, condannato a morte dalle BR, scrive a sua moglie Eleonora. Sono le parole di un uomo recluso, prigioniero politico ingiustificato, abbandonato dal proprio partito e dalle cariche istituzionali che hanno il potere di salvarlo.

Di nuovo, le sue parole assumono gravità e commozione perché la morte, incombente, gli ha tolto fede nel superfluo dirigendola come un laser sul legame terreno, e lui spera, ultraterreno per la moglie.

Tolto il superfluo, riecco il tempo per pensare, per idealizzare, per sognare di essere fuori da una prigione o da un fronte, dentro una forza immateriale, l’innamoramento, che sfama come nessun lusso.

In Europa al fronte non ci andrà più nessuno perché per superare la competizione e le ambizioni di conquista dei vari stati che provocarono due guerre mondiali, Altiero Spinelli, ebbe l’idea innovatrice di proporre una confederazione di stati che nell’economia trovassero il loro tornaconto ed equilibrio… ‘guadagnano tutti così non litigano e non si dichiarano guerra.’ Gli economisti sostituirono i politici e le formule finanziarie superarono le ideologie.

Non c’è guerra lì fuori, è vero. Durante il giorno ritiriamo i soldi al Bancomat, facciamo la spesa, compriamo, consumiamo, mandiamo facce idiote su whatsapp.

E’ la notte che si trasforma in una guerra e il letto in una trincea. Entriamo sotto le lenzuola e la mente s’incammina nel nero compatto, pieno di mostri, come Ulisse nella caverna di Polifemo. All’alba ci sentiamo fortunati ad essere ancora vivi, le ossa spolpate e ammucchiate sotto il mostro addormentato non sono le nostre.

E’ il piccolo prezzo che abbiamo pagato per avere la pace, la democrazia, l’affluenza. E può essere assolutamente non condivisibile la mia ammissione che a volte ho valutato, ipoteticamente e irragionevolmente, cosa fosse tra i due estremi la cosa migliore .. se anni di notti con la luce accesa e giorni decorati di smileys o un colpo mortale dopo avere trovato l’amore.

 

 

PS – Il mio libro ‘L’UOMO CHE RIPORTO’ A CASA SUA FIGLIA’ uscirà a primavera con Rizzoli.

( aggiornamento – l’Editore ha deciso a marzo di non pubblicare il libro perché ha ricevuto una diffida a farlo, a settembre se l’avvocato mi dice che ne posso parlare racconterò cosa é successo)

Il libro che raccoglie le lettere scritte dalla prigionia dell’Onorevole Moro s’intitola “ULTIMI SCRITTI’ ed é edito da PIEMME

 

 

 

 

 

 

 

Peace, love, thank you ❤ se parli all’acqua


Ecco, concludevo nel post precedente, .. tutta questa arroganza per la nostra evoluzione e poi non abbiamo risposte per contrastare un uragano. Ma nutriamo aspettative perché la nostra civiltà è antropocentrica, ci aspettiamo che l’uomo al centro di tutto risolva tutto, contrasti tutto, possieda un’arma per sconfiggere qualsiasi nemico di qualsiasi portata. E l’acqua? L’acqua è così stupidina, insipidina, comune che non ci accorgiamo neanche della sua presenza. Non ci fa paura un uragano figuriamoci l’acqua, così addomesticata e muta, scorre per la sua strada in silenzio senza distrarci con la sua presenza.

Lo studio sull’acqua di Masaru Emoto, scienziato giapponese, non ha fatto scalpore quindi, non ha cambiato le nostre abitudini, non è mai passato su Sky News. Il suo libro viene al massimo consigliato da un amico di cui apprezzi il pensiero. Tutto qui. Certe informazioni importanti, però, hanno modi misteriosi di viaggiare, misteriosi com’è misteriosa la vita nelle dimensioni più microscopiche.

Mr Emoto, intorno al 1999, scoprì che una molecola d’acqua ghiacciata esposta a certe parole come ‘grazie’, ‘amore’, ‘gratitudine’, ‘angelo’, ‘saggezza’, ‘scusa’, ‘sei carina’, ‘inverno’, ‘albero di mandarino fiorito su una collina’ reagiva formando dei bellissimi cristalli esagonali, il colore del cristallo, inoltre, cambiava ogni dieci secondi dimostrando che l’acqua è in grado di respirare; d’altro canto se esposta a parole negative come ‘sei un pazzo’, ‘satana’, ‘telefono portatile’, ‘televisione’ o a musica heavy metal formava cristalli deformi o non li formava affatto. In un altro esperimento, ancora, notava che quando l’acqua contenuta in un recipiente era volontariamente dimenticata e ignorata l’acqua deperiva, perdeva la sua energia. 

Il cristallo più bello, l’acqua, lo ha formato esposta alla parola ‘gratitudine’, ancora più bello di quello esposto alla parola ‘amore’.

La lezione che questo esperimento c’insegna è che la vibrazione delle parole positive ha un effetto positivo sul nostro mondo, mentre la vibrazione delle parole negative ha il potere distruttivo di non formare un disegno. Disegno è anche la visione che noi costruiamo per il nostro futuro.

Ho cominciato a riflettere sulle parole qualche tempo fa. Un giorno ho scritto un messaggio a un uomo che conteneva la parola ‘bisogno’. Lui ha risposto dando alla parola un significato completamente opposto al mio, un significato materiale. Lo ha inteso come ‘opportunismo materiale’, non bisogno di affetto, di complicità. Sono rimasta stupita. Ma ha avuto l’effetto di farmi riflettere su quanto, il linguaggio sentimentale nella nostra cultura, è andato fuori corso. Il nostro linguaggio è diventato talmente utilitaristico che ha scalzato sia l’espressione dei sentimenti tra un uomo e una donna che lo stesso rapporto sentimentale come conseguenza.

Ne ho avuto prova quando su Netflix ho seguito per caso una serie televisiva turca, una di quelle ricostruzioni d’epoca dove i personaggi parlano come si parlava all’inizio del secolo scorso. Al centro del dramma c’è una storia d’amore, lui e lei parlano con parole di cui avevo dimenticato il suono. Il romanticismo e la poeticità del loro dialogo era così intenso che mi ha cambiato. Ho scoperto un mondo che pensavo non esistesse più, che non potesse ritornare in vita, che non ci appartenesse più. E invece era solo una questione di farle tornare alla memoria, di mettere le parole giuste in ordine e avere il coraggio di pronunciarle o di scriverle. Da quando ho visto quelle immagini e sono stata ‘esposta’ a quel dialogo ho ritrovato una parte di me stessa che era andata persa. Ho ritrovato la calma interiore.

Quello che Masaru Emoto ci fa scoprire con il suo incredibile studio sui cristalli è che non possiamo fare a meno delle vibrazioni positive contenute nelle parole per la semplice ragione che il nostro corpo composto per il 50/65% di acqua si comporta come un’antenna. Le parole diventano vita o distruzione a seconda di come le usiamo e di come gli altri le usano contro di noi. Ogni parola che usiamo avrà ripercussione sulla parte più segreta di ogni molecola di acqua contenuta nel nostro corpo.

                                                                  Masaru Emoto

Ho trovato particolarmente interessante la reazione dell’acqua alla parola ‘gratitudine’. Se la parola amore alza le frequenze elettromagnetiche, e di questo ne siamo facilmente testimoni, la parola gratitudine fa vibrare l’acqua ancora più intensamente. E’ come se qualcosa di divino, all’interno di ogni molecola, si aspettasse riconoscimento e rimanesse turbato o offeso se trascurato e dimenticato.

Proprio riflettendo su questa peculiarità mi domando se dobbiamo interpretare diversamente quelle catastrofi degli ultimi anni provocate dall’acqua: inondazioni, piogge torrenziali, allagamenti, bombe d’acqua, grandinate che distruggono i raccolti, temporali fortissimi, dighe di contenimento che cedono, onde del mare che invadono le strade della città. E anche l’opposto, la sua recente scarsità, che ha provocato incendi, fiumi in secca, danni ai raccolti.

Mi domando se l’acqua ne sa qualcosa, se è la vendetta del divino dimenticato dentro di lei e dentro di noi. Il divino trascurato che arma l’acqua contro di noi come punizione e avvertimento.

                           Imerovigli, Santorini

 

Forse ero sotto l’influenza delle storie d’amore turche o del libro dello scienziato giapponese ma quest’estate è stata particolare. Vedevo coppie innamorate ad ogni angolo della Grecia. Coppie che scalavano stradine tortuose per sedersi su una roccia isolata al cospetto dell’orizzonte blu del mare e del tramonto; coppie in bilico sulle cupole bianche o su uno sperone di montagna per una foto ricordo. Ne contavo a decine alle file per le navi, nei ristoranti, nei wine bar e nelle strade di Imeravigli di Santorini; ne ho trovata una persino sul parapetto della chiesa santissima del profeta Ilias di Patmos. Sembrava che tutto il mondo innamorato si fosse dato appuntamento quest’estate in Grecia.

Profitis Ilias Chapel, Patmos

Se posso cambiare quello che vedo, e la mia realtà, soltanto decidendo quali sono le parole che voglio sentire allora è possibile per tutti cambiare. Non siamo obbligati a vivere la vita bombardati da parole vuote, inutili, alle quali rimaniamo appesi come delle marionette aspettando il via libera per una vita più piena. Adesso arriva il mio turno.. e poi il turno ti manca sempre.

C’è un’immagine che cerco di non dimenticare. Ero all’aeroporto di Santorini aspettando, in una sala d’attesa minuscola e sovraffollata, che il mio volo partisse. Ero seduta accanto al gate del volo per Napoli. Erano in fila (oh no.. ancora coppie..) sì ancora coppie.. e una in particolare era in piedi davanti a me. Erano due ragazzi napoletani bellissimi, giovanissimi, forse appena laureati, di quei ragazzi che dici ‘ hanno tutta la vita davanti’ , si guardavano negli occhi con una tale dolcezza e sentimento che avevo la bocca aperta.

Non volevo spiarli ma potevo perché erano in un’altra dimensione.

Li pensavo scendere a Napoli, in quello stato di estasi, e affrontare le difficoltà di diventare adulti in Italia con le solite politica ed economia sporche e bugiarde che ci riducono la mente a pezzi. L’adulta romantica e piegata dalla sua esperienza, mentalmente, gli ha augurato ’buona fortuna..  proteggete quello che avete trovato’. 

 

Il libro di Masaru Emoto (The Hidden Messages in the Water) è tradotto in italiano e sì, sicuramente .. vi consiglio di leggerlo. Ho commentato solo un paio delle innumerevoli riflessioni importanti che fa sull’acqua.

 

 

 

La prossima volta voglio parlare di un’altra qualità mancante ma necessaria nella nostra vita: il tempo. Le parole positive non vanno d’accordo con l’iperattivismo, hanno bisogno di una mente serena, concentrata ed attenta. 

 

Santorini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come un film comico americano


 

Mentre i tetti volavano, le palme si piegavano, le macchine rotolavano, le barche si ammassavano contro le banchine e la gente si aggrappava alla metà sana della casa non ancora portata via da Irma mi tornava in mente 1941, il film cult delirante di Spielberg con John Belushi. Il film è la parodia di un attacco giapponese a Los Angeles che gli americani, in guerra, si aspettano dopo Pearl Harbour. Residenti e militari presi dal panico si auto infliggono, nel tentativo maldestro di armarsi e difendersi, ogni possibile distruzione ancora prima di avere visto un solo giapponese.

Non sono sadica ma davanti alle immagini di distruzione reali mi sono divertita come se rivedessi la stupidità di Belushi in azione. Osservare un uragano potente con i muscoli pompati che azzera in poche ore tutti gli status symbol dei frequentatori dei Caraibi lasciandogli in cambio macerie dai quali scappare in lacrime mi è sembrata proprio la parabola della vita, quello che succede a una cultura ingrata che non vede oltre il materialismo.

Hanno piantato dollari e ricchezza, raccolgono la furia degli elementi.

David Mombiot, un giornalista inglese che scrive per il Guardian, descrive meglio la stupidità umana quando incolpa certi meccanismi economici.

Espone all’incirca questo …

Il tratto fondamentale che caratterizza il capitalismo odierno è la capacità dei mercati di auto-regolarsi, in pratica sono gli interessi personali degli istituti di credito che portano direttamente a una correzione dei mercati finanziari.

Uno dei sostenitori di questa teoria è stato Alan Greenspan che l’ha cavalcata per i 18 anni in cui è stato a capo della Federal Reserve americana. E’ la teoria del libero mercato, evoluta a tal punti che i governi s’intromettono pochissimo in un capovolgimento del potere che vede le leggi economiche dettare le regole al posto della politica.

Altro fautore del libero mercato premio Nobel per l’economia 1976 Milton Friedman asserisce che .. “I valori dell’ecologia” (cioè tutte quelle risorse e dinamiche connesse con l’ambiente),“possono trovare il loro spazio nel mercato, come qualsiasi altra domanda consumistica.”

Cosa vuol dire? Vuole dire che gli uomini stanno giocando a fare Dio. Il mercato finanziario si dovrebbe comportare come la corrente del Golfo che si autoregola a seconda del tratto di mare e di costa che bagna. Porta il freddo al sud quando è necessario e porta il caldo al nord per mantenere la temperatura a livelli umani. Si autoregola come tutti quei fenomeni climatici che hanno impiegato miliardi di anni per elaborare dinamiche perfette che ci consentissero di abitare il Pianeta.

Secondo Greenspan l’auto regolamentazione, scienza esatta degli istituti di credito, doveva essere in grado di prevenire il crollo finanziario e i danni agli azionisti derivati dal mancato pagamento alle banche dei mutui (subprime). Ma come la storia racconta non è andata così. Non c’è nessuna scienza esatta in economia. Non esiste alcuna auto-regolamentazione.

Se non c’è autoregolamentazione per l’economia come si può pretendere che l’ecologia trovi spazio nel mercato della domanda e offerta sullo stesso piano del valore di una casa al metro quadro, di una valuta, del prezzo dell’oro o quello del grano?

Non solo gli economisti hanno fallito nel tentativo di creare un sistema autoregolato ma hanno peccato di arroganza nel voler inserire il sistema naturale, quello sì autoregolato, nel loro sistema artificiale e lacunoso.

C’è un tipo Matt Ridley a cui non daresti neanche un euro dei tuoi risparmi da investire, era a capo di una banca poi fallita, la Northern Rock, che nel 2008 per la sua insolvenza ha creato panico tra i correntisti che si sono precipitati agli sportelli a ritirare i risparmi dai conti correnti.

Matt Ridley firma un articolo sul Times inglese nel quale assicura che degli uragani non c’è da preoccuparsi, è provato scientificamente che la loro intensità è nella norma e che finché c’è ricchezza per ricostruire, esiste il modo per contrastarli. Un genio insomma. Ha posto l’incolumità della sua vita e la fede nella religione giusta.

L’ha messa in quella religione che obbliga a un consumo continuo di cose inutili, che indebitano i giovani, sporcano, si ammassano, ti volano in testa e ti ammazzano alla prima raffica di vento vendicatore. Quella religione che non si rende conto di essere presa in giro da un fenomeno d’aria assolutamente immateriale come un uragano senza una testa, cervello, occhi, mani, arti.

 

 

 

Nel prossimo post scriverò dell’acqua, di Masaru Emoto uno scienziato giapponese che ha scoperto come l’acqua reagisce alle parole, delle parole che usiamo per esprimerci e di come influenzano la nostra vita. Fornisce più logica Masaru Emoto che tutti i premi nobel dell’economia sommati insieme …

 

 

Quando alzavamo gli occhi al cielo


Picture by Yulia Zhulikova – finalist Astronomer Photographer of the Year 2017

Un mantra mi scorre per la mente come un film che si è inceppato sullo stesso fotogramma .. ‘Ve l’avevamo detto.. Ve l’avevamo detto che il clima sarebbe cambiato..’

E adesso che la terra è assetata, non piove da mesi e gli stupidi di ogni età giocano con i fiammiferi e le taniche di benzina mandando in fumo migliaia di ettari di boschi, è inutile proprio ADESSO parlare di un cambiamento climatico annunciato da più di trent’anni.

Certo fa effetto sentire Zingaretti, il Governatore della Regione Lazio, dire ..” Mi piacerebbe invitare qui Trump per fargli capire cosa significa non rispettare gli accordi sul clima”. Questo è stato il momento in cui ho sorriso sadicamente. Finalmente il problema è atterrato nelle mani dei politici. E che problema! Un problema che non si può risolvere, che peggiorerà con gli anni e che obbligherà tutti a cambiare stile di vita.

Ho una pagina da parte strappata da un vecchio National Geographic del 2013, di un articolo ‘DEI dei MAYA’ dove, tra le altre, viene descritto il pattern climatico dell’epoca quando i Maya avevano raggiunto l’apice di una grande, popolosa e ricca società grazie alla coltivazione del mais. Il cibo, che gli garantiva stanzialità, era coltivato in rari appezzamenti di terra su un’area altrimenti di roccia carsica, senza fiumi, dove l’acqua era ‘ingoiata’ dal sottosuolo e si raccoglieva in enormi caverne sotterranee, cenote. Le coltivazioni, quindi, erano dipendenti esclusivamente dalla pioggia.

Alma Guillermopietro, la giornalista, descrive così il clima … ‘ Solo la pioggia stagionale poteva far crescere il mais e doveva arrivare con una grandissima precisione: niente pioggia in Inverno così che per Marzo i campi e la foresta erano abbastanza secchi da essere bruciati; un poco di pioggia a Maggio per ammorbidire il terreno per la semina; poi una pioggia leggera per fare germogliare i semi e stimolare l’apparizione della pannocchia; infine una pioggia abbondante per spingere il fusto verso l’alto e ingrassare i chicchi sulla pannocchia matura.’

La pioggia, in ogni cultura antica, era rappresentata da un Dio. Quello dei Maya si chiamava Chaak e a lui dalla sommità delle piramidi a gradoni rivolgevano lo sguardo sciamani, preti e sacerdoti dopo avere digiunato e essersi purificati. Uomini riconoscenti e clima erano in sintonia.

Adesso siamo fuori sync con il nostro clima ma fino a ieri non è mai stato problema irrisolvibile. La pioggia? S’inseminano le nuvole sparando in cielo ghiaccio secco e ioduro d’argento. Servono le fragole fuori stagione? Togli le piante dal freezer, le pianti in terra e in due mesi fruttificano. Laborioso e costoso arrampicarsi a raccogliere le ciliegie? I ciliegi moderni modificati non crescono più di due metri e fruttificano il doppio. L’agricoltura ha fatto passi da gigante. Darwin docet, possiamo modificare qualsiasi gene, animale o vegetale. Date le giuste condizioni si può generare abbondanza a go-go. Ma l’acqua è la prima di quelle condizioni. Siamo o non siamo il pianeta Blu? Il pianeta pieno di acqua che ha permesso tutta questa diversità di vita.

La Nasa considera un nuovo pianeta scoperto, abitabile, prima di tutto dalla presenza di acqua. Acqua, uguale colonizzazione della vita.

E adesso? Impareremo a ridurre gli sprechi? Capiremo cosa significa vivere in zone desertiche dove la pioggia manca per più di sei mesi all’anno? Forse il clima ci aiuterà a costruire una società diversa, più responsabile, che impara più dalla scienza e meno dalla politica.

A Filicudi per il mio giardino non ho acqua se non quella piovana. Ho tre cisterne che si riempiono durante l’Inverno (se piove),  più l’acqua regalata da un vicino che non la usa. Ma so che se questo trend continua io ho perso 13 anni di lavoro. Ho costruito un giardino che la siccità mi porterà via. Mi rimane in mano solo l’esperienza e l’amara constatazione che dovrò scegliere un altro pezzo di terra a un’altra latitudine con una riserva d’acqua diversa dalla pioggia. Difficile rinunciare all’idea di vivere senza un giardino, è il lusso che si scopre con la maturità.

Quello che mi manca vivendo qui, in Inghilterra, sono i temporali. Soprattutto quelli che si scaricavano a fine agosto o i primi di settembre e che sancivano la fine della calura estiva.

Mi mancano quei cieli che s’addensano di nuvole nere cariche d’acqua e di elettricità e che rovesciano in pochi minuti torrenti d’acqua fresca tra tuoni e saette di lampi.

L’ultimo l’ho visto proprio a Filicudi molti, molti anni fa. Il giorno era diventato una notte, non si vedeva a un paio di metri, sembrava di essere sotto una cascata. Entrammo tutti nell’aliscafo bagnati fradici. Ma c’era qualcosa di quel temporale che ci aveva rinfrescato giù, giù, in fondo perché non la smettevamo di ridere e di guardarci l’un con l’altro con occhiate complici. Occhiate che dicevano che avevamo visto scatenarsi un fenomeno super potente, qualcosa di raro, prezioso, impagabile. Avevamo assistito alla pioggia che fecondava la terra proprio nel momento in cui la terra aveva più bisogno. Disincantati e profani avremmo potuto dire che quella era opera di un Dio ma non ci veniva neanche in mente. Poi a forza di dimenticarci di alzare gli occhi al cielo e ringraziare quel Dio sappiamo ormai come é andata a finire.

Filicudi, dopo il temporale

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli uomini di Cesare


Di persone come Laura, la vicina di giardino due numeri più in là, che mi chiede di tagliare gli alberi troppo alti in modo che lei possa vendere la casa con un giardino finalmente soleggiato, ne esistono a pacchi. Sono quelli che vendono l’anima al diavolo in cambio di denaro, per paura. Dentro di loro, sotto sotto, sanno che tagliare un albero è sacrilegio ma il diavolo li ha convinti che il peccato risale al tempo in cui l’uomo credeva in Dio mentre oggi si è emancipato, evoluto, crede in quello che vede e che tocca.
Cosa ha studiato Laura e cosa fa per lavoro? Non lo so esattamente. So, però, che lei estrae plusvalore dalla sua proprietà immobiliare. Forse perché ha un’età in cui è difficile integrarsi, forse non è così astuta, forse il mondo fuori di lì è molto aggressivo. La migliore idea che le viene, quindi, é quella di ristrutturare e ampliare la sua casa.

In molti, nella mia strada vicino al fiume, hanno chiesto il permesso di ampliare la cubatura. Lo fanno scavando un altro piano sotto terra. Tagliano e azzerano il giardino sul fronte strada e cominciano a scavare sotto la casa per creare il piano interrato. Se prima valeva 10 dopo i lavori la casa vale 15. La mettono in vendita ad una cifra imbarazzante, aspettano magari mesi, finché qualcuno stanco dalla ricerca acconsente a pagare la cifra fino allora fuori mercato. Con la metà del guadagno si comprano una nuova casa più a monte mentre con l’altra ci sopravvivono. Hanno, nel giro di tre anni, estratto abbastanza profitto come se avessero lavorato da dirigenti in banca. Poi, quando il liquido finirà, ricominceranno a pensare di vendere e ritrasferirsi.
La nostra economia si basa largamente sul plusvalore e nel mentre estraiamo diventiamo subdoli, furbi, rapaci, bugiardi, millantatori, imbroglioni, venditori disposti a vendere tutto quello che dentro custodiamo di più caro, di intoccabile. Certe persone si ritrovano a vendere anche quello. A barattare la poesia più celestiale custodita nella cassaforte dell’anima pur di dire ‘ce l’ho fatta! il sistema non mi ha annegato di debiti, sono ancora a galla’.

Queste sono le persone che tra Cesare e Dio scelgono Cesare. Ovvero, hanno ridotto Dio a un santino in fondo al cassetto del mobile tarlato della bisnonna buonanima. Sacrificare un albero non è più peccato perché lo fanno tutti. Ed è vero, lo fanno proprio tutti. Ed è proprio questo che mi spaventa, che mi fa entrare nel panico. E’ il fatto che pur davanti ai segni evidenti del cambiamento climatico ( se ne parla ormai da più di 20 anni) se si invoca lo stato di pericolo costituito da un albero che magari con il vento può abbattersi, ti danno il permesso di buttarlo via senza rifletterci un attimo. Anche se la forza del vento é generata dalla catena di eventi che a monte ha appunto la deforestazione. Nessuno si vergogna ad abbattere un albero. Meno che mai Laura a chiedermi di farlo.

Duecento attivisti che difendevano la loro terra sono stati uccisi nel 2016, 98 solo nei primi mesi del 2017. Difendevano la terra dalla costruzione di dighe, dalle miniere, dal traffico illegale di legname e dall’agrobusiness, lo riporta GLOBALWITNESS.
Loro sono i nuovi martiri, i nuovi cristiani, quelli che non hanno ceduto a Cesare; sono caduti per la loro visione, il sogno, il credo nell’abbondanza che produce la Terra di sfamare tutti e non costringerli, per bisogno, ad urbanizzarsi e diventare dipendenti.

Penso che parte della colpa di avere ‘cresciuto’ uomini senza Dio e religione, è nostra, di noi donne. Abbiamo voluto la cucina super tecnologica, la seconda casa, il parquet, il SUV e l’uomo-dirigente alla scrivania che guadagnasse abbastanza per offrirci anche questo. Un uomo talmente atrofizzato dal lavoro in ufficio che non sa più muovere un passo sulle rocce, sui sentieri sassosi, in mezzo alle radici degli alberi. Tutto quello che sa fare col SUV é salire con le ruote sul marciapiede. Altro che viaggio epico, tu e lui, per la trans-sahariana.
Questo mondo avrebbe bisogno di uomini nuovi, uomini che rendano gli uffici un deserto e i deserti dei giardini. Uomini che realizzino il potenziale di un seme e che riflettano, pieni di stupore, su come fa la Terra a volare nello spazio sospesa in aria.
Se poi un uomo riuscisse a creare un seme, laboratorio chimico infinitesimale, in grado di estrarre dal suolo, apparentemente letargico, quello che gli occorre per sviluppare la sua fragranza diversa da altri milioni di piante, e facesse volare un pianeta in aria, della massa di 5,973,600,000,000,000,000,000,000 kg, allora ne potremmo riparlare sulla bontà di arruolarsi nelle file di Cesare.

La cosa difficile é fare la cosa corretta a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo ma é quello che definisce il valore morale di un uomo rispetto ad un altro. 

 

L’ultima a lasciare il Pianeta che brucia deve essere Laura


La vista dal mio giardino a Filicudi

Sono tornata poi nella mia isola, a Filicudi, a Giugno. Certo avrei una lista di destinazioni più varie da visitare ma chi ha un pezzo di terra, un giardino con delle piante sa che non c’è altra scelta che rimanere vigile in questi mesi, e accollarsi l’onere di dare acqua..

NO, non è colpa del cambiamento climatico se la temperatura s’innalza ogni anno, dicono gli scettici. Non è colpa del cambiamento climatico se i ghiacciai eterni (e il nome oggi fa sorridere per l’ingenuità) hanno perso consistenza negli ultimi anni più di quello che hanno fatto negli ultimi 100.

Ho assistito alla proiezione di CHASING ICE  un documentario americano che racconta la missione del fotografo naturalista, James Balog, che per National Geographic è incaricato di registrare l’evidenza dell’impatto climatico sui ghiacciai, EIS. Balog, con l’aiuto di tecnici, si munisce di 43 Nikon digitali, le chiude in scafandri e le collega a batterie alimentate con i pannelli solari in grado di fotografare in time-lapse per un lungo periodo di tempo. Posiziona le macchine fotografiche con diverse angolature in 27 località diverse in regioni come Islanda, Canada, Montana, Alaska e Norvegia.

Il risultato è quello che gli scienziati ci avevano ammonito sarebbe successo: i ghiacciai si stanno sciogliendo e non si riformeranno. Le immagini sono molto esplicite. Basta guardare il documentario per avere la certezza che il cambiamento è qui per restare.

Poi si esce dalla proiezione e tutto scorre come al solito, nella più assoluta normalità. Solo quando vai nel tuo giardino che hai faticato vere lacrime di sudore, anno dopo anno per costruirlo, ti accorgi del danno. Tutti gli ulivi erano malati, le foglie ingiallite. L’insetto aveva attaccato anche i limoni e persino la giacaranda. Durante l’Inverno in Sicilia ha piovuto pochissimo, lasciando le piante assetate, indebolite con le foglie ‘sporche’. Ma soprattutto quello che manca è il freddo che di solito in agricoltura è benefico perché uccide i parassiti.

Le olive malate

Eccoci qui, quindi, in un’estate all’insegna del fuoco. Bruciano foreste, campi, alberi e anche tante persone che rimangono intrappolate in una scampagnata mortale.

Quello che in futuro definirà la nostra sopravvivenza non sarà la ricchezza ma la conoscenza. E questo mi consola pensarlo perché mi lascia delusa il pensiero di mega miliardari che salgono a bordo di ultrasoniche navi spaziali per Pianeti vergini lasciando noi nei guai, in un mare d’inquinamento che il loro lusso superficiale ha prodotto.

Stephen Hawkins (la mente in un corpo paralizzato dalla Sla) ci da 100 anni di tempo per emigrare su nuovi pianeti. Parte delle ragioni sono il cambiamento climatico e la sovrappopolazione.

Poi ci sono altre ragioni per emigrare: ragioni personali dei singoli, puramente non-scientifiche, stati alterati di rabbia disumana che si placano solo al pensiero di una vita migliore su un altro Pianeta lontano dagli scemi e dagli ignoranti.

Ora dovete sapere che nella mia ricerca ossessiva di ‘ossigenarmi’ ho cambiato parecchie volte casa cercando di vivere con più giardino possibile. Solo il verde,infatti, mi placa certi stati di ansia: il verde o il blu.

Fortuna ha voluto che cercando casa con giardino nel mio quartiere a Londra, mi sono imbattuta in una casa in vendita che non era abitata da almeno una 15na di anni. Quando ho esplorato il giardino era una vera giungla di piante cresciute caoticamente. In mezzo al caos trovai un tesoro. C’erano alberi antichi con tronchi alti quanto 4 piani di una casa in uno spazio minuscolo. Chi li aveva piantati aveva fatto un atto di fede, quel tipo di fede di chi sapeva di morire prima di vederli adulti e si affida al prossimo proprietario per custodirli.

Intorno alla mia casa non esiste più un giardino con alberi così alti. Non solo servono ai miei polmoni e a quelli di tutto il quartiere in questi tempi di punte di caldo esagerato ma servono da appoggio e casa agli uccelli e agli scoiattoli. Quel tipo di alberi sui quali vedi facilmente arrampicarsi ‘il Barone rampante’ in cerca di un’oasi dalla follia collettiva.

Succede che … qualche giorno fa ricevo un’email da Laura (nome inglese, si legge Loura) che abita due case oltre il mio giardino, nella quale mi racconta che la sua casa è in vendita ma che purtroppo chi la visita trova il suo giardino troppo in ombra per colpa delle chiome dei mie alberi, potrei tagliarli per permetterle di venderla? La sua casa, notare, è in vendita per un milione e settecentomila sterline, un prezzo altissimo che non ha minimamente pensato a ridurre.

Giuro, mi è preso il panico. La sola idea di essere costretta a tagliare un ramo degli alberi mi ha gettato nel panico. Quando le ho risposte che non ci pensavo nemmeno, ha cambiato strategia, ha invocato il fatto che gli alberi così alti sono un pericolo e farà la spia notificandolo al Council.

Laura è una delle decine di persone che vorrei strangolare giornalmente, quelle che non hanno la più pallida idea di quali sono i sottili meccanismi che ci tengono in vita, quelle che ignorano qualsiasi principio di interazione tra noi e la natura. Ciò che conta per loro è mettere i soldi in tasca e il resto può essere ridotto a una catasta di legna da ardere.

In questo Pianeta Laura deve rimanerci fino all’ultimo. Lei distratta a contare il suo milione e settecentomila sterline in più nel conto corrente. A bruciare, accaldata, sudante, assetata, affamata, senza un posto dove ripararsi dal sole. Bruci lei al posto degli alberi al numero 19.

 

 

Un fiore mai visto prima che ho trovato camminando tra le case di Filicudi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per salite e discese


Domani scrivo il pezzo.. E’ andata così per parecchie settimane. Poi si sommavano nuove avventure e cose da raccontare e rimandavo ancora di più. Adesso ci sono 17 gradi (incredibile, no?) qui in Inghilterra, il tempo è coperto e io mi sono incollata alla sedia per scrivere.

A volte rimando perché mi manca il coraggio di scriverle certe avventure. In un mondo così confuso si può raccontare di avere trovato la formula per essere felici? Felicità è quando pensi di non essere capace di fare una cosa, poi la fai e improvvisamente ti ritrovi immerso nel buonumore.

Filicudi – primi di maggio. Nella mia casa dall’altra parte dell’isola ci si arriva praticamente via mare, a meno che non ci si spinga a fare una lunga camminata per quattro ore. Con me c’era un amico di Bologna, di quelli che per lavoro passano il tempo alla scrivania. Avevamo solo 4 giorni. Il primo lo sprechiamo sull’isola impossibilitati ad arrivare dall’altra parte per le condizioni del mare. Super, ma veramente super annoiata di passare il tempo organizzando la prossima mangiata  (così si passa il tempo in vacanza) decido che il mattino dopo saremo partiti a tutti i costi, a piedi. Gruppo: Ale di Bologna, Alessandro e Lorenzo di Filicudi, la sottoscritta. Tutti con i propri zaini, scorte di mangiare per tre giorni, musica e macchina fotografica al collo. L’unica differenza tra i locali e le straniere erano le scarpe. Scarponi da montagna per i primi scarpe da tennis con la suola piatta per me, Hogan per il bolognese.

Salita nessun problema. Cuore a mille, ci si ferma e si continua la scalata del pendio del vulcano. Poi un’ora circa di sentiero in piano sulla parete della montagna con precipizio al lato da non guardare, e poi finalmente la cima e il panorama che ti ferma il respiro per altre ragioni, per la bellezza: l’isola di Alicudi che si staglia all’orizzonte con la sua nuvola di vapore acqueo per cappello, la Canna che s’innalza dal fondo del mare e poi giù arroccata sul pendio la mia casa, gli ulivi, le piante in fiore.

Discesa sembra la parte più facile, eh? Se avessi avuto uno slittino sarei arrivata prima e meglio perché un paio di scarpe con la suola piatta si sono rivelate un suicidio. Sul sentiero di terra rossa e sassi si nascondeva l’insidia peggiore,una ghiaietta apparentemente innocente che faceva perdere la presa della suola sul terreno. Le ho contate. Sono caduta con il sedere sul sentiero sette volte. Ogni volta, per proteggere le vertebre sacrali, ho dovuto poggiare per prime le mani a terra. Grondavano sangue e sabbia rossa. La macchina fotografica continuava a sbattere a destra e sinistra ma non avevo posto nello zaino per proteggerla. Il mio amico è caduto solo quattro volte. Aveva Alessandro accanto che lo aiutava. Quando finalmente siamo arrivati sulla terrazza di casa e abbiamo poggiato gli zaini abbiamo ringraziato i santi in paradiso per averci protetto da slogatura certa. Eravamo morti di stanchezza. Eppure per il solo fatto di avere lasciato tutti gli altri turisti e amici dall’altra parte dell’isola, averli distanziati su un sentiero così difficile, mi dava un senso di libertà e autonomia che assaporavo con un certo orgoglio.

Arrivati eravamo arrivati, dovevamo poi sperare che il mare si calmasse nei prossimi giorni per uscire di lá. Difficile immaginare un’altra camminata a breve.

Annaffio le piante, puliamo il giardino, raccolgo i limes e i limoni che sono maturi, controllo il carico di frutta ancora acerba delle altre piante, bruciamo la vecchia legna.

Arriva il giorno della partenza. Al mattino il mare è abbastanza calmo, se continua così la sera possiamo tornare dall’altra parte dell’isola in barca. Chiamo Nino, del diving, l’unico che ha le barche in mare in questo periodo. Rimaniamo d’accordo che ci viene a prendere a fine giornata.  Alle 4 del pomeriggio, invece, sale il vento. Il mare improvvisamente si gonfia, le onde si arruffano, aumenta la risacca che sbatte sugli scogli. Nessuna barca si può avvicinare. Alessandro, il più vecchio e il più esperto, si arrampica dall’altra parte del vallone per vedere com’é la situazione del mare nella caletta, l’unico posto relativamente riparato dove una barca può avvicinare gli scogli per farci saltare sopra. Prepariamo gli zaini.  Vedo Alessandro in lontananza che mi fa segno di no, le onde nella caletta sono troppo alte. Ma Nino ha appena chiamato dicendo che sta venendo a prenderci. Nessuno ha voglia di farsela a piedi. Se partiamo adesso arriveremo sicuramente con il buio.

Razionalmente avrei dovuto prendere la strada per la montagna invece decido di uscire via mare, di tentare. Al massimo, ho pensato, ci buttiamo in acqua. Non riflettendo che i filicudari hanno problemi con l’acqua, sono tutti cattivi nuotatori. Come dire,poi, al mio amico di Bologna che arrivare alla Caletta é ancora più impegnativo della discesa di qualche giorno prima? Avevo paura a guardarlo negli occhi. Mi ucciderà.

Mentre scendiamo sul sentiero per raggiungere la spiaggia Lorenzo bisbiglia ..’ la discesa era facile, adesso viene il bello..’ Spero che non lo abbia sentito. 

Altra ghiaia. Ci sorreggono le ginestre ai lati del sentiero. Una volta in spiaggia dobbiamo camminare in bilico sui massi rotondi e scivolosi. Tagliamo per la spiaggia per non fare il giro via terra che ci porterebbe via tempo. La risacca però ci taglia la strada, le onde s’infrangono troppo veloci per lasciarci passare. Dobbiamo arrampicarci sulla roccia e scendere dall’altra parte. Lorenzo apre la strada. Il suo cane davanti a me s’arresta in cima. Ha paura di scendere. Alessandro da dietro gli da una spinta e lo toglie dal dubbio. La roccia, nera e vulcanica, é tra le meno ospitali. Rugosa, tagliente, ripida.Troviamo piccole rientranze dove mettere i piedi e le mani per issarci. Lo stesso in discesa. Se cadiamo ci facciamo molto, molto male. Dobbiamo mantenere il sangue freddo, non pensarci. Non pensare che l’alternativa sarebbe 4 ore a piedi di camminata.

Arrivati alla caletta le onde si rompono sulla spiaggia di sassi e contro le pareti laterali con una tale forza infernale di spruzzi che a me viene da ridere. Come diavolo facciamo a salire in barca? Dal largo Nino ci osserva arrivare e piano piano si avvicina. 

Lorenzo va avanti, lo seguiamo sul costone laterale della caletta. Ci appiattiamo con le spalle alla roccia per non farci bagnare dall’acqua delle onde che ruggiscono. Siamo tutti arrivati sul lembo estremo della caletta, appollaiati sulla roccia con pochissimo margine di movimento. Nino comincia a contare le onde. Lui ne conta tre forti e due deboli. Io di solito ne contro 4 forti e mi getto sulla barca alla quinta che é la debole.

Nino a Filicudi é uno dei migliori uomini di mare. Il secondo migliore, Alessandro, era con noi. In queste condizioni ho imparato da entrambe una cosa: fatti i dovuti calcoli non puoi avere nessuna esitazione. La situazione era francamente pericolosa. Ci dovevamo gettare da un’altezza di circa 5 metri d’altezza, nello spazio di qualche secondo, su una barca che non poteva avvicinarsi troppo perché le onde l’avrebbero sbattuta contro le rocce.

Conto le mie 4 onde, Nino si avvicina, tutti cominciano ad urlare .. salta, salta, salta. Non sentivo nessuno, stavo solo calcolando dove atterrare sulla barca. Salto e atterro di pancia esattamente al centro della prua sul materassino di gomma. Dal momento che uno ce l’ha fatta tutti gli altri prendono coraggio. Mi sposto. Il prossimo é il bolognese, quello che va in vacanza a Rimini. Sempre allo stesso stabilimento, sullo stesso lettino prenotato di anno in anno. Salta, entra in barca ma sfiora la pernaccia di prua del gozzo. Si porta le mani all’inguine, gelo pensando si sia ferito. Dopo di lui Lorenzo e in ultimo Alessandro che tiene in mano un pezzo di corda alla quale é legato il cane che nel salto rimane a metà fuori dalla barca in acqua. Veloce lo tira su quasi strangolandolo.

Ci siamo tutti. Tutti interi. E a questo punto sempre non osando guardare negli occhi l’amico bolognese scoppio a ridere. Rido perché ho osato e mi é andata bene, rido perché ho risparmiato la salita e la marcia di quattro ore, rido perché usare il corpo ti da una libertà che tutti hanno dimenticato, rido perché il bolognese sta cercando di farmi sentire in colpa elencando tutte le volte che ha rischiato di morire..  Se non mi fa causa, penso, a Rimini non ci tornerà più.

A volte penso ai cittadini di NY che pensano di condurre una vita super felice che tutti gli invidiano. Penso a quei cittadini che ho visto, l’ultima volta che ci sono andata, mangiare in un piccolo tavolino di un ristorante di sabato esposti al primo sole primaverile, sul marciapiede della strada, riparati dal traffico da una fila di ulivi smilzi e asfittici. E non sanno, non suppongono, non immaginano neanche lontanamente cosa potrebbe dargli una risata ininterrotta per ore…